Il
racconto
Reka Potudan' fu scritto da Andrej Platonov
nel corso del 1936, e nello stesso anno venne rifiutato dalla
redazione della rivista Znamja con la seguente, brusca motivazione:
"Il racconto non va. In archivio". Nonostante ciò,
venne inserito nell'omonima raccolta di racconti pubblicata
a Mosca nel 1937. Ma, al di là della circostanza fortunata
della pubblicazione,
Reka Potudan' suscitò un vespaio
di polemiche e di stroncature all'interno della critica letteraria
ufficiale sovietica. Nel suo articolo "Un falso umanismo"
il critico E. Kosteljanec sosteneva che Platonov "scrive
del superamento della solitudine, dell'amicizia, dell'amore,
della vita e della morte. Tuttavia, nell'interpretazione dei
temi elencati, A. Platonov non parte dalla profonda compenetrazione
nella realtà delle nuove relazioni sociali che si sono formate
nel nostro paese, bensì dalle cattive abitudini della letteratura
decadente e individualistica". Ancora più categorico
era A. Gurvič che, collegandosi alla famosa lettera di Gor'kij
a Zoščenko sulla necessità di smascherare la sofferenza, scriveva:
"La lettera di Gor'kij è indirizzata a Zoščenko, ma il
primo dei letterati sovietici che dovrebbe leggerla è Lei,
Platonov! [...] Lei continua ad accollare alla sofferenza
il ruolo di "primo violino". Accanto a queste brusche
stroncature,
Reka Potudan' attirò l'interesse dell'emigrazione
russa. Il famoso poeta e critico G. Adamovič, nelle sue note
sulla letteratura sovietica del 1938, scriveva a proposito
dello scrittore di Voronež: "Tutti conoscono le famose
parole sul fatto che la letteratura russa sia venuta fuori
da
Il cappotto di Gogol'. Certo, negli ultimi venti
anni una cosa del genere poteva essere solo considerata uno
scherzo. Ma ecco che con Platonov queste parole acquistano
di nuovo significato e, cercando disperatamente di unire quello
che gli suggerisce la coscienza con quello che esige la ragione,
Platonov da solo difende l'uomo dalle forze storiche oppure
naturali che gli sono ostili oppure indifferenti".