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[Dall'incipit dell'articolo]
L'8 maggio del 1959 a Dresda viene solennemente
inaugurata alla presenza delle autorità tedesche e
sovietiche una mostra dal titolo Der Menschheit bewahrt
con una parte delle opere restituite dal governo sovietico
alla Ddr. Oltre un milione e mezzo d'oggetti d'arte,
di cui oltre 600 mila provenienti dalle celebri collezioni
statali d'arte di Dresda, erano stati sequestrati nel secondo
dopoguerra in Germania dall'Armata rossa e, su
disposizione della Commissione dei trofei, trasportati
in Unione sovietica, dove furono conservati, in parte
restaurati ed esposti in diversi musei. Solo nel 1955
era stata presa da Chruščev la decisione, contro la maggioranza
del Politbjuro del partito, di restituire le opere
depredate ai legittimi proprietari. Già nel 1958 al
Cremlino furono tuttavia stabilite delle restrizioni all'emendamento,
per cui si stabilì che solo i patrimoni
di proprietà statale sarebbero stati restituiti, mentre le
collezioni private e della casa reale sassone sarebbero rimaste
in Unione sovietica. In Germania, le opere d'arte
sequestrate vennero chiamate Beutekunst, cioè “arte
depredata”, “arte-bottino”, un nome, quindi, in cui il
ricordo della sconfitta era ancora vivo; in Unione sovietica
furono ovviamente viste con l'ottica del vincitore e
assunsero il nome di trofejnoe iskusstvo [arte-trofeo]. La
sorte delle opere d'arte sequestrate, molte delle quali in
possesso di collezioni sia pubbliche che private, costituisce
tuttora una questione delicata e irrisolta nelle relazioni
fra Germania e Federazione russa, le quali per ora
hanno portato avanti rivendicazioni, il più delle volte
infondate, e non sembrano intenzionate ad avviare un
dialogo aperto.
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