A. Sbutega, Storia del Montenegro. Dalle origini ai nostri giorni, Rubbettino, Catanzaro 2007 (Angelo Floramo), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 508-510

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Narra il mito che in questa terra aspra e bellissima posta dagli dei a confine tra il mare e le radici profonde dei monti, in tempi immemorabili giunsero Cadmo e Armonia, alla ricerca di Europa, la principessa fuggitiva, fanciulla inafferrabile, così vicina e pure sempre troppo lontana per essere ritrovata.
Ci piace pensare che in questa narrazione dai toni quasi profetici per una regione da sempre alla ricerca di un’identità europea – pur consapevole della sua indole orientale – si possa leggere in filigrana la cifra stessa della ricca e complessa storia del Montenegro, uno “stato in bilico”, come in molti lo hanno definito, perennemente sospeso, rapito e ammaliato dal demone del confine, che da sempre ne costituisce, per così dire, l’anima e la più intima vocazione, se non proprio il fatale dover essere nel corso dei secoli.
Anton Sbutega ne segue gli intricati percorsi storici e umani, a partire dalle lontane origini della protostoria illirica, inseguendo le rotte delle navi cretesi, fenice e greche, fino alla recentissima dichiarazione di indipendenza, proclamata il 3 giugno del 2006 dopo un referendum popolare che ha definitivamente spezzato i vincoli geopolitici con la Serbia, da sempre sua primaria interlocutrice, nel bene e nel male. Docente universitario, editorialista di numerose testate nazionali e internazionali, già membro del Consiglio del Movimento per l’indipendenza del Montenegro e oggi ambasciatore della Repubblica del Montenegro presso la Santa Sede, l’autore è certamente una delle voci più autorevoli e competenti per affrontare un compito tanto complesso e difficile quale può essere la compilazione della storia patria di un paese che già per quattro volte, nel corso dei secoli, ha faticosamente conquistato (e quindi anche perduto) la propria indipendenza. L’impresa infatti non può prescindere da una invidiabile e riconosciuta capacità di sintesi che sappia tuttavia mantenere costanti i riferimenti ai contesti storici più generali, agli inquadramenti di più articolata apertura senza i quali sarebbe davvero impossibile leggere e interpretare le vicende che hanno attraversato una terra in cui le ricche e preziose evidenze storiche quali i siti archeologici, le fortezze, i monasteri, le città fortificate, nulla saprebbero esprimere senza quelle sfuggenti radici che di volta in volta parlano attraverso i colori dei costumi popolari, le voci salmodianti dei canti folklorici, le leggende, i miti primigeni di fondazione, sempre corruschi di morte e di eroici furori.
Così l’approccio tradizionale dello storico, che deve sempre fare i conti con una lettura scientifica e razionale dei dati a sua disposizione, non può qui trascurare le linee incerte di un profilo inconscio, mitopoietico e per così dire quasi junghiano, capace di svelare l’anima tribale, ancestrale e profondamente omerica di queste contrade costrette dalla storia a dover coltivare un’anima scissa tra opposte identità spesso in conflitto tra di loro: la costa disseminata di popolose città, colonie antiche poi trasformatesi nei secoli in arche di cultura, in empori commerciali multietnici e plurali; l’entroterra ispido e roccioso, popolato da pastori guerrieri che ancora oggi parlano un idioma che ha l’accento aspro e fiero dell’illiria; Bisanzio e Venezia, la chiesa latina e quella greca, la Sublime Porta di Istanbul e la Russia degli zar. Contraddizioni, specchi di infinita prospettiva in cui perdere ogni logica scontata.
