V. Sorokin. Ghiaccio, traduzione di Marco Dinelli, Einaudi, Torino 2005 (Bianca Sulpasso), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 489-492

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Mytišči. Un edificio abbandonato illuminato dai fari di un fuoristrada blu. È notte inoltrata. Tre individui (segni particolari: occhi azzurri e capelli biondi) trascinano fuori dalla macchina due uomini imbavagliati e in manette. Li legano saldamente a due colonne d’acciaio, estraggono da una cassa di metallo un arnese simile a un martello di ghiaccio e lo vibrano vigorosamente sul petto dei prigionieri, al grido di: “Dicci il tuo nome! Dicci il tuo nome!”. Una delle vittime stramazza al suolo, senza vita. Dal petto illividito e insanguinato dell’altro, invece, affiora un flebile suono che via via si fa più distinto: Ural. Inizia così Led [Ghiaccio], uno dei romanzi più tradotti e venduti di Vladimir Sorokin: all’edizione russa (Moskva 2002) hanno infatti fatto seguito Ljod (Das Eis) , Berlino 2003; Led, Sofia 2004; A jég, Budapest 2004; Lód, Varsavia 2005; La glace, Parigi 2005; Ice, New York 2006.
A dispetto delle atmosfere da thriller e delle descrizioni pulp, quelli che potrebbero sembrare novelli “Russian Psychos” alla B.E. Ellis sono, in realtà, adepti di una setta di “risvegliati”. Il loro obiettivo è ridestare i fratelli, condannati a sopravvivere in una società alienata, brulicante di uomini ridotti a “macchine di carne”. Il mezzo per scoprire se si tratti di fratelli e sorelle o di uomini incapaci di parlare con il cuore è un martello d’insolita fattura: il blocchetto fissato al manico non è metallico o di legno, come di consueto, ma di ghiaccio. Una volta “individuati” e “risvegliati” (verrebbe da dire “redenti”), gli adepti iniziano un nuovo cammino: “ricorda che il tuo vero nome è Ural” – spiegano alcuni membri della setta allo spaesato e dolorante studente del primo episodio – “è stato il tuo cuore a rivelarlo. Fino a oggi tu non hai vissuto, hai vegetato. Ora vivrai. Avrai tutto ciò che vorrai. E avrai uno scopo supremo nella vita” (p. 11). Fine ultimo: la riunione di tutti i fratelli (23.000, da cui trae il titolo il terzo e ultimo libro della saga) per ricreare l’armonia originaria e distruggere così il mondo delle macchine di carne.
Il romanzo si articola in quattro parti, diverse per estensione e modalità narrative. Nella prima si susseguono iniziazioni e martellamenti. Lo sfondo è una Mosca noir sfaccettata e polimorfa: Lincoln Navigator e Žiguli, prefabbricati di periferia e lussuosi appartamenti sulla Tverskaja, prostitute, studenti, cinici businessmen, birre Baltika, passeggiate solitarie lungo gli stagni del Patriarca. L’autore sembra guardare agli eventi con uno sguardo cinematografico: gli episodi si susseguono con un ritmo serrato quasi filmati da una telecamera in presa diretta, i personaggi stessi sono introdotti attraverso identikit che ricordano brevi indicazioni di sceneggiature cinematografiche (l’autore ne sottolinea l’ingresso nel romanzo anche tramite l’uso del grassetto). Alcuni esempi:
Uranov: 30 anni, alto, spalle strette, viso scarno e intelligente, soprabito beige.
Rutman: 21 anni, media statura, magra, seno piatto, corpo agile, viso pallido, nessun segno particolare, giubbetto blu scuro, pantaloni di pelle nera.
Gorbovec: 54 anni, barbuto, basso, tarchiato, mani nerborute da contadino, petto in fuori, viso rozzo, montone giallo scuro.
I prigionieri:
il primo, sui cinquant’anni, pienotto, aspetto curato, rubicondo, completo costoso;
il secondo, giovane, esile, naso gibboso, viso foruncoloso, jeans neri e giubbetto di pelle (p. 6).
