E. Ivetic, Le guerre balcaniche, Il Mulino, Universale Paperacks, Bologna 2006 (Angelo Floramo), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 506-507

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Tra il 1875 e il 1876 in Bosnia Erzegovina e in Bulgaria scoppiarono numerose insurrezioni anti ottomane, rinvigorite dalla guerra che la Russia subito mosse all’impero della Sublime Porta nel 1877, approfittando della situazione di crisi in cui versava: il gigante ottomano stava ormai collassando sotto il peso di una storia pluricentenaria proprio mentre i popoli a esso soggetti si lasciavano inebriare da una rinnovata primavera identitaria alimentata dall’emergente nazionalismo tardo ottocentesco. La conseguenza di queste sollevazioni, sancita dal celebre trattato di Santo Stefano, fu la nascita della “Grande Bulgaria”, un’entità politica che si estendeva dal Danubio alla Tracia, dalla Macedonia all’Egeo. Dietro si celava l’ambizione della corona imperiale russa, da sempre desiderosa di aprirsi finalmente una finestra in ambito mediterraneo allungando le proprie mani sull’area balcanica. L’immediata reazione inglese e austriaca (si temeva una pericolosa perdita di quella politica dell’equilibrio già varata dal congresso di Vienna nel 1814) indusse le grandi potenze europee a ridefinire confini e competenze, rimettendo tutto in gioco. Nacque così l’esigenza di un attento studio che a tavolino ricucisse gli stappi prodotti dai conflitti. La conferenza di Berlino, sotto l’attenta regia del cancelliere von Bismark, sancì la nascita della Romania, della Serbia, del Montenegro; la grande Bulgaria venne divisa tra la Bulgaria propriamente detta, di fatto un principato soggetto all’impero ottomano; la Rumelia orientale, semi autonoma e governata da un principe cristiano e la Macedonia, sotto il diretto controllo ottomano. La Russia si annetté la Bessarabia meridionale, mentre l’Austria ebbe libero accesso all’occupazione della Bosnia Erzegovina, che avrebbe in seguito ufficializzato con l’annessione del 1908. È questa la premessa allo scoppio delle “guerre balcaniche” del 1912 e del 1913, che il veloce e documentatissimo saggio di Egidio Ivetic analizza con una straordinaria capacità di sintesi e una brillante lucidità nell’analisi dei dati. Ne emerge un quadro del tutto inedito di un’Europa sull’orlo della più tragica e disastrosa delle guerre, che proprio nei Balcani sperimenterà l’efficacia e la spietatezza di una nuova disciplina militare: la vecchia scuola d’arme ottocentesca era ormai stata superata sia nella strategia che nell’armamento. Le truppe operarono tuttavia sullo scenario di un mondo arcaico, ancora profondamente segnato da lotte tribali e da un contesto etnico e antropologico molto variegato e complesso. Una contraddizione fortissima, che investe, nel ragionamento condotto dall’autore, la stessa filosofia del conflitto: da una parte infatti ci sono le ragioni di un aspro nazionalismo, spesso intollerante e fanatico, foriero di un etnocentrismo esasperato al punto di giungere allo sterminio pianificato, alla politica dell’orrore e della strage per agevolare i processi di “pulizia etnica”, tristemente replicatisi nel corso degli anni fino a tempi a noi recentissimi; dall’altra il profilo straordinario di una Turchia europea improntata al multiculturalismo e alla multietnicità; un mondo di fatto tollerante e cosmopolita destinato a soccombere di fronte alle nuove istanze di un nazionalismo isterico e sedizioso. Così in nome della differenziazione etnica nel 1912 Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro mossero di nuovo guerra all’Impero ottomano, avanzando diritti su Tracia, Macedonia, Epiro, Kossovo e Sangiaccato. La Serbia invase la Macedonia, rivendicata anche dalla Bulgaria; bulgari e greci si contesero Salonicco, l’Albania, occupata da truppe serbe, dichiarò la propria indipendenza, sorretta e appoggiata da Austria e da Italia, mentre ancora una volta sul fronte slavo si ergeva la corona degli zar, pronta a difendere i fratelli ortodossi in nome di un panslavismo fortemente interessato: insomma un vero e proprio “guazzabuglio balcanico”, che la pace di Londra del 1913 non risolse affatto, anzi complicò, aumentando la tensione e gettando le basi per lo scoppio di un ulteriore scontro in cui, questa volta, i vincitori della Turchia, contendendosi i territori recentemente acquisiti della Macedonia, si massacrarono a vicenda: Serbia, Grecia, Bulgaria, cui si aggiunsero Montenegro e Romania, si abbandonarono a cupe violenze e a sanguinose rese di conti.
Ivetic riesce a far emergere tutto lo stridente contrasto di questo frangente: i soldati dei diversi contingenti militari che parteciparono al conflitto erano armati di moschetti Mannlicher, Mauser dotati di caricatore, mitragliatrici tedesche Maxim, cannoni francesi Schneider-Creusot, mortai italiani: le migliori fabbriche d’Europa li avevano equipaggiati; e ancora potevano contare sull’appoggio logistico di torpediniere, cannoniere, aeroplani da ricognizione, telegrafo; treno e ferrovia venivano impiegati dal genio militare come inalienabili supporti strategici per il trasporto di mezzi e di uomini. Si sarebbe detta una guerra davvero moderna. A fronte di tanta “evoluzione tecnica” le commissioni internazionali che vennero chiamate a redigere relazioni sugli scenari di guerra – prima fra tutte la commissione Carnegie, che nelle sue fila poteva vantare la presenza di noti intellettuali e uomini provenienti tanto dal mondo della cultura quanto da quello dell’alta diplomazia – testimoniarono stragi efferate compiute su inermi civili musulmani, uccisioni sommarie, ruberie, stupri, furti e violenze di ogni sorta. Tra i villaggi si aggiravano bande di volontari animate dalla volontà di rapina, non certo mosse da ideali patriottici; spesso gli eserciti regolari si scontravano contro le milizie volontarie di paramilitari; era consueto uno scenario in cui piccole comunità di villaggio approfittassero del conflitto per regolare i conti con la comunità di villaggio confinante. Tribunali improvvisati si resero responsabili di massacri, sevizie, umiliazioni e torture specialmente ai danni di notabili musulmani. Non furono infrequenti i casi di intere comunità costrette a entrare nelle loro moschee e quindi arse vive. Alle conversioni forzate si alternavano saccheggi, negozi distrutti , quartieri devastati. Un pogrom di nuova concezione. Lev Trockij, che in questi anni era inviato speciale nei Balcani per la Kievskaja Misl´ raccolse testimonianze atroci di interi gruppi di albanesi disarmati e sgozzati da milizie serbe.
Il confronto non è mai possibile per uno storico, perché ogni evento è figlio delle circostanze che lo hanno generato. Ma le fosse comuni di Srebrenica, le lunghe teorie di profughi serbi in fuga dalle Krajne croate, Vukovar bombardata o il ponte di Mostar disintegrato sotto la gragnola dei colpi sembrano essere lo stesso fantasma che ritorna, a distanza di ottant’anni, sugli stessi luoghi, a insanguinare gli stesi scenari. La commissione concluse i suoi lavori nel 1913. Pochi mesi dopo, a Sarajevo, l’assassinio di un arciduca d’Austria avrebbe riaperto tragicamente i termini della questione.
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