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 Il libro Dějiny Československa očima Dikobrazu
[La storia della Cecoslovacchia attraverso gli occhi di Dikobraz]
di Jiří Pernes è il tentativo di raccontare la storia
della Cecoslovacchia dalla fine della II guerra mondiale fino alla
caduta del regime comunista nel 1990 attraverso i
disegni, le vignette, le filastrocche umoristiche pubblicate sulla
più famosa rivista satirica illustrata ceca. Dikobraz, l'istrice
in italiano, inizia le pubblicazioni immediatamente dopo la fine
del conflitto (il primo numero è del 25 luglio
1945) e su modello del periodico satirico Krokodil,
edito in Unione sovietica fin dal 1921, si propone,
insieme ad altri mezzi di informazione legati a partiti di
ispirazione socialista, di contribuire alla ricostruzione del
paese su basi veramente nuove e di diffondere l'immagine
dell'“uomo nuovo, progressista e socialista” in conformità
alle linee enunciate dal marxismo-leninismo. Pur proclamandosi
programmaticamente apartitica, la rivista è dipendente fin
dagli inizi dal Partito comunista cecoslovacco e costituisce un
esplicito mezzo di propaganda a sostegno della sua politica.
Consapevole dunque di quest'impostazione, Jiří Pernes si
avvicina alla pagine della rivista con l'obiettivo di trasmettere
ai lettori, soprattutto giovani, che di quegli anni sanno ben
poco, non tanto i contenuti storici, di cui il commento di
accompagnamento alle immagini è peraltro molto ricco, quanto
piuttosto la percezione dei valori e dei giudizi sostenuti in
quegli anni dai centri di potere e fondamentalmente poi in parte
assimilati dalla popolazione. Più in generale l'intenzione di
Pernes è di riprodurre l'atmosfera politica e sociale di quel
periodo che, così difficilmente afferrabile in altro modo,
traspare invece in maniera molto chiara dall'intreccio di immagini
e parole qui offerto. Il commento dell'autore si rivela spesso
indispensabile non solo per dare l'inquadramento delle coordinate
storiche contemporanee, ma soprattutto per sciogliere i codici di
messaggi che non sono più a disposizione del lettore moderno.
Questo libro si inserisce a pieno titolo in quella corrente di
ricerca sviluppatasi soprattutto negli ultimi anni che ha
riscoperto come fonte di informazione storica strumenti non
convenzionali, come le testimonianze orali dei protagonisti, l'uso
delle immagini: film, riviste o di altri aspetti considerati
secondari, compresi appunto la satira e l'umorismo.
Si tratta di una historia sui generis, come nota l'autore
del libro (p. 6), ma tanto più interessante se si pensa al
ruolo particolare della satira e dell'umorismo, che per
definizione dovrebbero vivere e svilupparsi in un contesto di
piena libertà di espressione, e alla funzione che essi invece
occupano, e conseguentemente della loro manipolazione, in un
sistema politico oppressivo e dittatoriale. Dikobraz risente
profondamente dei mutamenti delle condizioni politiche del paese:
un alleggerimento del controllo e dell'imposizione ideologica
fanno immediatamente registrare una maggiore libertà e minore
prudenza nella critica umoristica al sistema, un giro di vite
della censura si riflette invece in una satira poco decisa e del
tutto inoffensiva. Osservando le immagini di Dikobraz sembra di
poter cogliere delle fluttuazioni nell'atteggiamento dei suoi
curatori nei confronti della realtà politica contemporanea ed
è forse interpretabile come riflesso della vera partecipazione
del paese alla politica del governo. Negli anni '50 pur vivendo in
condizioni di profondo regime dittatoriale e persino di terrore,
la fiducia e le speranze che una buona parte della popolazione
nutriva nella politica del partito si mostrano anche
nell'atteggiamento apparentemente sincero e nelle migliori trovate
umoristiche della rivista che con convinzione difende le decisioni
del governo, anche le più crudeli. Il caso più esemplare
è quello dei processi, montati sul modello delle purghe
staliniane contro funzionari del partito stesso accusati di
tradimento nei confronti dello stato, che culminarono con diverse
condanne a morte. Pernes scrive: Nell'interesse dell'obiettività bisogna
dire che non era solo Dikobraz e gli altri mezzi di comunicazione
a richiedere la pena di morte per gli accusati. I lavoratori di
tutta la repubblica mandarono al tribunale così tante lettere
e richieste nelle quali si chiedeva la pena capitale che fu
necessario trasportarli in ceste per la biancheria! E solo pochi
dei membri ordinari del Partito comunista cecoslovacco dubitarono
della correttezza del tribunale e della sentenza; lo confermano
oggi molti di coloro che dopo anni hanno preso le distanze
dall'ideologia comunista. (p. 76)
Negli anni Sessanta l'euforia per l'esperimento del “socialismo
dal volto umano” intrapreso in Cecoslovacchia, la fiducia nel
nuovo ordine in via di costituzione, che non per ultimo permetterà
nel 1968 di eliminare definitivamente la censura,
non possono che trovare immediato riscontro anche sulle pagine di
Dikobraz. Il numero di aprile del 1968 si apre
addirittura con un'introduzione stile autodafé in cui si
critica l'atteggiamento servile tenuto dalla rivista negli anni
precedenti, auspicando al contrario per il futuro una satira
politica a tutti gli effetti libera e degna di questo nome (pp.
