A. Kurkov, I pinguini non vanno in vacanza, traduzione di B. Osimo, Garzanti, Milano 2006 (Marzia Cikada), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 494-495

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Ogni promessa è un debito, e questo Viktor Zolatotyaon lo sa bene. È per tenere fede a una promessa che torna a Kiev, per riportare il suo fedele amico Miša in Antartide, l’amico che gli ha permesso di salvare la vita prendendo il suo posto sui ghiacci dell’Antartide. L’amico è in realtà un pinguino, ma nessuno pare notare la bizzarria della cosa. Anzi tutta la storia ha sfumature piuttosto serie, si intrecciano personaggi politici di malaffare, banchieri, notai, diversi morti in strane circostanze. L’epopea di Viktor per ritrovare il suo pinguino e per ristabilire la serenità è quanto mai densa di incontri che hanno del criminoso ma senza avvedersene, quasi con leggerezza.
Il crimine è stile di vita nell’Ucraina che viene disegnata dal romanzo. Dietro ogni pagina l’autore nasconde banchieri mafiosi che fanno una brutta fine, vedove dagli insaziabili appetiti, prostitute, becchini ceceni, banditi, hacker, mutilati di guerra, tutta un’umanità di questo tipo, ma lo fa con una certa tranquillità, senza stupore o ansia, i suoi personaggi bislacchi sono semplicemente così. Certo in aiuto a Kurkov viene la sua capacità di mostrare il grottesco per quello che è, non per nulla è autore anche di numerose opere per ragazzi, da cui deriva la sua “acutezza semplice”.
Andrei Kurkov (nato nel 1961 a San Pietroburgo) conosce bene il mondo ucraino ed è abituato a cucinarlo in salsa di farsa per nascondere certe verità che potrebbero apparire in altra maniera ben più forti. Lui le umanizza e rende credibili proprio dandogli quella sfumatura di follia che ritroviamo in questa storia. Ma la lettura di questo romanzo non è così spensierata come potrebbe sembrare. Se questo è il pregio dell’autore, infatti, d’altro canto abbiamo la difficoltà di entrare in contatto con la storia in maniera immediata. I motivi?
Primo. I pinguini non vanno in vacanza è un secondo volume. Arrivando alle sue pagine senza essere passati per il primo tomo della saga si ha un senso di disorientamento che tarda a passare, anche quando pagina dopo pagina la storia comincia a delinearsi in modo più preciso.
Secondo. Le tante avventure in cui incorre il nostro protagonista alla ricerca del suo amico, se colpiscono per il loro carattere grottesco, lo fanno anche per il carattere arzigogolato del tutto. Spesso ci si perde in intrecci contorti fino alla noia, si lascia andare il filo della narrazione che rimane incastrato in anfratti reconditi da cui pare non voler uscire più.
Anche l’immagine di Miša, del pinguino imponente e generoso, si impoverisce e si perde tra le tante altre voci. Così alla fine il lettore ha viaggiato tanto, sentito tanti profumi, visti luoghi impervi e ascoltate storie assurde, ha potuto constatare intrecci impensati tra mafia e servizi segreti, avvistato le oscure connessioni del potere eppure di tutto questo gran viaggiare non resta neppure una cartolina o un souvenir. Alla fine ci si ricorda solo che ogni promessa è un debito, che Miša è tornato a casa e che l’Ucraina deve essere un posto parecchio avventuroso, a ben guardare. Quasi da doverci fare attenzione.
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