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solo di questa traduzione [Dall'incipit dell'introduzione]
"J. Kabelka nell'officina delle
forme: un cubista ceco su futuro antimoderno e futuristi moderni", eSamizdat
2003 (I), pp. 123-124
È
certo un caso che l'articolo di Jaroslav Kabelka, architetto cubista boemo dei
primi del XX secolo, sia qui proposto per la prima volta in traduzione italiana
a novant'anni esatti dalla sua pubblicazione sulle pagine della storica rivista
del gruppo Mánes di Praga. Si tratta di un testo forse tra i meno noti ma, nella
sua concisione, tra i più illuminanti circa i presupposti filosofici di quel
fenomeno per molti aspetti fecondamente marginale che fu il cubismo ceco. Non
è però accidentale il fatto che, a leggerlo a distanza di quasi un secolo, appaia
come un testo eccezionalmente lucido nel giudizio estetico sulla propria epoca,
ma soprattutto in evidente sintonia con molti nuclei teorici dell'arte contemporanea.
La recente ripresa di interesse della critica per il cubismo ceco parrebbe nascere,
infatti, da una consonanza profonda di vedute con quello che fu all'epoca un
fenomeno per molti versi "eretico", al punto che molti dei suoi connotati
antimoderni l'accomunano all'orizzonte teorico della recente architettura
postmoderna. Un primo aspetto di omologia è la sintesi originale di idee non
originali: nel caso del cubismo ceco, l'acquisizione eterodossa di stimoli esterni,
derivati dalle avanguardie europee, e la loro autonoma rielaborazione. Più interessante
però risulta il comune piano teoretico, che potremmo dire "extra-moderno"
in senso lato. Prendendo le distanze dal mimetismo razionalista e protofunzionale
di Le Corbusier, tipico dell'arte moderna, che postula un rigoroso isomorfismo
tra progetto e opera, rappresentazione e rappresentato, i cubisti cechi teorizzano
una netta distinzione tra progetto e oggetto, idea e forma, per molti versi
vicina al principio di contraddizione dell'architettura postmoderna
(R.Venturi). Il postulato di funzionalità, cardine
dell'architettura moderna, secondo cui l'edificio deve "servire" a
qualcosa o "veicolare" un messaggio, viene rigorosamente criticato
dai cubisti cechi (Kabelka, Hofman, e altri) a favore della centralità di una
"forma concettuale" (forma interna) che la struttura esprime.
In tal modo l'architettura si ritrova a pieno titolo compresa nel novero delle
arti e, soprattutto, acquista un valore non più soltanto estetico-simbolico,
ma gnoseologico, configurandosi come una specifica attività di esplorazione
ed espressione del mondo.
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