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[Dall'incipit della traduzione]
Simpatico furbacchione per alcuni, individuo assolutamente
immorale per altri, il buon soldato
Švejk, apparso nella letteratura ceca all'indomani della
Grande guerra, sarebbe divenuto a poco a poco il
simbolo della “resistenza passiva”, che individua nel
cinismo civico l'unica risorsa degli “oppressi”.
In sostanza sono due i romanzi ai quali quasi esclusivamente
attinge l'immaginario collettivo ceco: il Processo
di Franz Kafka e il Buon soldato Švejk di Jaroslav
Hašek. Ed è facile immaginare, come ha fatto una volta
Angelo Maria Ripellino, sviluppando un'immagine del
filosofo ceco Karel Kosík, un incontro fortuito tra Josef
K., il piccolo funzionario, e Josef Švejk, il ladro di
cani. I due personaggi sono nati nello stesso tempo, e
dividono, oltre al luogo di nascita, la specifica assurdità
che ha caratterizzato l'inizio del ventesimo secolo in un
impero in declino. Ripellino li fa incontrare sul Ponte
Carlo, l'uno accompagnato da due sagome agghindate
in redingote e cilindro, l'altro da due sentinelle claudicanti,
baionetta in canna: i due si vedono, si osservano,
ma non si parlano1. Questo incontro silenzioso fornisce
immediatamente al lettore il doppio emblema della
visione nazionale della “cechità”: l'espiazione e lo scherno.
I cechi amano osservarsi come vittime della Storia;
essi amano ugualmente prendersi gioco di essa.
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