“‘Lo spazio comunicativo del samizdat rappresenta una specie di internet preistorico’. Dialogo con Jiří Gruntorád su libri proibiti, normalizzazione e Charta 77”, a cura di Alessandro Catalano, eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 223-232

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[Dall'incipit]
Alessandro Catalano Come spesso conferma anche la mancata comprensione del nome di eSamizdat, frainteso a volte perfino da professori di russo, mi sembra che in quella che è stata a lungo chiamata Europa “occidentale” la parola samizdat resti ancora un po’ misteriosa. A Praga invece le prime associazioni mentali legate alla ricca produzione letteraria degli anni Settanta e Ottanta sono la biblioteca Libri prohibiti e il nome di Jiří Gruntorád. Che radici ha quest’identificazione e qual è la storia della biblioteca che lei dirige?

Jiří Gruntorád Inizio dalla fine. La storia della biblioteca è ormai abbastanza lunga. È nata a partire dalla mia raccolta privata di samizdat, che risale alla fine degli anni Settanta. Al pubblico è stata aperta il 22 ottobre 1990 e l’anno successivo ha assunto personalità giuridica. Libri prohibiti rappresenta oggi la maggiore raccolta al mondo del samizdat cecoslovacco o, se preferite, ceco e slovacco. Si tratta di circa 12000 “pubblicazioni” samizdat di vario tipo, riviste escluse, e il numero continua ad aumentare. La nostra biblioteca rappresenta una rarità assoluta nella Repubblica ceca e nemmeno in Slovacchia esiste niente del genere. E che dire del nome Libri prohibiti? È stata una scelta relativamente scontata. Come altro chiamare una biblioteca di libri proibiti? Allo stesso tempo si tratta anche di un omaggio allo scrittore di Ostrava, mio amico, Jaromír Šavrda, che ha pubblicato a lungo una collana samizdat dallo stesso nome ed è per questo finito due volte in prigione. Ha trascorso quattro anni e mezzo in galera ed è poi morto per le conseguenze della sua detenzione. Aveva cinquantacinque anni. [...]
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