Come anche alla fine del XIX secolo, l’ultima
fin de siècle ci ha regalato una serie di autori particolarmente indicativi non soltanto delle nuove tendenze letterarie, ma anche di una voglia di poesia che, in Russia, sembra inestinguibile. Questa nuova generazione letteraria, che si raccoglie attorno alla rivista di Dmitrij Kuz’min (nato nel 1968) Vavilon”, viene definita
molodye poety [giovani poeti], espressione che riporta alla poesia della fine degli anni ’50, quella definita da De Michelis
gromkaja lirika Eccetto questa definizione, che in quanto tale è tendenziosa e non esaustiva, i poeti degli anni ’90 in comune con i loro predecessori hanno soltanto la volontà di proporre una lirica che potremmo definire civile (questo vale soltanto per alcuni di essi, e comunque essa non sfocia mai nella foga tribunizia di Evtušenko, tanto per citare il più noto rappresentante degli
šestidesjatniki). L’espressione “predecessori” va intesa in senso temporale, dato che Evtušenko, Voznesenskij e compagni vengono visti dalla giovane generazione come gente asservitasi al potere, sebbene venga loro riconosciuto il merito (non potrebbe essere altrimenti) di aver in parte svecchiato la stantia poetica sovietica, venuta a noia, già negli anni ’50, a molti. Ripellino, nell’introduzione alla sua antologia
Nuovi poeti sovietici scrive:
Come Evtušenko, Voznesenskij riflette i costumi e le aspirazioni dell’attuale gioventù russa. Anche lui imbastisce una serrata polemica contro i dogmatici, i talmudisti, i falsificatori. Il suo tema centrale è appunto quello del poeta offeso dai filistei e insidiato dall’ottusità dei burocrati. Ma, nell’aggredire i retrogradi, nel combattere i luoghi comuni che affliggono la società sovietica non ricorre mai alle formule dichiarative. La polemica è nei suoi versi immanente all’immagine, sempre dissolta nel giuoco dell’invenzione.