In merito a tali procedimenti si è espressa in modo diverso la studiosa russa O.V. Bogdanova, sostenendo che si tratti, invece, di un gioco letterario: i dettagli fisici indicati da Sorokin sarebbero irrilevanti nell’economia della narrazione, così come l’indicazione dell’esatta ubicazione (O.V. Bogdanova, Postmodernizm v kontekste sovremennoj russkoj literatury (60-90e gody XX veka-načalo XXI veka), Moskva 2004, pp. 426-427).
Le origini, le vicissitudini e i disegni della setta sono disvelati al lettore nella seconda parte del romanzo. A ripercorrerle è, in prima persona, una delle adepte, nome da iniziata Chram [Tempio]. L’azione si trasferisce all’epoca della seconda guerra mondiale, quando l’adolescente protagonista viene inviata in Germania. L’eloquio della voce narrante si dispiega attraverso uno skaz vivace, sapientemente stilizzato dall’autore. È qui che viene rivelato il mistero del ghiaccio portentoso, rinvenuto in Siberia in seguito alla caduta di un meteorite (l’autore si riallaccia in questo caso a un noto episodio: il 30 giugno 1908, nei pressi del fiume Tunguska, si udì una fortissima esplosione e per qualche tempo il cielo siberiano si accese di una luce aurorale: centinaia di chilometri quadrati di foreste furono carbonizzate dall’improvviso calore). Ed è qui che, riportando le parole del primo dei risvegliati, Bro (le cui vicende verranno trattate più dettagliatamente nel secondo volume della serie, Put´ Bro [Il cammino di Bro, Moskva 2004]), il lettore apprende l’origine del mito degli eletti:
in principio c’era solo la Luce Primigenia. E la luce risplendeva nel Vuoto Assoluto. E la Luce risplendeva per Se Stessa. La Luce era composta da ventitremila raggi portatori di luce. Questi raggi eravamo noi. Il tempo per noi non esisteva. C’era solo l’Eternità. E noi risplendevamo in questo Vuoto Assoluto. E generavamo mondi. I mondi riempivano il Vuoto. Così nasceva l’Universo. […] E un giorno creammo un mondo nuovo. E uno dei sette pianeti era tutto ricoperto d’acqua. Era il pianeta Terra. Non avevamo mai creato simili pianeti. E fu il Grande Errore della Luce. Giacché l’acqua sul pianeta Terra formò uno specchio sferico. Non appena ci fummo riflessi in esso, cessammo di essere raggi di luce e ci incarnammo in esseri viventi. […] E come prima eravamo ventitremila. Ma eravamo dispersi per le vastità dell’oceano. […] Diventammo uomini. Gli uomini si moltiplicarono e popolarono la Terra. Cominciarono a vivere secondo il loro intelletto, asservendosi alla carne. Le loro bocche parlavano nella lingua dell’intelletto, e questa lingua come un velo ricoprì tutto il mondo visibile. Gli uomini cessarono di vedere le cose. Cominciarono a pensarle. […] E si tramutarono in morti ambulanti. E noi, isolati l’uno dall’altro, vivevamo in questo inferno (pp. 215-216).
Le ultime due parti del romanzo, quantitativamente più ridotte (meno di 30 pagine, rispetto alle oltre 300 complessive), sembrerebbero rappresentare rispettivamente un’appendice (istruzioni sull’utilizzo del “Kit medico Ghiaccio” e testimonianze dei primi fruitori: annotazioni di personaggi disparati, da registi cinematografici a studenti, da pensionati a deputati della Duma) e un epilogo-prologo di poche pagine (vi compare un bambino alle prese con il ghiaccio in una sorta di enigmatica allusione-preludio a un possibile seguito, nel frattempo già giunto a compimento: la Trilogija, inclusiva di Put´ Bro e dell’epilogo, 23.000, è infatti stata pubblicata in volume unico a Mosca nel 2006.
