INTRODUZIONE:
Occuparsi della letteratura ceca degli anni cinquanta non
è una cosa semplice: troppo vicine sono ancora le tensioni
che hanno portato ai momenti drammatici di cui parla questo
libro. Per di più, mentre in Germania si parla da anni al
fenomeno della dilagante “ostalgia” e anche in Russia è iniziata
una seria riflessione sulla cultura prodotta negli anni del
socialismo, nella Repubblica ceca la cultura del quarantennio
comunista continua a essere soltanto una presenza indesiderata
che va liquidata in blocco come primitiva, volgare e rozza.
Quello che si può (secondo alcuni deve) fare è recuperare
una parte della cultura clandestina, con l’obiettivo dichiarato
di ricostruire una continuità culturale con il periodo d’oro
della cultura ceca tra le due guerre mondiali. A questo punto
la storia della cultura ceca riassume le fattezze di un percorso
lineare, solo parzialmente alterato da assurdi diktat politici
che non hanno nulla in comune con la cultura in quanto tale.
Naturalmente per giustificare questa visione bisogna interpretare
in modo nuovo gran parte della cultura del novecento: in cima
a questa nuova piramide dei valori troviamo ora la poesia
spirituale perseguitata negli anni del comunismo e in fondo
tutto ciò che ha civettato con l’ideologia allora dominante.
Questo comporta naturalmente anche una decisa sottovalutazione
del significato dell’avanguardia e la cancellazione di buona
parte della storia del secolo scorso. In questo schema agli
anni del socialismo viene riservato un ruolo negativo che
è stato ben circoscritto da Groys: l’arte dello stalinismo
non è altro che “tutto un martirologio, una storia di persecuzioni”.
Se la letteratura dello stalinismo è solo un tragico errore
dovuto a sfortunate circostanze politiche, naturalmente non
è nemmeno degna di essere studiata. Sintomatici sono stati
i recenti dibattiti in occasione di una tardiva e poco riuscita
mostra sul realismo socialista: il livello del dibattito non
è andato oltre la questione piuttosto capziosa della legittimità
di considerare o meno arte le creazioni ispirate al realismo
socialista in campo artistico. Anche la scelta di utilizzare
l’espressione dispregiativa “
sorela” per distanziare
ironicamente dall’oggetto dello studio rivela del resto in
modo abbastanza chiaro l’approccio dominante. Come se il realismo
socialista andasse ironizzato e squalificato fin dalla sua
denominazione, in modo da poter poi, con la coscienza pulita,
studiare la vera arte. Siamo di fronte a un processo di rimozione
che è del resto simile a quello tante volte utilizzato dalla
cultura ceca: se nell’immaginario collettivo restano ancora
tabù i due secoli del barocco trionfante, ci vuole poco a
eliminare quarant’anni ancora così vicini. In questo modo
però ho l’impressione che l’analisi del perché la cultura
ceca (e gran parte della cultura europea) abbia attraversato
una fase di semplificazione culturale così drammatica continui
a restare fuori dall’interesse di molti storici, come se il
compito dello storico (e dell’intellettuale) fosse soltanto
quello di incidere nella società contemporanea e non anche
quello di tentare una ricostruzione (possibilmente) obiettiva
del passato.
Gli anni cinquanta rappresentano al contrario un momento importante
nella cultura ceca del novecento, troppo a lungo rimasto nell’ombra
della ben più celebre primavera di Praga. Sono gli anni della
formazione, molto diversa, dei tre grandi narratori cechi
degli ultimi decenni, Milan Kundera, Bohumil Hrabal e Josef
Škvorecký, sono gli anni delle migliori poesie di Vladimír
Holan, della ricerca faticosa di una nuova poetica all’interno
dei gruppi surrealisti e di tutto l’undergound. Cioè, per
usare un vocabolo semplice ma poco preciso, l’epoca delle
neoavanguardie. Ma allo stesso tempo è anche l’epoca di radicalismi
e semplificazioni, che è semplice oggi scambiare per sterilità
intellettuale. In realtà tutto ciò rischia di far dimenticare
che sia la cosiddetta cultura ufficiale che quella underground
hanno attraversato dopo la guerra un momento di intensa ricerca
di nuove forme espressive, nel tentativo di trovare forme
e contenuti capaci di incidere realmente sulla società. Il
fallimento del progetto di trasformazione della società portato
avanti dalla cultura socialista è un tema troppo vasto per
essere affrontato in questo libro, che è invece dedicato alla
febbrile ricerca di una nuova espressione letteraria capace
di superare il divario che, nel dopoguerra, si era (per l’ennesima
volta) aperto tra vita e letteratura.
