A. Nivat, La Casa alta, traduzione di M.S. Palieri, Le Lettere, Firenze 2004 (Sergio Mazzanti), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 505-506

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Nonostante la fine della Guerra Fredda, la Russia per molti aspetti rimane ancora un’incognita per l’occidente, diviso tra i vecchi timori e le enormi prospettive economiche: sono pochissimi coloro che hanno una percezione reale e non stereotipata di cosa avviene oggi in questo grande paese. Tra questi c’è sicuramente Anne Nivat, come dimostra il suo La maison haute (2002), disponibile ora in italiano nella traduzione di M.S. Palieri.
In un’intervista del 2005 l’autrice affermava: “I’m a Western woman travelling the countries I did not grew up in. I’m like a bridge, you know. I’m trying to understand strangers to impart some of this knowledge to others like me” (http://enews.ferghana.ru/article.php?id=815). In effetti la Nivat, figlia del noto slavista francese George Nivat, giornalista di successo, residente a Mosca ormai da alcuni anni, rappresenta un ponte perfetto verso l’altra sponda dell’Europa.
Il volume descrive tutte le contraddizioni della nuova Russia attraverso la storia di uno dei sette grattacieli eretti da Stalin per costellare un enorme Palazzo dei soviet, mai costruito: la “Casa Alta”, dove andarono ad abitare dirigenti del partito, scienziati, attori e altri rappresentanti della categoria dei “più uguali”. Da autentica giornalista, la Nivat cede la parola agli inquilini dell’edificio, uomini e donne, ricchi e poveri, giovani e anziani, che offrono ciascuno la propria personale interpretazione della vita all’interno del grattacielo e più in generale nel loro paese: viene fuori un quadro estremamente complesso, dalle mille sfaccettature, spesso contraddittorio, come contraddittorio e impari è il confronto-scontro tra un enorme edificio di quasi 200 metri e i suoi abitanti. Per qualcuno la Casa Alta è un mostro e “alcuni abitanti di questo mostro sono a loro volta dei mostri” (p. 115); per altri l’edificio “assomiglia al castello del Mago di Oz; la notte lo si direbbe una costruzione kitsch del mondo di Walt Disney” (p. 151).
Gli abitanti della Casa Alta, “lucidi, a volte cinici, sono, come il loro paese, scissi tra due realtà: quella vecchia, sovietica, che ancora pesa, e quella di oggi, post-comunista, indeterminata e fluttuante, che l’Occidente fatica a capire” (p. 189); a volte si sente l’eco di una terza Russia, quella zarista, lontana, ma sempre presente, tra paure e nostalgie. Attraverso la storia di un edificio di “privilegiati”, in una città come Mosca, privilegiata rispetto al resto della Russia, l’autrice ci fa ripercorrere cinquant’anni di storia. Costruita da Stalin, guardata con sospetto ai tempi di Chruščev (si veda p. 103), quasi dimenticata durante la stagnazione (si veda p. 85), oggi la Casa Alta, come tutta l’architettura staliniana (si veda p. 49), torna di moda, ambita da ricchi imprenditori russi e da stranieri che cercano un’abitazione nel cuore della capitale.
Nelle interviste si ripercorrono tutte le questioni più scottanti del presente e del passato: la seconda guerra mondiale, lo stalinismo, la censura, i campi di concentramento con i suoi prigionieri (gli stessi che hanno costruito il grattacielo), l’antisemitismo, la guerra in Cecenia, la crisi economica, la soffocante burocrazia, la corruzione, il melting pot di una capitale sempre più cosmopolita, i paradossi della privatizzazione in un paese in cui la popolazione non capisce il concetto di proprietà privata, e così via. Sullo sfondo si intravedono, indistinte, quasi distorte dalla lontananza, due realtà della Russia di oggi, il presidente Putin e i “nuovi russi”: il primo, ex-membro del Kgb, erede dell’ultraliberale El´cin, è oggetto dei giudizi più contrastanti, figura simbolo di una Russia a metà tra vecchio e nuovo; i secondi, il frutto più tipico del “capitalismo selvaggio” (p. 168) post-comunista, sono trattati con ironia e disprezzo, ma rappresentano il principale motore del nuovo corso economico, con cui i “vecchi russi” devono e dovranno sempre di più fare i conti.
Nonostante i ripetuti, repentini stravolgimenti che il paese ha subito in questo secolo, si ha quasi l’impressione che la sua essenza sia rimasta la stessa; sullo sfondo di questo immobilismo, nel “regno dell’inerzia” (p. 138) è tuttavia possibile scorgere negli ultimi anni alcuni lenti cambiamenti (pp. 167, 181). Particolarmente lucida l’analisi del “direttore artistico” Vasilij Valerius: “Oggi la vera cesura è l’età: gli ultrasessantenni sono tutti nostalgici del passato; quelli tra i 50 e i 60 anni sono delusi e faticano ad adattarsi ai nuovi valori di una società che non ha più assolutamente niente a che vedere con il paternalismo di un tempo, dello zar o del padrone, quelli sotto i 40 anni bene o male si sono adattati, mentre quelli sotto i 25 sono messi meglio, perché non hanno mai conosciuto altro. Bisognerà aspettare almeno una quarantina d’anni per vedere un certo miglioramento” (p. 138).
Nel libro si riscontrano alcuni problemi di traslitterazione, qualche imprecisione documentaria, a tratti si percepiscono i problemi della doppia traduzione (dal russo al francese e poi all’italiano); le note risultano a volte un po’ approssimative (è quanto meno riduttivo definire Esenin “poeta della natura e della campagna russa, dagli accenti commoventi”, p. 195); i testi sono indicati a volte in traduzione italiana, a volte in originale, senza un criterio costante. Ma si tratta soltanto di piccoli difetti formali, che solo gli specialisti sono in grado di notare: nella sinfonia di mille voci, spesso discordi, la Nivat riesce a cogliere, e soprattutto a far cogliere, l’essenziale.
La voce della Nivat è quella di uno dei tanti abitanti dell’edificio (si è trasferita qui nel 1998), più modesta e scrutatrice, esclusivamente rivolta a penetrare la multiforme complessità di una Russia, frutto di una lunga e difficile storia. Leggiamo nell’introduzione:
abbiamo tentato di fare un quadro […] del panorama della Russia dittatoriale e della sua transizione verso la democrazia. Nel momento in cui la percezione, da parte dell’Occidente, della Russia di Vladimir Putin sembra farsi ancora più sfuocata, questo racconto si augura di riuscire a illustrare le ambiguità della società russa contemporanea, nate dalla grande complessità dei rapporti umani sotto il comunismo e nei primi anni del post-comunismo (p. 13).
L’autrice ci riesce perfettamente, evitando schematismi e soluzioni semplicistiche.
Nonostante l’apparente disomogeneità dei diversi capitoli, come disomogenea è la popolazione del grattacielo, la Casa Alta va letta nel suo complesso, simile a un mosaico che deve essere visto da lontano per coglierne il senso generale. Passo dopo passo, appartamento dopo appartamento, il lettore si sente proiettato nel vecchio edificio staliniano e riesce così a toccare con mano un microcosmo, espressione eccezionale, ma a suo modo esemplare, del macrocosmo russo: in libri come quello di Anne Nivat la Russia sembra un po’ meno incomprensibile e lontana.
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