Il Ghiaccio di Sorokin è approdato nelle librerie nostrane grazie alla casa editrice Einaudi che ha così rotto, finalmente, il lungo letargo editoriale a cui l’autore sembrava relegato. A dispetto della notorietà e del clamore che accompagna ogni sua nuova impresa in patria, eccezion fatta per singoli racconti pubblicati in miscellanee (“Zasedanie zavkoma” [La seduta del comitato di fabbrica], I fiori del male russi. Antologia, a cura di V. Erofeev, traduzione di M. Dinelli, Roma 2001, pp. 217-237; “Proezdom” [Di passaggio], Schegge di Russia. Nuove avanguardie letterarie, a cura di M. Caramitti, traduzione di R. De Giorgi, Roma 2002, pp. 317-325; “Topolinyj puch” [Polvere di pioppo], Mosca sul palmo di una mano: 5 classici della letteratura contemporanea, a cura di G. Denissova, Pisa 2005, pp. 63-66; “Chirosima” [Hiroshima], Ivi, pp. 67-72), a oggi il lettore italiano interessato al “Tarantino russo” poteva contare unicamente sull’edizione in lingua italiana di Očered´ (V. Sorokin, La coda, a cura di P. Zveteremich, Parma 1988). Del Ghiaccio e di Sorokin era pervenuta, tuttavia, qualche scheggia per vie traverse: la riduzione teatrale del romanzo a opera del regista lettone Alvis Hermanis (lo spettacolo ha calcato le scene italiane nell’ambito del XIV Festival dell’Unione dei teatri d’Europa), e il documentario girato da Francesco Conversano e Nene Grignaffini per Raitre Mosca non ha cuore. Il mondo di Vladimir Sorokin (in lizza al Festivaletteratura Mantova del 2000).
La comparsa di Ghiaccio va accolta, dunque, come un buon auspicio per il traghettamento in Italia di uno scrittore brillante, autore di testi teatrali, sceneggiature cinematografiche, romanzi, racconti, libretti d’opera. Certo è che tradurre Sorokin si presenta come un compito piuttosto arduo. Sin dagli esordi (egli stesso definì il romanzo La coda un polifoničeskij monstr [mostro polifonico]) vera protagonista della sua produzione è la lingua: una lingua che si smaglia, si contrae, si affastella sino a esplodere in sperimentalismi linguistici di difficile transitabilità nelle lingue d’arrivo. Non fa eccezione alla regola Ghiaccio. Nel romanzo, nonostante si registri uno scarto rispetto al passato, proprio in virtù di un limitato sperimentalismo linguistico, si mantiene intatta la vocazione sorokiniana alla polifonia. Si alternano così nel testo parlate e slang, dal gergo malavitoso alle stilizzazioni del linguaggio delle chat, dallo skaz di Chram al prostorečie di Gorbovec: Sorokin li mescola e li offre al lettore in una sorta di degustazione linguistica di assai ardua resa nelle lingue d’arrivo.
Lo spinoso compito in Italia è stato affidato a Marco Dinelli, già cimentatosi in passato in imprese “ardimentose” (la versione italiana della citata raccolta curata da V. Erofeev I fiori del male russi. Antologia, Roma 2001; Juz Aleškovskij, Nikolaj Nikolaevič, Roma 2002) e che, a nostro avviso, ha saputo preservare abilmente la polifonia del testo di partenza. Si sottolineano, in tal senso, le rese di alcune parlate: l’eloquio di Gorbovec, caratterizzato da tratti marcatamente popolareschi, in italiano ha trovato il suo corrispondente attraverso una coloritura romanesca (ad esempio rendendo “glotka”, lemma non marcato in russo dialettalmente, con il romanesco “gargarozzo”, per compensare la presenza di forme tipiche del parlato come “ali” o “čivoito”, alcuni esempi:
Led: “Slyš´, Ire, šašnatcatavo stučim, i opjat´ pustyška! Što ž eto za piramidon takoj? Šašnatcatyj!” (p. 13)
Ghiaccio: “Oh, Irè, è il sedicesimo che smartelliamo, e anche questo è vuoto! Ma che razza di sfiga! Il sedicesimo!” (p. 8);
Led: “Čivoito… i ne znaju… ali v glotke?” (p. 13)
Ghiaccio: “Boh, mica ci si capisce niente… non è che viene dal gargarozzo?” (p. 9).
