Glosse storiche e letterarie V
[F. Leoncini, La questione dei Sudeti 1918-1938, Libreria Editrice Cafoscarina, [Venezia 20052];
La nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e “Questione nazionale” 1889-1953:, a cura di M. Cattaruzza, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2005;
V. Wolf, Čeští a slovenští umělci na Bienále v Benátkách 1920-1970, Univerzita Palackého, Olomouc 2006;
Jan Svěrák, a cura di A. Trovesi e B. Fornara, Bergamo Film Meeting 2007 - Edizioni di Cineforum, Bergamo 2007] (Alessandro Catalano), pp. 512-514

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[F. Leoncini, La questione dei Sudeti 1918-1938, Libreria Editrice Cafoscarina, [Venezia 20052]
Due anni dopo la monografia L’Europa centrale. Conflittualità e progetto: passato e presente tra Praga, Budapest e Varsavia (si veda la recensione di P. Helan, eSamizdat, 2004/3, pp. 264-270), Francesco Leoncini ha ripubblicato anche in Italia la sua monografia più nota (da tempo introvabile), tradotta in tedesco in occasione dei cinquantesimo anniversario del patto di Monaco (F. Leoncini, Die Sudetenfrage in der europäischen Politik, Essen 1988). Alla luce dell’interesse che suscita il tema in campo internazionale, indubbiamente meritoria è la scelta dell’autore di riproporre al pubblico l’unica monografia italiana dedicata al complesso problema dei Sudeti, questione che di fatto, anche se in modo ancora inconsapevole, ha dato il via alla seconda guerra mondiale. C’è solo da augurarsi che si tratti di un segnale di un risveglio di interesse anche in Italia per un tema che sta riscuotendo grande attenzione in tutta l’Europa centrale.
In questa precisa ricostruzione il problema dei rapporti tra la “minoranza” tedesca di Boemia e i cechi viene affrontato in chiave diacronica, mettendo in particolare evidenza il contesto internazionale negli anni cruciali della fondazione della Repubblica cecoslovacca, l’evoluzione di questi rapporti in quel periodo che dai cechi viene considerato l’epoca d’oro della Prima repubblica (anni Venti e Trenta), per arrivare fino alla formazione e allo sviluppo del movimento guidato da Konrad Henlein, vera e propria “quinta colonna” di Hitler in Cecoslovacchia.
Se un vezzo dell’autore può essere sostanzialmente considerato l’uso di “Slovachia” e “slovaco”, lascito tutt’altro che meritorio degli anni di insegnamento di M.S. Đurica a Padova e sostanzialmente rifiutato non solo dal grande pubblico ma anche dalla comunità scientifica, molto meno comprensibile appare la scelta di riprodurre fedelmente la prima edizione (Padova 1976), senza nemmeno un aggiornamento bibliografico, quantomai necessario visto che è il tema è stato oggetto di un vasto e crescente interesse negli ultimi anni e l’autore stesso ha continuato a occuparsi del problema anche in studi successivi. Se il ruolo delle ristampa anastatica è stato spesso meritorio, in questo caso è difficile dire se sia davvero opportuno, alla luce dei processi tecnici della tipografia degli ultimi decenni, ripubblicare un testo in cui i segni diacritici sono aggiunti a penna. Il libro per di più non ha un frontespizio, non riporta nessuna indicazione sull’anno della ristampa stessa né del luogo di edizione, e presenta nella numerazione delle pagine un salto dalla p. 372 fino a p. 503, cioè lì dove secondo l’indice avrebbero dovuto esserci la sezione “Bibliografia e letteratura”. Tanto che si è quasi portati a pensare che ci si sia limitati a fornire di una nuova copertina dei volumi già stampati...

La nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e “Questione nazionale” 1889-1953:, a cura di M. Cattaruzza, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2005
Si potrebbe dire che lì dove finisce la storia ricostruita da Leoncini inizia quella raccontata, in questo caso specifico con attenzione particolare al ruolo del Partito comunista, nel primo saggio pubblicato in Italia di Detlef Brandes, un’autorità di questo ambito di studi, nell’interessante volume La nazione in rosso, curato da Marina Cattaruzza. L’attenzione al complesso problema del rapporto dei partiti socialisti e comunisti di fronte alla questione nazionale è infatti indubbiamente un tema che permette di verificare fino a che punto il tema della nazione abbia influenzato le strategie politiche dei partiti maggioritari un po’ in tutt’Europa all’interno delle forze di sinistra. Se nel caso dei partiti comunisti essenziale è stato il ruolo delle direttive moscovite, per i partiti socialisti il principio conduttore costante dell’applicazione dell’ideale al reale è sempre stato, dalla fine dell’Ottocento fino ai primi anni del secondo dopoguerra, quello della ricerca di complicati compromessi.
Se la maggior parte dei saggi si sofferma, com’è naturale, sulle implicazioni del fenomeno nel caso dei partiti socialisti francese e italiano, non mancano studi sull’austromarxismo e sulla tattica dei comunisti polacchi. Particolarmente riuscita è però, come accennato, la ricostruzione offerta da Brandes nel suo lungo saggio, “Il trasferimento ‘è come l’uovo di Colombo’: i comunisti cecoslovacchi e l’espulsione dei tedeschi” (pp. 155-195), delle trasformazioni delle posizioni del Partito comunista nei confronti della “questione tedesca”. Se negli anni immediatamente successivi al patto Ribbentrop-Molotov lo slogan dominante era quello dell’autodeterminazione anche per i tedeschi dei Sudeti, nel pieno della guerra quello del ruolo essenziale della lotta comune assieme ai tedeschi dei Sudeti, nel dicembre del 1943, dopo che Stalin si era dichiarato favorevole al trasferimento di almeno due milioni di tedeschi al di fuori dei confini della Cecoslovacchia prebellica, sarebbe maturato in modo sempre più chiaro il progetto dell’espulsione forzata dei tedeschi non antifascisti, sulla base del principio della “colpa collettiva”. In una discussione sulla bozza del programma del governo che si sarebbe installato dopo la liberazione, Klement Gottwald avrebbe detto chiaramente che il trasferimento forzato dei tedeschi si sarebbe rivelato “come l’uovo di Colombo” (p. 192). È chiaro quindi perché nell’ottobre del 1946 Gottwald poteva annunciare nel corso di una manifestazione sulla piazza di San Venceslao che era ormai stata condotta a termine “l’epurazione della Repubblica dall’elemento straniero e dal nemico mortale del popolo” (p. 194). Per risolvere il “problema” della millenaria coesistenza di cechi e tedeschi c’era stato bisogno di poco più di un anno...

V. Wolf, Čeští a slovenští umělci na Bienále v Benátkách 1920-1970, Univerzita Palackého, Olomouc 2006
Difficile da reperire, ma particolarmente dettagliato è il lavoro dedicato da Veronika Wolf alla partecipazione degli artisti cechi e slovacchi alla Biennale di Venezia dal 1920 al 1970 sulla base di materiali d’archivio non facilmente reperibili. Data anche la scarsezza degli studi dedicati all’argomento, è un peccato che l’analisi si sia fermata al 1970 e sarebbe senz’altro opportuno un secondo volume dedicato ai destini ulteriori della partecipazione ceca e slovacca a questo importante appuntamento culturale. Anche se non può non colpire la scarsa presenza, in tutto il periodo analizzato, degli artisti cechi più significativi (sarà colpa dei curatori o dell’autoreferenzialità della cultura ceca e slovacca?), le peripezie del padiglione della Cecoslovacchia rappresentano anche un’ottima cartina di tornasole per valutare l’influenza concreta delle ideologie del XX secolo sulla cutura. In ogni caso un altro piccolo tassello al complesso problema dei rapporti ceco-italiani è stato posto...

Jan Svěrák, a cura di A. Trovesi e B. Fornara, Bergamo Film Meeting 2007 - Edizioni di Cineforum, Bergamo 2007]
Dopo le retrospettive e i cataloghi dedicati in passato a František Vláčil e Jan Švankmajer, il Bergamo Film Meeting ha dedicato, nel marzo del 2007, uno spazio particolare a Jan Svěrák, il più noto regista ceco delle giovani generazioni, già vincitore nel 1996 del premio Oscar per il migliore film straniero con il fortunato film Kolja. Oltre a una puntuale (e in certi punti giustamente critica) carrellata di Andrea Trovesi sull’opera del regista, priva di quei tecnicismi cinematografici che affliggono così tanta produzione del settore (pp. 7-18), il bel catalogo contiene, oltre alla filmografia (pp. 70-87) e a un’intervista al regista (pp. 39-51) un curioso testo di uno dei “guru” del festival, Bruno Fornara, che in continue divagazioni tra parentesi (o “soste letterario-culturali”, come sono qui definite) ricostruisce in modo piuttosto originale il retroterra dell’opera di Svěrák (pp. 19-37). Tutto ciò proprio mentre nelle sale della Repubblica ceca il suo nuovo film, Vratné lahve [Vuoti a rendere], riempre per l’ennesima volta le sale...
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