Serena Vitale, “Pionieristica. A la Dumas: trent’anni dopo”, eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 9-14

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[Dall'incipit]
Lo stesso nome Oberiu può introdurre alla zona di silenzio, ipotesi, imprecisione e leggende che avvolge la breve storia dell’ultima formazione d’avanguardia creatasi nella Russia degli anni Venti, a Leningrado. Il nome, apparentemente una delle tante abbreviazioni del nuovo linguaggio socio-culturale sovietico, Ob´´edinenie real´nogo iskusstva [Associazione dell’arte reale], è piuttosto, in realtà, un calco parodistico e “assurdo” di quelle sigle: ER perché così si pronuncia la “r” o per un’inversione, non priva di senso, delle due prime lettere di “reale”? La “u”, sostiene qualcuno, venne aggiunta “per divertimento”; e che la sigla confondesse le idee lo dimostrano le distorsioni alle quali andò soggetta nel brevissimo volgere di tempo in cui venne pubblicamente citata: “Oberio”, si legge in un programma del Dom pečati, e in alcuni critici si affermò la dizione di obereuty per i membri del gruppo. A parte quello di Nikolaj Zabolockij, anche i singoli nomi degli oberiuti sono sconosciuti al pubblico sovietico, fatta eccezione per pochi addetti ai lavori e per una piccola cerchia di estimatori e cultori appassionati; negli ultimi anni, tuttavia, quei nomi stanno lentamente affiorando sulle pagine di riviste e giornali letterari, e fuori dell'Unione sovietica si assiste a un sempre più fitto lavoro di riscoperta e pubblicazione di testi rimasti inediti per trenta-quarant’anni. È un lavoro, naturalmente, sul quale incombono i rischi di scorrettezza filologica sempre presenti quando si ha a che fare con testi inediti, che si tramandano e circolano attraverso copie e copie di copie. Ma anche quando si arriverà a un’edizione completa e filologicamente attendibile dei testi degli oberiuti non si dovrà dimenticare che non di rado la loro nascita era accompagnata nei loro autori dalla coscienza che si trattava di opere non destinate alla pubblicazione, e che il loro mezzo di diffusione più corrente fu per qualche anno la performance, l’incontro diretto con il pubblico da piccoli palcoscenici “volanti”. Parlare della letteratura di Oberiu, dunque, significa per molti versi ricostruire da frammenti di memorie, brani di pubblicazione, ricordi dei superstiti, supposizioni degli esperti, affidarsi alle seduzioni di un’ipotetica invariante testuale, scoprire un inatteso e atroce significato extraletterario nell’affermazione di Lotman secondo cui è falso “che la tecnica della stampa, avendo imposto la propria lingua grafica alla nuova cultura, abbia portato alla scomparsa delle varianti del testo letterario” . Di fronte alle varianti di questo “folclore” sovietico, comunque, il critico è più fortunato dello studioso del folclore canonico: conosce, nella maggioranza dei casi, i nomi degli autori. [...]
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