La parlata di Parvaz, protettore della Nikolaeva (nome da iniziata Diar), contraddistinta nella lingua di partenza da una forte akanie, dal linguaggio scurrile e da irregolarità grammaticali, è riprodotta dal traduttore attraverso aferesi, apocopi, e una coloritura siciliana (come la resa del lemma “bljad´”, letteralmente “puttana”, con “minchia”), alcuni esempi:
Led: “My že s toboj, pa-moemu, dagavarilis´. – On zatjanulsja. – Pa-chorošemu. Ty mne čto-to poobeščala. A? Raznye slova gavarila. Kljalas´. A? Ili u menja čto-to s pamjat´ju?” (p. 65).
Ghiaccio: “Noi c’eravamo messi d’accordo, mi pare. Lui aspirò una boccata. – Con le buone. M’avevi fatto ‘na promessa. Eh? Hai detto tante belle parole. Hai giurato. Eh? Oppure sono io che mi ricordo male?” (p. 64);
Led: “Vot, bratan, a ty udivljaeš´sja – pačemu u nas ubytok. – Parvaz potušil sigaretu. Rassmejalsja: - Ledjanoj tapor, bljad´! A možet – zalatoj? A? Ili bryl´jantovyj? A? Ty ošiblas´, eto ne led byl – bryl´janty. Bryl´jantovym taparom – pa grudi, pa grudi. A? Charašo. Dlja zdarov´ja. Palezno.” (p. 67);
Ghiaccio: “Hai capito, socio, e tu ti stupisci che siamo in perdita. – Parvaz spense la sigaretta. Scoppiò in una risata: - Minchia un’accetta di ghiaccio! E perché non d’oro? O di brillanti? Eh? Ti sei sbagliata, non era ghiaccio, erano brillanti. E loro, giù a sbatterti l’ascia di brillanti sul petto. Eh? Fa bene, sai? Alla salute. Fa benissimo (p. 66).
Particolarmente felice appare anche la resa dello skaz di Chram, dove il traduttore riesce a preservare il ritmo narrativo, ora disteso, ora contratto, che nell’originale accompagna la cadenza del ricordo, alcuni esempi:
Led: Kogda vojna načalas´, mne dvenadcat´ let ispolnilos´. My s mamanej žili v derevne Koljobakino, derevnja takaja nebol´šaja, vsego sorok šest´ domov. Sem´ja sovsem malen´kaja byla: mamanja, babuška, Gerka i ja. A otec srazu 24 ijunja na vojnu ušel. I gde on tam byl, kuda popal, živ ili net – nikto ne znaet. Pisem ot nego ne bylo. Vojna šla i šla gde-to. Uchalo inogda po nočam. A my žili v derevne” (p. 163).
Ghiaccio: Quando è scoppiata la guerra, avevo fatto dodici anni da poco. Io e mamma abitavamo a Koljubakino, un paesino di campagna, quaranta case in tutto. La mia famiglia non era numerosa: mamma, nonna, il mio fratellino Georgij e io. E subito, il 24 giugno, papà era partito per la guerra. E dove stava, che fine aveva fatto, se era vivo o morto, non lo sapeva nessuno. Non scriveva nemmeno le lettere. C’era la guerra, da qualche parte, e io alle volte, la notte, gli scoppi li sentivo. E noi vivevamo nel nostro paesino” (p. 165).
Led: “Ešče glaz ne razlepila, čuju – kačaetsja vse. Vezut kuda-to. Otkryla glaza: vižu, kak komnata malen´kaja. I kačaetsja slegka. Gljanula – rjadom so mnoj okno, a na nem zanaveska. A v zanaveske-to proščelina, a tam les mel´kaet. Ponjala: vezut v poezde. I kak tol´ko ja eto ponjala, u menja v golove kak-to pusto stalo. Tak, slovno eto ne golova, a saraj sennoj po vesne – ni solominki, ni travniki. Vse skotina za zimu sožrala” (pp. 189-190).
