Aleksandr Vvedenskij. La stella del nonsenso, a cura di Giulietta Greppi, eSamizdat, 2007 (V) 1-2, pp. 67-96

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[Dall'incipit]
Fin dalla metà degli anni Venti Vvedenskij dichiara all’amico Jakov Druskin che le uniche questioni che lo interessano riguardano il tempo, la morte e Dio; ad esse la ragione, falsa fondatrice di false categorie di interpretazione e rappresentazione del reale, non può dare risposta. Per questo motivo nelle opere di Vvedenskij l’assurdo è soltanto apparente: l’impossibilità di comprendere è infatti il punto di partenza per la ricerca della verità. In quanto “autorità del nonsenso” Vvedenskij fonda dunque la sua “critica poetica della ragione”:

Si può rispondere a questo [al problema della rappresentazione del tempo] con l’arte? Ahimé, essa è soggettiva.
La poesia fa un miracolo solo verbale, non autentico. E non si sa come ricostruire il mondo. Io ho attentato ai concetti, alle generalizzazioni diffuse, come nessuno ha fatto prima di me. In questo modo ho portato avanti una critica poetica della ragione più solida di quella astratta.
Ho messo in dubbio che, per esempio, casa, dacia e torre siano collegate e riunite nel concetto di “edificio”. Forse, spalla va collegata a quattro. Io l’ho messo in pratica, in poesia, e così l’ho dimostrato.
E mi sono convinto della falsità dei nessi del passato, ma non posso dire quali debbano essere i nuovi. Non so neppure se ci debba essere un solo sistema di nessi oppure molti. E ho la fondamentale sensazione dell’assenza di legami del mondo e del frazionamento del tempo. E poiché questo contraddice la ragione, allora vuol dire che la ragione non comprende il mondo .

La lingua degli oberiuti è si oppone radicalmente al linguaggio pubblico sovietico in cui le parole vengono spogliate di ogni ambiguità, ridotte a uno e un solo significato, alla lingua del potere che si arroga il diritto di esprimere la “verità”. La poesia degli oberiuti intende “azzannare al cuore” la parola, ribadisce l’autonomia della logica dell’arte dalla logica comune, libera la parola donandole spessore e trasformandola in oggetto. [...]
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