Antonio Maccioni, “Pavel Aleksandrovič Florenskij. Note in margine all'ultima ricezione italiana”, eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 471-478

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[Dall'incipit]
Introducendo nel 1950 i lettori italiani alla Filosofija Tragedii [La filosofia della tragedia, 1903], importante contributo di Lev Isaakovič Šestov alla ricezione di Nietzsche nei primi anni del Novecento russo, Ettore Lo Gatto sottolineava quanto la particolare casistica nell’indecisione degli storici, in merito all’ambito di collocazione di un dato autore e della sua opera, sia un fenomeno non prettamente caratteristico della cultura russa e della sua storia letteraria. L’autore ripercorreva la problematica come un dato di fatto complesso e generale: una considerazione semplice all’apparenza, ma paradossalmente cangiante. Dopo aver citato i casi di Nietzsche e Kierkegaard, tanto filosofi quanto blasonati poeti o letterati all’interno di complessi processi interpretativi, Šestov poteva dunque essere inequivocabilmente letto “nella prospettiva di uno storico della letteratura”, la quale accidentalmente “da alcune sue interpretazioni non può oggi prescindere” . Davanti alla dimestichezza con problemi di puro pensiero che sono quindi definiti al di fuori “della loro trasformazione in immagini d’arte”, gli stessi filosofi non avrebbero però potuto astenersi dal considerare gli attacchi, i capovolgimenti tipici delle sue pagine senza correre il rischio di perdere sfumature, se non contributi, storicamente determinanti nella “vita dello spirito contemporaneo” : ci sarebbe da chiedersi quanto quella provocazione sia stata in seguito accolta e assimilata. Si trattava a tutti gli effetti di un appunto significativo, tanto chiaro quanto apparentemente ingenuo nonostante l’entità altisonante dell’interlocutore, considerando però che il richiamo sotteso poteva rivolgersi a paradigmi ben più vasti e suscitare altri stimoli. [...]
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