Proprio questa premessa induce Sbutega a intessere una rete delicata e fragile in verità, sempre difficile da dimostrare, ma di grande suggestione culturale, che nella successione dei capitoli trova tuttavia sempre obiettiva giustificazione, poggiando su argomentazioni che non trascurano mai la dimensione economica, quella sociale e quella politica, certamente più visibili rispetto al sostrato antropologico, sfuggente proprio perché estremamente complicato, stratificatosi nei secoli a formare un’identità polimorfa e per questo tanto più affascinante e degna di studio. In verità tale avvertenza ci viene suggerita dall’autore fin dall’introduzione, a dimostrazione della sua onestà intellettuale, come a mettere in guardia il lettore dalla pretesa di comprendere tutto, di sistematizzare ogni evento secondo i parametri di un’esigenza tipicamente nostra e tutta occidentale. Troppo spesso ci dimentichiamo che parlando di Balcani il Logos deve cedere il passo al Mythos. Giacché qui, come viene più volte evidenziato nel corso della corposa discettazione, “si incontrano e si mescolano” due anime contrapposte, due modi diversi e lontani di percepire il mondo e le cose:
uno, ormai dominante in Occidente, vede il tempo in modo cronologico e lineare, come un susseguirsi di avvenimenti e un progresso continuo, che sia ad infinitum o verso una meta precisa. Per l’altro il tempo è un riflesso dell’eternità e quello storico si ripete in cicli. Proprio all’incrocio tra queste dimensioni si dipana la narrazione contenuta in questo libro.
La struttura della trattazione è quella classica del manuale di storia: una silloge coerente di fatti cui si cerca di dare una chiave di lettura ordinata e ordinatrice di una quantità di avvenimenti davvero impressionante – tanto da far perdere talvolta l’orientamento – e quasi del tutto ignota alla storiografia occidentale, troppo spesso autoreferenziale e dimentica della vastità dei mondi che la circondano e che tuttavia l’hanno attraversata. Da un primo capitolo introduttivo in cui vengono delineati gli “spazi della storia”, insistendo su una panoramica geo-antropica del Montenegro, l’autore passa a esaminare nei capitoli successivi l’evoluzione degli eventi, individuando rispettivamente sei momenti fondamentali, quasi fossero sei distinte sequenze nell’evoluzione del suo paese : l’Evo antico, dalla fondazione del regno illirico alla suddivisione dell’Impero operata da Teodosio che nel 395 d.C. fece scorrere il limes, la linea divisoria dei due blocchi (quello occidentale e quello orientale appunto) proprio attraverso il Montenegro, spaccandolo in due, condannandolo per sempre a una esasperata e inconciliabile dualità; segue l’approfondimento sul millennio medievale, dal crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C) alla conquista ottomana del 1496, con l’epopea di Bisanzio e di Venezia a contendersi popoli, confini, terre e mercati; molto accurata e approfondita l’analisi della dominazione turca (che si estende lungo tutto il quarto capitolo) fino alle guerre napoleoniche, che per l’area balcanica culminarono nel 1797, con la cessione all’Austria asburgica dei territori di San Marco; segue il complicatissimo sviluppo del XIX secolo, l’esasperata nascita dei nazionalismi e il tentativo di ricomporre una scacchiera altrimenti esplosiva (e lo sarà!) attraverso i momenti fondamentali del congresso di Berlino del 1878, così importante per la storia degli slavi del sud nel più ampio contesto dei rapporti di forza e di interesse tra le grandi potenze europee. Fu proprio in questi anni infatti che esse scoprirono, nella regione, un irrinunciabile trampolino per il controllo dell’Adriatico e quindi del Mediterraneo, triste premessa a ben più insanguinati confronti che di lì a poco avrebbero distrutto la “meglio gioventù” d’Europa; con interessanti spunti critici Sbutega affronta nel sesto capitolo le tematiche importantissime che caratterizzarono il XX secolo, in cui tutto parve di cruciale importanza, dalle guerre balcaniche del 1912 e del 1913, premessa della “Grande guerra”, fino alla tragedia del secondo conflitto mondiale. Nelle