[Dall'incipit]
Lo stesso nome Oberiu può introdurre alla zona di silenzio,
ipotesi, imprecisione e leggende che avvolge la breve storia
dell’ultima formazione d’avanguardia creatasi nella Russia
degli anni Venti, a Leningrado. Il nome, apparentemente una
delle tante abbreviazioni del nuovo linguaggio socio-culturale
sovietico, Ob´´
edinenie r
eal´nogo i
skusstva
[Associazione dell’arte reale], è piuttosto, in realtà, un
calco parodistico e “assurdo” di quelle sigle: ER perché così
si pronuncia la “r” o per un’inversione, non priva di senso,
delle due prime lettere di “reale”? La “u”, sostiene qualcuno,
venne aggiunta “per divertimento”; e che la sigla confondesse
le idee lo dimostrano le distorsioni alle quali andò soggetta
nel brevissimo volgere di tempo in cui venne pubblicamente
citata: “Oberio”, si legge in un programma del Dom pečati,
e in alcuni critici si affermò la dizione di
obereuty
per i membri del gruppo. A parte quello di Nikolaj Zabolockij,
anche i singoli nomi degli oberiuti sono sconosciuti al pubblico
sovietico, fatta eccezione per pochi addetti ai lavori e per
una piccola cerchia di estimatori e cultori appassionati;
negli ultimi anni, tuttavia, quei nomi stanno lentamente affiorando
sulle pagine di riviste e giornali letterari, e fuori dell'Unione
sovietica si assiste a un sempre più fitto lavoro di riscoperta
e pubblicazione di testi rimasti inediti per trenta-quarant’anni.
È un lavoro, naturalmente, sul quale incombono i rischi di
scorrettezza filologica sempre presenti quando si ha a che
fare con testi inediti, che si tramandano e circolano attraverso
copie e copie di copie. Ma anche quando si arriverà a un’edizione
completa e filologicamente attendibile dei testi degli oberiuti
non si dovrà dimenticare che non di rado la loro nascita era
accompagnata nei loro autori dalla coscienza che si trattava
di opere non destinate alla pubblicazione, e che il loro mezzo
di diffusione più corrente fu per qualche anno la
performance,
l’incontro diretto con il pubblico da piccoli palcoscenici
“volanti”. Parlare della letteratura di Oberiu, dunque, significa
per molti versi ricostruire da frammenti di memorie, brani
di pubblicazione, ricordi dei superstiti, supposizioni degli
esperti, affidarsi alle seduzioni di un’ipotetica invariante
testuale, scoprire un inatteso e atroce significato extraletterario
nell’affermazione di Lotman secondo cui è falso “che la tecnica
della stampa, avendo imposto la propria lingua grafica alla
nuova cultura, abbia portato alla scomparsa delle varianti
del testo letterario” . Di fronte alle varianti di questo
“folclore” sovietico, comunque, il critico è più fortunato
dello studioso del folclore canonico: conosce, nella maggioranza
dei casi, i nomi degli autori. [...]
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