S. Pavan, Lezioni di poesia. Iosif Brodskij e la cultura classica. Il mito, la letteratura, la filosofia, Firenze University Press, Firenze 2006 (Daniela Rizzi), pp. 299-300
Il
libro è presentato dall’autrice come “una monografia non particolarmente scientifica” (p. 9) che vuole indagare l’intertesto brodskiano con la letteratura e la filosofia antiche attraverso l’analisi di una scelta di testi del poeta circoscritta e personale. L’
understatement è d’obbligo, trattandosi di affrontare un argomento assai arduo in relazione sia a Brodskij, sia all’intera tradizione poetica russa alla quale egli appartiene. E anche la rivendicazione da parte dell’autrice di un certo impressionismo assunto come procedura metodologica, che si legge tra le righe della
Premessa e dell’
Introduzione, appare prudente alla luce di un andamento espositivo che non segue un argomentare rigoroso, ma accumula spunti interpretativi e non disdegna di “lasciare spazio a riflessioni che appaiono non pertinenti” (p. 11).
In effetti, alcuni passi del libro (a esempio un sillogismo come: “L’acqua è una forma condensata del tempo, ma la poesia è essa stessa tempo e, quindi, una ‘forma condensata del tempo’. Se ne può dedurre che la poesia è assimilabile all’acqua”, p. 166) possono far pensare a un genere di scrittura che non si identifica del tutto con il saggio critico. Invece, nonostante la modestia con cui l’autrice presenta il proprio lavoro, davanti al lettore si para una nutrita serie di penetranti esplicazioni di testi: in una ventina e più di componimenti poetici il tema antico – si tratti di reminiscenze, citazioni nascoste, diretti riferimenti a opere e autori dell’antichità, o di altro genere di intrecci interstestuali – è illustrato con puntualità e messo in relazione con la prosa dello stesso Brodskij e con la ricca bibliografia (tanto critica che memorialistica) esistente sulla sua opera. I fitti rimandi bibliografici diventano così altrettanti tasselli dei quali si compone questo mosaico di notazioni che, se da un lato traccia un quadro esauriente dello
status quaestionis, dall’altro forse denota un’eccessiva ritrosia a trarre conclusioni generali.
Accanto a ciò, si rileva però un sorprendente contrasto tra la passione erudita mostrata dall’autrice nelle analisi brodskiane e un discreto numero di imprecisioni. Qualche esempio: Zabolockij diventa Zabalovskij (p. 24); l’inesistente verbo
gonit’ è indicato (p. 37) come infinito della forma
goni che ricorre in
Ja kak Uliss; Samizdat diventa il nome della casa editrice per i cui tipi sarebbe uscita a Leningrado nel 1972 una raccolta di opere di Brodskij (p. 127). La distrazione dell’autrice si accanisce sull’epoca simbolista: Vladimir Solov’ev (morto nel 1900) è annoverato tra i frequentatori della “torre” ivanoviana, che notoriamente diventa il ritrovo della società letteraria pietroburghese a secolo già iniziato; la “evidente passione di Vjačeslav Ivanov per la cultura ellenica” sarebbe sfociata “solo nel 1923” nella “famosa monografia
Dionis i pradionisijstvo, pubblicata quando l’autore si trovava a Parigi” (p. 108): in realtà a Parigi Ivanov tiene nel 1903 un celebre corso sulla religione dionisiaca, pubblicato in Russia a puntate tra il 1904 e il 1905 (
Ellinskaja religija stradajuščego boga), mentre
Dionis i pradionisijstvo esce sì nel 1923 ma a Baku, dove Ivanov vive tra il 1920 e il 1924, anno dell’emigrazione in Italia. E, quanto a distrazioni, impossibile non menzionare questa sintesi
en raccourci dell’opera puškiniana: “Pietro il Grande è legato in modo indissolubile al proprio cavallo, sia nella statua equestre, sia nella piccola tragedia di Puškin, dove il povero German fugge atterrito dal rumore degli zoccoli del destriero” (p. 204).