131-132).
La rinnovata morsa della dittatura che seguì l'intervento dei
paesi del Patto di Varsavia per riportare la Cecoslovacchia alla
normalità (la cosiddetta normalizzazione appunto) trasforma
(di nuovo) tuttavia la rivista in una tribuna delle posizioni del
partito: ritornano i nemici di sempre, Stati Uniti e Germania
occidentale, accenni critici al partito o all'Unione Sovietica non
sono più tollerati e così via. Nei numeri usciti negli
anni Settanta e Ottanta è evidente l'assenza di
originalità e di ispirazione delle vignette umoristiche a cui
manca persino lo spirito “costruttivo” degli anni Cinquanta. In
questo senso illuminante è la sorte di Pavel Kohout
(1928), uno dei maggior esponenti della letteratura
ceca contemporanea, convinto comunista e caporedattore di Dikobraz
tra il 1951-1952, deciso oppositore
del sistema e fondatore del documento di critica e opposizione al
governo socialista chiamato “Charta 77” negli
anni Settanta.
Passeremo ora in rassegna in maniera più puntuale i vari
capitoli del libro presentando le immagini e i momenti più
significativi e interessanti.
Molto utili per capire lo spirito della rivista Dikobraz sono le
informazioni che l'autore fornisce ai lettori nel primo capitolo
del libro descrivendo le condizioni politiche e i vincoli
editoriali nella Cecoslovacchia degli anni immediatamente
successivi alla guerra. Nel '45 fu vietata la pubblicazione di
quotidiani o riviste usciti durante gli anni del protettorato,
gesto che doveva coincidere con una rottura totale con il passato
e permettere di gettare le basi per una nuova Cecoslovacchia.
Nell'interesse del paese rinato i giornali non possono essere
pubblicati da privati, ma le redazioni devono essere legate ad
organizzazioni, a partiti o a sindacati. Dikobraz, l'unica rivista
satirica del dopoguerra si propone esplicitamente fin dagli inizi
come rivista umoristica impregnata di spirito socialista, i cui
curatori sono aperti sostenitori della “rivoluzione nazionale e
democratica”, termine con cui veniva indicata la ricostruzione su
basi nuove dello stato cecoslovacco. La dichiarazione
programmatica apparsa sul primo numero in cui si spiegano i motivi
della scelta della figura dell'istrice, si rivolge comunque ai
sostenitori dei partiti politici permessi dopo la fine della
guerra (comunisti, socialisti democratici, popolari), lasciando
intendere quindi l'intento di volere essere una rivista di satira
equilibrata e non di parte: Perché proprio l'istrice? Non punge,
non ferisce? Non morde? E sì caro lettore, il maldestro si
pungerà, lo stupido magari si ferirà e il cauto avrà
sicuramente paura, cari compagni, amici, fratelli, vi mandiamo
l'istrice appunto perché ha denti forti e gli aculei più
lunghi di qualsiasi altro essere vivente (p.
10).
