Nestore l’Annalista, Cronaca degli anni passati (XI-XII secolo), introduzione, traduzione e commento di A. Giambelluca Kossova, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2005 (Sergio Mazzanti), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 500-501

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La Povest´ vremennych let, nome convenzionale per definire il nucleo più antico di testi cronachistici dell’antica Rus´, continua ancora oggi a interrogare filologi e storici della letteratura.
Risale all’ormai lontano 1971 la prima e unica traduzione integrale in italiano (Racconto dei tempi passati. Cronaca del secolo XII, traduzione e cura di A.P. Sbriziolo, Torino 1971), preceduta da alcuni brani apparsi sull’Antologia della letteratura russa di G. Buttafava e M. Martinelli (nel volume I, Milano 1969, pp. 14-21). Non sorprende dunque la decisione di A. Giambelluca Kossova di pubblicare una nuova traduzione del più importante monumento letterario della Rus´ kieviana. Ma non appena preso in mano il volume appare evidente che non si tratta di un semplice svecchiamento di una traduzione ormai datata, bensì di una nuova interpretazione globale: la Povest´ vremennych let, ormai da tempo considerata, se non una “creazione popolare”, per lo meno l’opera di una serie di autori il cui contributo è spesso difficile da distinguere, figura nel libro come l’opera di un autore specifico, “Nestore l’Annalista”. La Kossova è ben consapevole della natura composita del testo e che “il divenire lento e cadenzato del componimento si protrasse per diversi decenni e accolse indistintamente i contributi dei singoli redattori, come dell’intera collettività” (p. 21); ciononostante la studiosa è convinta che il contributo di Nestore sia stato determinante per l’economia complessiva del testo. Il volume si pone dunque in netta e consapevole contrapposizione con l’idea sovietica della Cronaca come creazione di tutto il popolo, ma in parte anche con il concetto stesso di “tradizione aperta”.
Come già nell’edizione della Sbriziolo, il testo è preceduto da una lunga introduzione (pp. 7-62), indispensabile al lettore moderno per superare uno iato culturale di svariati secoli; se in quel caso il saggio introduttivo apparteneva alla penna di D.S. Lichačev, la Kossova, forte di un’ormai decennale esperienza nel campo della letteratura medievale slava ortodossa e bizantina, si prende lei stessa la briga di presentare il testo.
A. Giambelluca Kossova, leggiamo sul retro della copertina, è una “filologa pura”, come dimostrano le sue molte pubblicazioni e la passione quasi religiosa con cui la studiosa analizza i testi. Il saggio introduttivo, tuttavia, non può essere considerato “filologico”, e non solo per l’assenza di note e precisi rimandi bibliografici. La tesi fondamentale, riaffermare il diritto d’autore di uno dei redattori della Cronaca, è giustificata con “l’approfondita dimestichezza con l’opera, per una prolungata convivenza col suo testo” (p. 15), con “una lettura analitica e filigranata delle pagine della Cronaca” (p. 46), con “un intrico di fili tematici, spesso carsici, ma sempre facilmente individuabili nelle connessioni e nelle complementarità” (p. 62), e così via. Ma la dimostrazione della tesi principale, requisito basilare di un autentico lavoro filologico, è poco più che accennata: l’attribuzione della Povest´ vremennych let a Nestore, “un’attribuzione questa sovrabbondantemente corroborata da un nutrito nugolo di indiscutibili criteri esterni” (p. 15), appare assai meno facilmente individuabile e indiscutibile di quanto affermi l’autrice. Manca quasi del tutto il dibattito critico con altri studiosi, vengono citati solo 2-3 nomi, tra cui non appare neanche Lichačev (con il quale invece l’autrice polemizza spesso e volentieri nelle note al testo). L’unica eccezione è A.A. Šachmatov, la cui opera principale sulla Povest´ vremennych let (1908) “permane insuperata e soprattutto non scalfita nei suoi assunti” (p. 22): la presente traduzione riproduce del resto il testo preparato dallo studioso russo nel 1916.