Come è avvenuto in molti altri paesi, anche per la letteratura
ceca la febbrile ricerca di nuovi codici, che ben conosciamo
dal neorealismo italiano e dalle neoavanguardie mondiali,
è stata costretta a confrontarsi con l’invasivo modello del
realismo socialista. La presenza di uno schema forte, più
ideologico che poetico, basato su uno slogan dal significato
mai chiarito e forse proprio per questo così longevo, ha costretto
per quarant’anni tutta la cultura a definire la propria collocazione
in relazione al realismo socialista. Mentre la letteratura
ufficiale si è avvicinata sempre di più, anche a livello simbolico,
alla letteratura sovietica e si è allontanata in modo netto
e consapevole dalle letterature occidentali, a livello sotterraneo,
nonostante le mille difficoltà tecniche, il sistema letterario
ha conservato contatti vivi con la tradizione culturale europea
e ha permesso lo sviluppo di un'attività letteraria che ha
tutto sommato seguito lo stesso percorso delle avanguardie
occidentali. Certi eccessi e tonalità della letteratura ceca
di quegli anni è infatti incomprensibile senza aver ben presente
la gigantesca pressione sociale che li accompagnava.
La pretesa di fare della letteratura uno degli strumenti grazie
ai quali si possono cambiare le menti degli individui e trasformare
le strutture sociali tradizionali implicava infatti un uso
di mezzi di propaganda sempre più raffinati e persuasivi.
La rimozione di tutto questo complesso sistema porta a quella
banalizzazione tipica dei nostri manuali scolastici: proprio
come l’impero romano d’oriente è stato in decadenza addirittura
un intero millennio prima di rendersi conto di rappresentare
un relitto di un’epoca precedente e decidersi (finalmente)
a scomparire, allo stesso modo il socialismo e il realismo
socialista sono oggi spesso descritti come relitti storici
in decadenza fin dal loro stesso apparire. La realtà dei fatti
è naturalmente molto più complessa ed è ingenuo non rendersi
conto che la ricchezza e la vastità di ciò che chiamiamo ”l’altra
cultura”, non riconosciuta da quella ufficiale e spesso in
polemica con essa e che emergerà dalla clandestinità prima
(in modo parziale) nella parte finale degli anni sessanta
e poi (in modo più convinto) dopo il 1989, è dovuta soprattutto
alla necessità quasi esistenziale di contrapporsi all’esperienza
del realismo socialista. Senza avere presente lo sfondo su
cui sono nate, non solo le opere di Kundera, Hrabal e Škvorecký,
Holan, ma anche quelle di Zbyněk Havlíček, di Egon Hostovký
e di Egon Bondy, perdono molto della loro forza.
Continuare a ritenere quarant’anni di storia letteraria un’importazione
più o meno casuale di elementi estranei non aiuta certo la
comprensione di dinamiche drammatiche, ma che appartengono
alla nostra storia e alla nostra cultura. Certo è comprensibile
anche che per molti intellettuali sia difficile accettare
fino in fondo il significato della scomparsa di un modello
e della necessità di ridefinire non solo la propria poetica,
ma anche la propria posizione in una situazione culturale
molto diversa da quella delle lotte del samizdat. Cercando
di ricostruire il significato e l’importanza di questa tappa
della cultura ceca si è scelta la strada dell’analisi dell’evoluzione
storica e letteraria di un sistema culturale ormai troppo
diverso dal nostro. Soltanto osservando da vicino il formarsi
(e trasformarsi) dello slogan del realismo socialista ci si
rende conto fino a che punto la nostra visione del passato
sia influenzata dall’idea che abbiamo oggi dell’arte, molto
lontana dalle aspirazioni del dopoguerra, dove erano in primo
luogo gli artisti stessi a reclamare il proprio inserimento
in un sistema sociale e produttivo organizzato su basi nuove.
Le lotte per l’allargamento o la restrizione dell’idea del
realismo socialista rappresentano una parte integrante della
storia del pensiero e della cultura del novecento, che ha
riguardato non soltanto l’ambiente ceco, ma un po’ tutta la
cultura europea. Proprio per questo motivo ho ritenuto opportuno
non trascurare la cornice storica che ha accompagnato le lotte
letterarie di cui parleremo e ha portato alla nascita di quella
mitologia socialista che, sia per adesione che per contrapposizione,
ha condizionato tutta la cultura ceca degli anni cinquanta.
Tutto ciò naturalmente si riflette sull’impostazione che ho
dato a questo libro, anche se credo che esistano diversi modi
di leggerlo: visto che si parlerà molto di avvenimenti storici
e di politica culturale, consiglio a chi non ama questo tipo
di legame tra storia e letteratura di leggere velocemente
i primi capitoli e di concentrarsi soprattutto sulla seconda
parte del libro; a chi invece cerca una chiave per comprendere,
attraverso la ricostruzione delle ondate di chiusura e di
apertura, le vicissitudini della cultura socialista ceca degli
anni cinquanta consiglio di leggere la seconda parte alla
luce di quanto raccontato nella prima. Bisogna inoltre aver
ben presente che questo libro oscilla volontariamente tra
due approcci diversi: quello della valutazione letteraria
dell’opera, indipendentemente dal momento dalla sua ricezione,
e quello della ricostruzione della storia del testo (inevitabile
nei casi in cui tra scrittura e pubblicazione di un testo
sono passati anche decenni). L’obiettivo era quello di fornire
un’immagine non banale e quanto più possibile completa di
quanto successo nella cultura e nella letteratura ceca nel
corso degli anni cinquanta.
Naturalmente non sta a me valutare fino a che punto il tentativo
sia riuscito.
Alessandro Catalano