A. Belyj, P.A. Florenskij, L’arte, il simbolo e Dio. Lettere sullo spirito russo, traduzione e cura di G. Giuliano, Medusa, Milano 2004.
(Recensione di Antonio Maccioni)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 99-100
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Attraverso la fusione e per via del contatto simbolico, nello “sfiorarsi di un’anima nuda con un’anima nuda”: è il passaggio univoco di due persone che si capiscono fino alla fine senza abbreviare differenze e distanze, quando ognuna traluce all’altra “come un’eternità” (p. 71). Pavel Florenskij ha 24 anni, scrive con enfasi all’amico Andrej Belyj da Sergiev Posad. Tenta di individuare il senso e lo scopo del rapporto con l’altro, il valore del reciproco e amichevole intreccio col portato di una remota ma meravigliosamente prossima “personalità”. È il gennaio del 1906. Il filosofo ha già archiviato un incontro esclusivo col vescovo Antonij Florensov, sotto la sua guida e influenza entrava infatti nell’Accademia spirituale di Mosca: si trasferiva, di lì a poco, a Sergiev Posad, luogo determinante nella maturazione spirituale e umana, nello sviluppo della sua intensa ricerca teologica e filosofica. Il breve e profondo carteggio, rifrazione di una vivace e mai scontata amicizia tra due vecchi compagni di ricerca e studenti in matematica presso l’Università di Mosca, è tradotto sulla base dell’edizione russa Perepiska P.A. Florenskogo s Andreem Belym, edito in Kontekst (1991), curato e introdotto in Italia da Giuseppina Giuliano.
Per questo e nonostante questo, “il legame che unisce Belyj e Florenskij non è motivato unicamente dalla frequenza della stessa facoltà universitaria”, come ammette la curatrice nel saggio introduttivo “Tra Comunione dei simboli e Apocalisse”, “ma da una comune e profonda concezione del mondo, popolato da una selva di simboli e corrispondenze, che permettono loro di avere una visione unitaria di tutto l’esistente” (p. 7). La ricezione del simbolismo russo in Italia, anni prima, era già stata notevolmente arricchita dalla pubblicazione del carteggio tra lo stesso Belyj e Aleksandr Blok: si trattava dei due massimi e più influenti esponenti, non lontani da Vjačeslav Ivanov, del più importante movimento del Novecento letterario russo. Il carteggio tra il poeta e il filosofo Florenskij, adesso, potrebbe rappresentare un documento originale e straordinario nella ricostruzione delle influenze filosofiche avvenute bilateralmente e per via di interscambio, nella rivisitazione del clima e dell’ambiente culturale che gravitava attorno alle riviste e ai gruppi letterari dell’epoca. Carteggio che continua a presentarsi, comunque, come stralcio di vicende private e personali, e racchiude in ogni caso “i pensieri più spontanei, estemporanei e spesso contraddittori dell’uomo, prima ancora che dell’artista o del pensatore” (p. 5).
Belyj e Florenskij si formano attraverso lo studio dei “grandi filosofi del passato e del presente”: tra gli stranieri riemergono le conclusioni teoriche di Kant, Hegel, Nietzsche, Rickert; tra i russi, a non mancare sono senza dubbio Vladimir Solov´ev, Nikolaj Berdjaev, Sergej Bulgakov. Concezioni filosofiche plausibili, queste, poiché riconducono in ultima istanza il filosofo-teologo e il poeta-teorico alla matrice del neoplatonismo e del primo maestro Platone. Del resto, è per questa via che “nell’immaginazione di Belyj e Florenskij, all’interno della gerarchia delle idee quella più alta non può che diventare l’Idea di Cristo, nel significato etimologico della parola greca éidos, che vuol dire visione, e dunque conoscenza” (p. 8).
Scrive ancora Giuseppina Giuliano: “nella loro Comunione dei simboli sta il cardine della corrispondenza e della loro amicizia” (p. 21). Ed è in effetti una lettura condivisibile, anche perché quella stessa Comunione secondo Florenskij troverà piena realizzazione “solo quando verrà istituito l’anonimato nella pubblicazione delle riviste, così come avveniva per la pittura delle icone nel Medioevo russo, che non portavano mai la firma dell’artista. Esse non erano opera di una singola persona, ma frutto dell’ispirazione divina. Una rivista non dovrebbe essere pubblicata da una personalità divisa, isolata, chiusa in se stessa, separata dalle altre, ma dev’essere lo strumento di espressione dell’Uno, l’organo del Tutto” (p. 15).
Con intensità queste pagine, allora, brevi e commoventi, ripercorrono la vivace teorizzazione di quel simbolo: che è spontaneo, oggettivo e non convenzionale, che Florenskij distingue per inciso dall’allegoria considerata come invenzione e mera creazione del semplice uomo. Per estremizzazione, propriamente e letteralmente simbolica, potremmo forse dire che si tratti di una conclusione indifferentemente raggiunta da uno dei due interlocutori. Ma rasenteremmo la provocazione. Ci dice ancora Giuseppina Giuliano:
nella definizione del concetto di simbolo riaffiora dunque la base platonica del pensiero di Belyj e Florenskij. I simboli sono innati, apriori come le idee platoniche ed esistono indipendentemente da noi, che possiamo solo cercare di percepirli, comprenderli, ricordarli, ripescarli dalla nostra coscienza, come se li avessimo già visti e poi dimenticati, come se ci appartenessero a nostra insaputa. Sono i criteri attraverso i quali decifriamo, interpretiamo e giudichiamo il mondo e tutto ciò che esso contiene (p. 14).
È in questo senso, dunque, che le idee dell’uno diventano completamento, forse compimento o quantomeno appendice delle idee dell’altro. Poi la fine di quegli scambi umani ed epistolari verrà effettivamente assunta quale “tappa inevitabile nello sviluppo del loro complesso rapporto: due persone, accomunate dalla ricerca di un linguaggio che sveli l’ineffabilità dell’esistenza umana, si incontrano, si conoscono, si formano a vicenda, costruiscono con un intimo e fertile scambio il mondo dei simboli e lo applicano in ambiti diversi dell’esistenza, separando le loro strade” (p. 9).
Le declinazioni di questo intreccio segnarono Florenskij: e lo fecero nonostante gli esiti puramente mistici della sua riflessione, nonostante le scelte personali che già allora lo portavano materialmente all’avvicinamento dell’ambito religioso, quando in effetti la distanza tra i due divenne quasi incolmabile ma non inevitabile. E in conclusione intuiamo anche un accenno di rara lucidità e bellezza, quasi come un raziocinio nella poesia, intelletto nella mistica, come una speranza nella comune tragedia: un solo frammento, florenskijano davvero. Scrive il filosofo all’amico poeta: “mi sembra come se avessimo sete nel deserto e gocce preziose ci scorressero tra le dita, venissero assorbite dalla sabbia avida e, per quanto noi serriamo le dita, l’acqua gocciolasse sempre. Noi ce ne dimentichiamo e ci perdiamo. Io non parlo della morte come della morte, perché non credo alla morte e non temo la morte” (p. 74).

 
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