La Kossova dipinge in termini quasi agiografici la figura del colto e devoto Nestore, presentato come il campione della cristianità trionfante. Partendo dalla constatazione che le origini della cultura letteraria della Rus´, e in particolare della Povest´ vremennych let, sono profondamente legate all’affermazione della nuova religione, l’autrice offre una delle tante possibili interpretazioni del testo, lasciandone tuttavia in ombra altre: poca attenzione, restando nell’ambito religioso, è rivolta ad esempio ai residui pagani, che rappresentano un sostrato latente nel testo della Cronaca e che la rendono probabilmente la fonte storica più autorevole sulla religione degli antichi slavi (si vedano le pp. 101, 116, 120, 141, 147, 178, 211, 227). L’intento agiografico porta a volte la Kossova a enfatizzare eccessivamente i meriti letterari del cronachista, come nel trionfalistico commento alla lauda collocata nell’anno 1037 (p. 208); un altro esempio è la descrizione della formula tradizionale, “ritorniamo di nuovo all’argomento di prima”, con cui i compilatori medievali legavano segmenti narrativi eterogenei (digressioni, interpolazioni, brani lacunosi): “una perfezione da chirurgo plastico – leggiamo in nota – distingue le suture con cui Nestore saldò i suoi interventi al tessuto cronachistico preesistente, tanto da non incrinare il suo fluire che permane senza soluzione di continuità” (p. 224).
La parte centrale dell’introduzione è probabilmente quella più valida e originale dal punto di vista scientifico; interessante in particolare la tesi, corroborata da argomentazioni abbastanza convincenti, secondo cui la zarina Ol´ga sarebbe arrivata a Costantinopoli già battezzata (pp. 31-35).
Ma è nella seconda parte del volume (testo e note) che la studiosa si dimostra davvero “filologa”. La Povest´ vremennych let viene accompagnata da un gran numero di note esplicative, ricche di informazioni e interpretazioni interessanti, dove la maggior parte dei punti oscuri del testo trovano una spiegazione plausibile. Qui viene fuori il lavoro critico dell’autrice, non esplicitato nell’introduzione; la Kossova si confronta continuamente con le tendenze opposte, a volte in modo assai deciso, sebbene nella maggior parte dei casi la polemica sia rivolta genericamente a “qualche studioso” (p. 98), “diversi studiosi” (p. 140), “qualche incauto” (p. 143), e così via. “Tutte le ipotesi – scrive la Kossova – più o meno fantasiose, formulate in seguito, mancando di supporto filologico, non meritano di essere prese in considerazione” (p. 264): sembra salvarsi quasi solo Lichačev, principale bersaglio della Kossova, le cui teorie sono esaminate e, nella maggior parte dei casi, più o meno sbrigativamente confutate.
Lo stile “barocco” della Kossova, estremamente ricercato, criptico, spesso arcaizzante, probabilmente non molto opportuno in un’introduzione indirizzata a un pubblico di non specialisti, risulta invece assai più adatto a trasmettere l’aura di arcaicità di un’opera medievale; nonostante alcuni errori (i “baffi” del dio pagano Perun diventano una “bocca”, il fiume “Ručja” appare una volta come nome proprio [p. 179], un’altra come semplice “ruscello” [p. 120]) e una scelta lessicale non sempre condivisibile (“sciancato” [p. 168, 200], “strologavano” [p. 230], “consumarono il pasto pranziale” per “obedaša”, “si diede a gambe” per “beža”, ecc.), nel complesso l’originale è riprodotto in modo efficace; il testo tradotto, unificato nello stile, se non dalla sapiente penna di Nestore, per lo meno dalla forte personalità della traduttrice, si legge con un certo interesse.
Il volume è corredato da un utilissimo apparato critico: una “Tabella genealogica dei principi russi menzionati” (pp. 290-291), un “Indice dei nomi” (pp. 297-309), un “Indice dei toponimi e dei popoli” (pp. 311-320) e un “Indice delle citazioni e dei riferimenti biblici” (321-326); meno valida la bibliografia (pp. 293-296), datata e limitata quasi esclusivamente alle fonti (non vengono neanche citate le precedenti traduzioni italiane).
Più che per la storia della letteratura, la nuova edizione della Povest´ vremennych let appare utile per la “storia del cristianesimo” (come d’altronde si chiama la collana in cui essa è inserita). Se il filologo dovrà aspettare ancora per avere una più moderna traduzione e un’edizione critica italiana delle antiche cronache della Rus´ (lavoro, d’altronde, difficilmente affrontabile da un solo studioso, seppure dotato dell’esperienza decennale dell’autrice), in compenso il lettore interessato alle origini della spiritualità cristiana russa potrà trovare molti spunti in questo volume. La Kossova contribuisce dunque ad avvicinare il grande pubblico (o per lo meno una sua parte) al complesso mondo del medioevo slavo, che nella Povest´ vremennych let trova una delle sue espressioni più rappresentative.
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