Le maschere, i satiri, le veneri di Nikolaj Makarovič Olejnikov, a cura di Massimo Maurizio, eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 153-164

Scarica il Pdf completo di questo contributo
[Dall'incipit]
Nikolaj Olejnikov formalmente non è mai stato un oberiuta né ha mai preso parte attiva agli spettacoli e alle serate organizzati dagli oberiuti. La critica lo accomuna tuttavia – e a ragione – ai membri dell’Unione dell’arte reale, tenendo conto del rapporto di amicizia che lo ha legato a Charms, Vvedenskij e Zabolockij, ma anche e soprattutto del fatto che la sua scrittura, almeno a partire dalla fine degli anni Venti, è molto più vicina “dal punto di vista scrittorio agli oberiuti (in particolare allo Zabolockij di Stolbcy [Colonne]) di quanto non lo siano le opere, per esempio, di un membro dell’Unione come Vaginov”. Uno dei tratti che lo avvicina agli oberiuti è certamente il richiamo all’esperienza chlebnikoviana, di cui pure Olejnikov modifica molti dei postulati basilari. Da Chlebnikov riprende l’idea della parola intesa come elemento centrale dell’opera, di una parola alla quale si ritiene necessario restituire l’espressività originaria. Per ottenere questo risultato, ogni termine dell’opera letteraria deve risultare autonomo rispetto agli altri, pur in un’ottica di armonia di tutte le componenti: partendo da queste considerazioni anche Oberiu sostiene la necessità di osservare la parola poetica a “occhio nudo”, rendendola tanto concreta da “poterci infrangere un vetro”. Questo modo di sentire è peraltro espressione di quel sentimento, diffuso alla fine degli anni Venti, che spinge molti autori ad assumere posizioni estetiche lontane tanto dalla lingua falsamente democratica della nuova letteratura sovietica, quanto dalla magniloquente tracotanza della lingua letteraria dei decenni precedenti, rappresentata in primo luogo dalle opere dei simbolisti. [...]
Scarica il Pdf completo di questo contributo

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli