Taste the East. Linguaggi e forme dell’Ostalgie, a cura di E. Banchelli, Sestante Edizioni (Bergamo U.P.), Bergamo 2006 (Andrea Lena Corritore), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 502-505

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Il neologismo Ostalgie è entrato ufficialmente nella lingua tedesca nel 1993, quando la Gesellschaft für Deutsche Sprache [Società per la lingua tedesca] lo inserì nell’elenco delle dieci parole più rappresentative dell’anno. L’ultima edizione del dizionario Duden in dieci volumi ha registrato il termine nel 1999, dandone la seguente definizione:
Ostalgia, la: [formato da Ost(deutschland) (‘Germania dell’Est’) e Nostalgie (‘nostalgia’)]: Nostalgia di determinate forme di vita nella ex Rdt: lampeggia l’omino del semaforo della Rdt come simbolo della O. –, termine che, anche se è stato creato nel cabaret politico, rappresenta oggi una visione del mondo da prendere sul serio [...]
Duden, Das große Wörterbuch der deutschen Sprache in zehn Bänden, VI, Mannheim... 1999, p. 282.
Avvertito con particolare intensità nella Germania riunificata, il fenomeno della nostalgia per certi aspetti della vita quotidiana nella realtà del socialismo reale ha avuto luogo, e continua a manifestarsi con varia intensità, in tutti i paesi dell’est Europa, travolti, fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del Novecento, da cambiamenti politici e culturali radicali. Chi vi si è trovato coinvolto ha visto dissolversi da un giorno all’altro il suo orizzonte di riferimento abituale, finendo per rimpiangere simboli, rituali e oggetti del mondo irrimediabilmente scomparso. La condizione di queste persone è coincisa in parte con quella degli emigranti, di cui hanno condiviso le stesse esperienze di spaesamento, desiderio struggente per la patria perduta, oltre che un rafforzamento del senso di appartenenza nazionale: Polonia, Ungheria, Romania, ex Jugoslavia e Russia rivendicano particolari forme di nostalgia, che, a seconda delle aree geografiche, hanno trovato nomi, forme, linguaggi e pratiche discorsive diversi.
Solo di recente, a partire da studi fondamentali, come quello della slavista Svetlana Boym (The Future of Nostalgia, New York 2001; parzialmente tradotto in Italia nella raccolta Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, a cura di F. Modrzejewski e M. Sznajderman, Milano 2003), le ostalgie (il plurale è d’obbligo e rende conto della molteplicità delle forme in cui il termine può essere declinato) hanno ricevuto l’attenzione critica e scientifica dovuta: sempre più lungo si fa l’elenco degli studi di carattere interdisciplinare (storici, antropologici, sociali, linguistici, culturali) dedicati al fenomeno.
Il volume curato dalla germanista Eva Banchelli è uno dei primi tentativi, in ambito accademico italiano, di indagine sistematica e comparatistica delle forme e dei linguaggi della memoria ostalgica e vede coinvolti studiosi delle culture di diverse aree geografiche (la Germania, innanzitutto, la Russia, la ex Jugoslavia). Il libro fa seguito a un precedente volume, sempre a cura di Banchelli, La cortina invisibile. Mutazioni nel paesaggio urbano tedesco dopo la riunificazione. Testi – immagini – riflessioni (Bergamo 1999), e a sporadici, ma importanti studi quali quello di Gian Piero Piretto, “Cara, vecchia Unione Sovietica” (Cinque letterature oggi. Russa, polacca, serba, ceca e ungherese, Udine 2002, pp. 27-36), e Paolo Capuzzo, “‘Good Bye, Lenin’. La nostalgia del comunismo nella Germania riunificata” (Studi culturali, 2004, 17, pp. 151-163).
Tradurre in forma di racconto i momenti del proprio vissuto quotidiano è senz’altro un modo per compensare il disagio esistenziale di un presente che risulta estraneo e talora ostile; come può anche servire a trovare uno spazio di resistenza alle aggressioni di una macrostoria globalizzante che mira a cancellare un passato storico, uscito sì perdente dal conflitto dei grandi sistemi, ma indissolubile dalle biografie individuali e collettive di chi, nel bene o nel male, vi ha trascorso la propria esistenza, o anche soltanto alcuni anni di vita; è infine la rivendicazione di una differenza, di un sogno utopico che, sebbene talvolta abbia assunto tratti agghiaccianti, non per questo ha perso di attrattiva, almeno nelle sue premesse originarie.
Dopo l’iniziale esaltazione per il modello occidentale, agognato per anni, e la grande scorpacciata consumistica, nelle aree dell’ex blocco socialista ha fatto spesso seguito una fase di disillusione di fronte agli immutati problemi del vivere quotidiano, al divario economico non colmato fra Est e Ovest, al persistere degli stereotipi discriminanti (spesso interiorizzati) nei confronti delle popolazioni di questi paesi. Da qui il rimpianto e il desiderio diffusi di riandare con la memoria a un passato, vagheggiato come un eden felice (l’eden della propria giovinezza; non è un caso che il periodo più evocato siano gli anni Sessanta). I rischi impliciti del ripiegamento nostalgico sono evidenti a tutti: non si tratta di dimenticare quanto fosse irreversibile e avanzata la malattia di quel mondo, ma di salvare quanto merita di essere traghettato nel presente. Già Svetlana Boym aveva distinto fra una “nostalgia restauratrice”, che ambisce a ricostruire lo spazio e il tempo perduti, e una “nostalgia riflessiva”, ironica e umoristica, in cui le emozioni non offuscano le capacità critiche del pensiero.
Per quanto però tutti gli autori presenti nella raccolta insistano, forse in maniera talora soverchiamente didascalica, sulla necessità di non abdicare mai del tutto alla ragionevolezza, al senso critico e all’auto-ironia, non si può non vedere come alcune esperienze nostalgiche delle società centro-europee attuali vadano proprio nella direzione del revanscismo tanto paventato. Nel momento in cui si fa narrazione, la memoria ostalgica diventa necessariamente interpretazione e riscrittura del proprio vissuto, con tutti i rischi di falsificazione che ne conseguono. Per questo è importante che il distacco ironico non venga mai meno.
Utili per l’analisi delle ostalgie sono gli strumenti offerti da recenti proposte metodologiche, quali gli studi sulla memoria (Pierre Nora, Aleida Assmann), la microstoria (Carlo Ginzburg), il neostoricismo (Stephen Greenblat) in primo luogo, ma anche, naturalmente, le teorie delle rappresentazioni culturali da Michel Foucault a Clifford Geertz, passando per la scuola semiotica di Tartu, per finire, come di regola, alla linguistica strutturalista di Ferdinand de Saussure. Gli autori della raccolta attingono a queste teorie in maniera varia.
Oggetti e luoghi sono gli aspetti della quotidianità perduta più investiti dal desiderio ostalgico, per questo, oltre ai metodi appena elencati, gli studiosi di ostalgie si rifanno sovente al filone di studi sulla cultura materiale quotidiana (Norbert Elias, Daniel Roche, Michel de Certeau, tra i tanti), come pure traggono ispirazione dalle flânerie letterarie (da Charles Baudelaire e Georg Simmel a Walter Benjamin).
Infine, come è evidente, l’attaccamento ostalgico a luoghi e oggetti ha avuto, specie negli ultimi tempi, notevoli ricadute massmediatiche, popculturali e camp. Anche queste vengono indagate da alcuni degli autori presenti.
La frammentarietà irrevocabile degli scampoli di vita strappati al passato mette bene in evidenza quanto le ostalgie siano figlie della post-modernità, come sottolinea il titolo scelto dalla curatrice per il volume. Taste the East è una rivisitazione ironica e disincantata della pubblicità delle sigarette West, oggetto di desiderio per molti di coloro che vivevano oltrecortina, ma è anche la traduzione di Kost the Ost, un gioco di successo inventato nel 1996 da due studenti di Berlino: si tratta di un mazzo di quarantasei carte su cui sono raffigurate le marche di prodotti tedesco-orientali divenuti oggetti di culto negli ultimi anni e catalizzatori del rimpianto ostalgico. Inoltre, anche la scelta di raccogliere saggi di studiosi di discipline e aree geografiche diverse (comune anche ad altre raccolte, enciclopedie, dizionari, lemmari dedicati a questo tema) rimanda alla necessità che le soggettività attanti del post-moderno siano plurali (“la resistenza individuale su un piano di soggetti e oggetti che si attraversano reciprocamente”, M. Cometa, “Iniziare nel mezzo”, Dizionario degli studi culturali, a cura di R. Coglitore e F. Mazzara, Roma 2004, pp. 9-49, qui p. 34), tanto più giustificata dal carattere transnazionale e individualistico del fenomeno (sebbene la memoria individuale possa essere condivisa dal collettivo), come anche rimanda alla precarietà e alla disorganicità dei discorsi attuali.
Ma sarà meglio a questo punto dare conto dei singoli saggi, che affrontano il fenomeno ostalgico nei suoi vari aspetti e secondo alcune delle aree geografiche d’emergenza: sostanzialmente Germania, Russia, ex Jugoslavia.
Nel saggio d’apertura della raccolta (pp. 9-31), Eva Banchelli traccia un ritratto dell’ostalgia tedesco-orientale, facendosi guidare dalle suggestioni letterarie di autori, più o meno noti, tra i quaranta e i cinquant’anni, tutti nati e cresciuti nell’ex Rdt. L’articolo è ricco di spunti metodologici ed è seguito da una bibliografia dei principali studi sulle ostalgie fondamentalmente di area tedesco-orientale. Alle manifestazioni letterarie della memoria ostalgica sono dedicati anche il contributo di Manuela Poggi (pp. 131-141), incentrato sulla lirica Fernsehen [Televisione, 1990] di Heiner Müller, e il saggio di Enza Gini (pp. 143-163), che analizza uno dei romanzi di maggior successo nella Germania degli ultimi anni: Zonenkinder [I figli della Zona, 2002] di Jana Hensel, sulla generazione dei nati negli anni Settanta nella Zona, come veniva chiamata, non senza un certo disprezzo, la Repubblica democratica dai tedeschi dell’Ovest.
