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di tutte le recensioni di questo numero  La nostalgia del passato socialista, soprattutto di
alcuni aspetti della vita quotidiana di quegli anni, è una
caratteristica diffusa in molte delle ex-repubbliche popolari
dell'Europa centrale e orientale, a cominciare dalla Russia.
L'intensità con cui il ricordo viene vissuto, i modi in cui
elementi del passato vengono ricercati e riabilitati variano
tuttavia assai da un paese all'altro. E così se da un lato
il recente successo di Good Bye Lenin, film che celebra,
pur paradossalmente, certi oggetti e rituali della Germania
orientale, si accompagna a una reale mania per il made in
DDR, a Praga, diversamente, la rielaborazione di quell'epoca,
passando ineluttabilmente attraverso l'invasione del 1968
e la normalizzazione degli anni Settanta, si risolve sempre
in un giudizio negativo e non genera, malgrado il costante
successo di vecchi serial televisivi degli anni Settanta e
Ottanta, alcuna forma evidente di nostalgia per la Cecoslovacchia.
Nella ex-Jugoslavia, ora che le guerre
sono finite, che l'odio interetnico si va sopendo, che la
situazione territoriale è temporaneamente stabilizzata, che
neppure Serbia e Montenegro sono più Jugoslavia, anche per
gli ex-jugoslavi è giunto il momento del ricordo e Jugoslavija,
non più percepita come entità politica minacciosa, spogliata
delle sue valenze negative, diventa il contenitore dei ricordi,
di immagini di un passato felice, di un tempo mitico ormai
andato -- forse un po' come la vecchia fotografia ingiallita
che la Ugrešić porta con sé nel suo vagare da emigrante. Di
Jugonostalgija soffrono un po' tutti e, sorprendentemente,
anche molti di quelli che, bambini o ragazzi nell'ultimo ventennio
di esistenza della Jugoslavia, sono stati di lì a pochi anni
inghiottiti dalle guerre oppure centrifugati (si veda ad esempio
la Beogradska Trilogija di Biljana Srbljanović) negli
angoli più remoti del globo, una generazione che, malgrado
le divisioni, sa e sente di essere prodotto di quel mondo.
Uno di questi è Dejan Novačić, autore
di SFRJ za ponavljace - turistički vodič, una guida
turistica particolarissima, un Baedeker di un paese che non
c'è più. Il suo libro, lontano dall'essere un percorso dolente
e malinconico del ricordo, è al contrario una rassegna ironica
e divertita di quegli oggetti, di quei personaggi, dei fatti
e degli avvenimenti che hanno scandito la vita quotidiana
dei cittadini jugoslavi; è una rievocazione distante dall'ufficialità
della politica e dalla tragicità della storia, immagine di
un microcosmo domestico ormai scomparso ma ancora percepibile
a tutti coloro che l'hanno vissuto. Privo di drammaticità,
quasi un respiro profondo di sollievo per un passato che ormai
è tale, SFRJ za ponavljače si rivolge a tutti coloro
che hanno dimenticato oppure non vogliono dimenticare. E proprio
da Dubravka Ugrešić, una scrittrice che ha conosciuto nel
suo percorso di vita la perdita della patria e che usa il
ricordo come atto di ricostruzione, è curata la prefazione
a questo libro. La Ugrešić interpreta SFRJ za ponavljače
attraverso il prisma del fantastico, lo interpreta come visione
di un mondo dissoltosi all'improvviso, che in questo libro
riappare come per magia, lo definisce "Lexicon izmišljene
zemlje" (p. 9), cioè un'opera di raccolta e archiviazione
di tutto ciò che ha animato un paese delle favole, la Jugoslavia,
e che a essa si lega indissolubilmente, un sorta di immaginario
"muzeja bivše Jugoslavije" (p. 9).
Un paese inventato dunque, la Jugoslavia
di Novačić, di certo non quello che troviamo nei libri di
storia, un mondo che forse rispecchia solo parzialmente la
realtà dei fatti, ma che è ancor più vero perché frutto della
percezione che della Jugoslavia avevano i suoi abitanti, risultato
della commistione tra l'ideale ostentato della propaganda
e l'immagine sinceramente ingenua del singolo. "La Jugoslavia
fu creata per sua libera iniziativa da Josip Broz Tito"
("Jugoslaviju je svojom slobodnom voljom stvorio Josip
Broz Tito", p. 22), così parafrasa iperbolicamente Novačić
il processo di formazione della Jugoslavia, celebrato fino
all'esasperazione dalla storiografia ufficiale. Non solo la
figura di Tito ("U početku bijaše zemlja bez obličja
i bijaše tama nad bezdanom. I reče Tito: neka bude svjetlost.
I bi svjetlost'', p. 13), ma ogni voce di questo libro è proposta
nei termini di una trasfigurazione mitologica. La Jugoslavia
diventa un paese dalla geografia immaginaria dove il civilizzato
nord confina con la Germania e l'Unione sovietica, mentre
il retrogrado sud con la Bulgaria, l'Iraq e la Libia. Il dato
reale e quello percepito si intrecciano continuamente: le
date, se indicate, precisissime, affiorano qua e là in una
temporalità indefinita, quasi epica. SFRJ za ponavljače
è l'enciclopedia della mitologia jugoslava, in cui accanto
ai miti del soprannatuale, Tito, Deda Mraz, i partigiani,
("Partizani (gr. τιτανικοξ) su božanska bića magičnih
moći i natprirodnih osobina'', p. \oldstylenums{63}), si aggiungono
i miti del quotidiano, il burek ("Reč je o bureku,
bez koga se u Jugoslaviji ne može zamisliti ni jedan osvit
novog dana'', p. 126), gli abiti di tela impermeabile ("Šuškavci
su švercovani direktno iz tadašnjeg centra svetskog glamura,
pijace Ponte Roso u Trstu", p. 114), e così via. In questo
modo vengono riesumati tutti gli aspetti della vita nella
vecchia Jugoslavia, la storia, la geografia, l'organizzazione
dello stato, la religione, le scienze, l'arte, la scuola,
fino ai sex simbol, al cibo e, naturalmente, Tito.
Pur essendo una pubblicazione per
nulla pretenziosa, SFRJ za ponavljače non risulta
una lettura facile per il lettore che non ha avuto esperienza
diretta di questa realtà. La complessità dei riferimenti a
fatti e personaggi di quel periodo, che non possono essere
noti tramite il semplice studio della storia o della letteratura,
rende la comprensione decisamente ardua. SFRJ za ponavljače
d'altronde non lo nasconde, anzi, dichiara apertamente di
essere un libro rivolto a coloro che già conoscono, e che
desiderano ora ricordare, ripetere, ponavljati. A
tutti gli altri SFRJ za ponavljače dà la possibilità
di immergersi in questo paese delle favole per cercare di
cogliere e forse di capire come vivevano, cosa pensavano,
che cosa sognavano i cittadini jugoslavi, quel popolo dei
Balcani che storicamente si è estinto o è migrato nell'ultimo
decennio del XX secolo ("U istoriskom smislu, izraz 'Jugosloveni'
označava balkanski narod koji je izumro ili se iselio u poslednjoj
deceniji XX veka'', p. 28).
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