"La
storia del Novecento tra cronaca medievale e narrazione storica", eSamizdat
2004 (II) 1, p. 99
"Ma
altri filosofi dicevano invece che i segni, di cui si compongono
i discorsi e il mondo, mancano di significato e che con l'assenza
di significato scompare il soggetto e la stessa realtà, e
che la storia è solamente un movimento ininterrotto e informe
che non esprime nulla, e che tutto è finzione e simulazione''.
Alla maniera di uno scrittore di cronache medievali ma rinunciando
al rigore della sequenza cronologica, Ouřednik ricostruisce
il Novecento nel centinaio di pagine di
Europeana,
mettendo in fila le grandi tragedie e i fatti più banali,
quotidiani e apparentemente marginali, senza alcuna evidente
gerarchia, in un fluire di pensieri libero e ondivago che
finisce per restituirci una narrazione dall'andamento franante
e grottesco.
Europeana, uscito nel 2001 e già tradotto
in tedesco, francese, olandese, bulgaro e serbocroato, è un
libro difficile da definire anche in termini di genere: non
si tratta propriamente di un racconto né di un saggio o di
una riflessione critica sulla vicenda novecentesca, sebbene
elementi di entrambi i generi vi siano presenti. La voce di
un testimone distaccato ed "ingenuo" spazia liberamente
attraverso l'epoca, muovendosi continuamente su più livelli
tematici: il corso del secolo è scandito dal susseguirsi di
eventi catastrofici e tragici che si intrecciano e si riflettono
nelle trasformazioni del costume sociale e della vita quotidiana
degli individui da un lato, nello sviluppo scientifico e tecnologico
e nell'avvicendarsi delle teorie delle scienze umane che dello
sviluppo cercano di leggere il senso, dall'altro. I diversi
piani tematici si mescolano e si sovrappongono, gli uni a
un tempo effetto e causa degli altri, tutti degni della stessa
curiosità, affastellati con un distacco che parodizza, mimandola,
la pretesa oggettività dell'analisi storica. Nulla sembra
mai certo e il ricorso continuo alle formule impersonali trattiene
gli eventi sempre nell'orbita della discorsività narrativa
con uno stile che ricorda inevitabilmente sia la voce di instancabile
affabulatore dello zio Pepín in Hrabal, seppure ripulita di
ogni pathos, sia il gusto per il gioco combinatorio di Perec.