Al cinema della Ostalgie è dedicato l’articolo di Geremia Carrara (pp. 113-129), un percorso che parte dall’analisi della commedia Sonnenallee (1999, regia di Leander Haußmann), attraverso il notissimo Good Bye, Lenin! (2003, regia di Wolfgang Becker), per finire con la commedia di gusto romantico Kleinruppin forever (2003, regia di Carsten Fiebeler).
Peggy Katelhön (pp. 33-57) studia il versante linguistico della Ostalgie, ovvero quanto è rimasto dei termini specifici della variante orientale del tedesco dopo la riunificazione, e quali particolari connotazioni assumono queste parole nell’uso delle generazioni più giovani.
Andreas Ludwig (pp. 59-75) racconta l’esperienza del centro di documentazione di Eisenhüttenstadt, un archivio della cultura materiale quotidiana della Rdt creato nel 1993. La particolarità delle esposizioni organizzate nel museo risiede nel fatto che gli oggetti in mostra (la collezione completa ammonta a circa 90.000 pezzi) sono sempre accompagnati da un commento del donatore sul significato che questi oggetti rivestivano nella sua vita quotidiana. Questo approccio ha contribuito a dare una dimensione corale e composita alla narrazione storiografica dell’esistenza quotidiana nella Rdt.
All’aspetto mediatico sono dedicati il saggio di Andrea Rota (pp. 97-111), un case study sulla rivista per eccellenza della Germania orientale Das Magazin, e l’articolo di Luigi Ghezzi (pp. 77-96) sul ruolo svolto da Internet nella costruzione culturale del fenomeno della Ostalgie.
Quanto alla sezione slavistica della raccolta, due saggi sono dedicati allo studio di città e ai retaggi iconografici e architettonici del socialismo nel testo culturale di Berlino e Mosca. Matteo Bertelè ripercorre i luoghi “sovietici” della capitale tedesca per capire che cosa ha resistito all’iconoclastia culturale dei primi anni Novanta e come un processo di risignificazione abbia mutato la connotazione di questi luoghi (pp. 165-198). L’autore si sofferma anche sui più importanti eventi artistici russo-tedeschi che hanno avuto luogo a Berlino negli ultimi anni. Unico in tutta la raccolta, questo saggio è corredato da un ampio apparato iconografico a colori, che ne costituisce una sorta di appendice. Gian Piero Piretto affronta il tema della nostalgia nella sua variante russo-moscovita (pp. 225-243). Luoghi, ambienti e atmosfere di Mosca sono percorsi e illustrati con il gusto di un raffinato flâneur che si muove con grande agio nel tempo, oltre che nello spazio.
Anche il saggio di Giovanni Moretto indaga il volto della Berlino russa (Russkij Berlin) contemporanea, ma lo fa ritrovandovi i segni di una ostalgia camp che utilizza i simboli della realtà sovietica in modo ironico e trasgressivo per la costruzione di eventi culturali mondani (pp. 199-223).
Marco Dinelli analizza l’aspetto più commerciale della nostalgia sovietica attraverso i case study di due brand del mercato attuale, connotati come “sovietici”: il formaggino Družba, vera e propria madeleine di proustiana memoria, e la vodka Glavspirttrest, un marchio di recente invenzione che fa leva sui sentimenti nostalgici degli acquirenti (pp. 245-256).
Infine, Andrea Trovesi recensisce il volume Lexikon YU Mitologije (Beograd, Zagreb 2004), vera e propria enciclopedia della jugonostalgija (pp. 257-274). Un progetto culturale di notevole interesse: il corpus dei lemmi viene aggiornato di continuo da chiunque voglia contribuire con nuove voci, e l’immagine della Jugoslavia, resa attraverso oggetti, luoghi e personaggi del quotidiano, si riflette in una composizione polifonica e aperta.
È questa, a mio avviso, la strada giusta da percorrere per studiare le ostalgie, come “insieme di pratiche discorsive, comunicative e memoriali” (p. 24): il mosaico della memoria collettiva è ricomposto attraverso le tessere del ricordo individuale. Un approccio trans-disciplinare è inoltre indispensabile per cogliere il fenomeno nella sua complessità. Lo studio del quotidiano (re)mitologizzato è importantissimo per dare corpo a una microstoria dal basso, generalmente negletta dalle narrazioni storiografiche che trovano il loro oggetto principale nelle strategie del potere più che nelle tattiche di resistenza. Si giungerebbe in tal modo ad avere un quadro più sfaccettato della realtà storica, e si eviterebbe di cadere nelle generalizzazioni dicotomiche abituali, in cui potere e repressione sono contrapposti a resistenza e opposizione. La storiografia più recente propone infatti di guardare ai cosiddetti regimi dittatoriali come a realtà “assistenziali e consensuali” (p. 62), che presuppongono la riproduzione delle pratiche di potere da parte di ampi strati sociali. Lo studio delle (n)ostalgie, infine, può fare luce sulle radici dei revanscismi attuali, in modo da dare chiavi di analisi utili alla costruzione del futuro.
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