Ghiaccio: Non avevo ancora aperto gli occhi appiccicati di sonno che ho sentito ondeggiare tutto. Mi stavano portando non so dove. Ho aperto gli occhi: stavo in una specie di stanzetta, e la stanzetta ondeggiava un po’. Ho alzato gli occhi: vicino a me c’era una finestra, e attraverso la fessura delle tendine si vedeva un bosco che correva veloce. Ho capito: stavo in treno. E non appena l’ho capito, mi si è come svuotata la testa. Così, come se non era una testa, ma un fienile in primavera, quando non ci sono più né fili di paglia né d’erba, perché si sono fatte fuori tutto le bestie durante l’inverno” (p. 194).
A Mytišči si lega indelebilmente uno dei più celebri passi di Guerra e pace: l’incontro tra il principe Andrej gravemente ferito e Nataša Rostova. Ed è in questo luogo di tolstojana memoria che, forse con buona dose di vis dissacrante, si apre Ghiaccio. Un’eguale vis dissacrante sembrerebbe alla base della metafora complessa e contraddittoria del romanzo stesso. Da un lato lo scrittore tratteggia con tinte cruente e impietose il quadro aberrante di un’umanità alienata, in cui l’albugine ha ormai ricoperto non solo gli occhi e la capacità di vedere, ma anche il cuore e la capacità di provare sentimenti autentici. Da un’altra angolazione, tuttavia, non meno cruento risulta il quadro tratteggiato del gruppo di settari disposto, pur di rintracciare gli eletti, ad assassinare spietatamente le macchine di carne. Se è vero che del Sorokin tradizionale mancano nel libro il consueto “strappo narrativo” e la “sovversione del testo”, qui la sovversione parrebbe avvenire a livello di trama. Inizialmente, infatti, lo scrittore sembrerebbe pilotare il lettore a una “sum-pateia” per la comunità di eletti, ritratta scossa e fragile nei lunghi pianti catartici che fanno seguito a ogni iniziazione. Via via che si prosegue nella narrazione, tuttavia, la consueta “nota dissonante” sorokiniana si fa viva proprio nell’accentuare l’aspetto cruento e impietoso dei settari:
Adr si infilò i guanti, tirò fuori una mazza e si mise all’opera. Percosse il detenuto con i capelli bianchi. Era vuoto. Morì in fretta, sotto i colpi della mazza. Poi fu Cha a impugnare la mazza. Ma quel giorno non avemmo fortuna: anche gli altri erano vuoti. Dopo aver scagliato via ciò che rimaneva della mazza, Cha tirò fuori una pistola e finì i detenuti straziati dalle sofferenze (pp. 235-236);
In due settimane visitammo otto campi, percuotemmo il petto a novantadue persone. E ne trovammo solo una viva (p. 236);
Quasi duecento mazze di ghiaccio si infransero contro gli sterni magri dei detenuti, ma solo due cuori parlarono, pronunciando i propri nomi… (p. 238);
Quasi ogni giorno i loro coltelli mettevano fine all’insensata esistenza dell’ennesima macchina di carne […] Con i morti viventi eravamo spietati (p. 258).
In questo romanzo avvincente che lascia il lettore interdetto, il quadro tratteggiato parrebbe, però, incompleto: per ripercorrere il cammino di Bro e avere una cornice interpretativa esaustiva delle vicende e della complessa metafora sorokiniana il lettore che non conosca il russo dovrà attendere che sugli scaffali delle librerie compaia per intero la Trilogia. Ed è ciò che ci si augura avvenga in un futuro non remoto: non solo per evitare che il Ghiaccio si sciolga, ma anche perché in Italia si possa così seguitare a colmare il vacuum editoriale delle opere di uno scrittore dal potente talento narrativo.
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