pagine successive l’autore si sofferma ad analizzare gli anni della ricostruzione titoista della Jugoslavia come unione delle repubbliche federali socialiste, di cui anche il Montenegro fu espressione. Segue la disamina degli anni immediatamente successivi alla morte del “presidente partigiano” e alla conseguente tragica dissoluzione del suo progetto politico; infine l’ultimo capitolo, il settimo, è dedicato agli anni insanguinati di Milošević e alla rovinosa caduta del suo regime. Con molta onestà e coraggio Sbutega enuclea le colpe del mondo occidentale, che dalla dissoluzione di quel mondo trasse vergognoso profitto, agevolando, come nel caso del Montenegro, lo sviluppo di mafie internazionali che dall’embargo alla Serbia derivarono enormi benefici grazie a traffici illeciti e operazioni di dubbia moralità. Il capitolo si conclude, come s’è detto, con la recentissima proclamazione di indipendenza del 2006: tutti fatti a noi talmente vicini che quasi paiono sottratti dallo storico ai taccuini dell’inviato di guerra. Un terreno molto delicato e ancora “scoperto” dunque, facilmente soggetto a tutte quelle possibili mozioni che caratterizzano il dibattito storico quando la contemporaneità si fa stretta e urgente, resa tale da ferite non ancora rimarginate e da una situazione di fatto tuttora non risolta. Va quindi riconosciuto all’autore il coraggio di aver affrontato un tema così delicato con la dovuta obbiettività pur essendo emotivamente e personalmente coinvolto nei fatti che caratterizzarono quegli scenari, tanto da subirne egli stesso la triste conseguenza dell’esilio (risiede a Roma dall’ottobre del 1991).
Premesso che ogni tentativo di ricostruire il profilo di una “nazione”, la sua genesi e le vicende che l’hanno caratterizzata nel tempo è sempre un’operazione meritoria e benvenuta, in quanto aiuta a comprenderne i processi di formazione in relazione a tutti gli altri popoli con cui essa ha spartito nei secoli il proprio percorso, va comunque detto che Sbutega, attraverso la compilazione della sua ricerca, sembra tuttavia inseguire un percorso fortemente ideologizzato che lo porta a identificare il popolo del Montenegro per contrarium, ovvero individuandone gli elementi di originalità e unicità in contrapposizione con tutti gli altri popoli che abitarono e ancora abitano quella straordinaria regione; operazione che l’autore compie in particolare nei confronti dei serbi, fratelli e nemici da antica data del popolo montenegrino. L’insistenza, fin dalle prime battute, sull’antica anima cattolica romana della regione della Doclea, che fu il seme dal quale si sviluppò, secondo l’autore, l’identità montenegrina, rispetto alla Rascia (che diverrà la Serbia) orientata invece al credo ortodosso, tradisce una volontà (legittima?) di differenziazione inseguita, cercata, sottolineata forse talvolta con troppo zelo ed eccessiva acribia, quasi a voler giustificare, a posteriori, che il referendum del 2006 non è il frutto di un’anomalia politica quanto piuttosto la naturale conclusione di una lunga, lenta, ragionata evoluzione storica. Una semplificazione che non fa onore proprio alla complessità degli avvenimenti che la stessa ricostruzione di Sbutega mette in evidenza.
Il sospetto che le operazioni di ricostruzione storica, specialmente quelle promosse da entità politicamente nuove benché storicamente antichissime, abbiano una valenza “giustificatoria” resta sempre in agguato, come un retrogusto che persiste a lettura conclusa, fatto salvo l’interesse e la serietà della ricerca. Ora sarebbe opportuno aprire i termini di un dibattito storiografico, civile, sereno e circostanziato. Un plauso alla casa editrice Rubbettino, che in questi ultimi anni ha dimostrato di concedere voce alla pluralità delle vedute, e si sta proponendo, per serietà e interesse, come un punto di riferimento nel panorama degli studi sui paesi del sud est europeo. Unica perplessità la scelta editoriale di ricorrere a una normalizzazione dell’onomastica e della toponomastica che evita tutti i segni diacritici degli alfabeti delle lingue slave.
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