Il primo capitolo dal titolo Gli anni delle grandi attese
tratta degli anni 1945-1948 in cui
la ricostituzione di uno stato basato sui principi del socialismo
richiede la necessità di individuare con chiarezza modelli
positivi da seguire e modelli negativi da combattere. Le vignette
selezionate per raccontare la storia della Cecoslovacchia in
questi anni ripropongono in tutta la sua disperazione e asprezza
il sentimento antitedesco della Cecoslovacchia postbellica. La
germanofobia è così totale che qualunque cosa sia tedesca
viene respinta, così la musica, per esempio, sia Mozart che
Beethoven sono rappresentati come due cavalli di Troia zeppi di
militari tedeschi. Oltre alla Germania, ovviamente quella
occidentale, che d'ora in avanti sarà per la propaganda
comunista uno dei nemici principali, si va lentamente delineando
un altro avversario, pericoloso e infido: gli Stati Uniti.
Malgrado la generale propensione a partiti di ispirazione
socialista e comunista, la Cecoslovacchia era rimasta dopo il
1945, forse più di altri paesi dell'Europa
orientale, legata agli Stati Uniti, ma la contrapposizione sempre
più netta tra URSS e USA e l'imposizione della politica di
Mosca ai paesi entrati nella sua orbita, impedisce la
partecipazione al piano Marshall, favorendo al contrario la
nazionalizzazione della risorse e dei mezzi di produzione:
l'America, uno zio Tom paffuto e ben vestito mostra all'Europa
affamata e in stracci un mucchio di pacchi e di merci, e dice in
tono imperioso: “Tutto questo ti darò Europa se ti piegherai
in ginocchio ai miei piedi e non nazionalizzerai” (p. 29).
Diversamente invece l'Unione Sovietica è una mamma premurosa
che serve la pappa ai cinque gemelli slavi affamati: la
Cecoslovacchia, la Polonia, la Bulgaria, la Jugoslavia e la
Lusazia (p. 32): una rivisitazione insomma dello spirito
panslavista che riflette comunque le effettive simpatie dei cechi
e degli slovacchi in questo periodo. Sul fronte interno i nemici
invece sono i cosiddetti collaboranti, coloro cioè che hanno
favorito in qualche modo il nazionalsocialismo tedesco e, in
ottica prettamente comunista, possidenti terrieri, i nobili, la
ricca borghesia in genere: uno di questi con anelli e orologi
d'oro visibilmente luccicanti nella notte recita una versione
alquanto anomala della tradizionale preghiera a San Venceslao, il
patrono della Boemia: “San Venceslao, patrono delle terre di
Boemia proteggi noi e i nostri posteri dalla nazionalizzazione”
invece che “San Vencesalo, patrono delle terre di Boemia,
proteggi noi e i nostri posteri dalla scomparsa” (p. 30).
Il capitolo successivo è intitolato Avanti verso radiosi
giorni futuri (1948-1953), motto socialista molto diffuso,
utilizzato anche recentemente come titolo dell'opera di Gian Piero
Piretto sui miti e le mitologie del periodo sovietico (Il
radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Einaudi, Torino
2001): sono gli anni in cui le speranze di una rivoluzione
profonda e radicale della società in senso socialista sono
molto sentite presso ampie fasce della popolazione. La salita al
potere del Partito comunista in Cecoslovacchia non avviene con un
colpo di stato nel vero senso della parola, infatti il partito che
era uscito vincitore dalle elezioni democratiche del
1946, diventa legittimamente partito di governo. Le
tendenze antidemocratiche che si fanno però presto sentire
nella sua amministrazione, generano la reazione degli altri
partiti, in particolare dei socialisti nazionali e dei popolari.
Il complotto organizzato per destabilizzare il governo presentando
le dimissioni dei ministri non comunisti, non indebolisce affatto
il Partito comunista, che anzi con grande prontezza occupa i posti
lasciati vuoti con personaggi di provata fedeltà, permettendo
così di consolidare una volta per tutte la dittatura del
partito unico. In maniera decisamente ironica Dikobraz descrive
questo rivolgimento politico con una vignetta in cui su di un
palcoscenico i ministri non comunisti dimissionari precipitano in
un botola e il testo recita: “Fine del primo atto ovvero Chi la
fa, l'aspetti” (p. 45). Da questo momento si scatena la caccia a
tutto ciò che non è allineato alle direttive del partito,
a tutto ciò che nella terminologia socialista non è
“progressista” e che al contrario viene marchiato come
“reazionario”; ecco l'immagine di una sfilata di operai e
contadini che reggono un pupazzo da bruciare con la scritta
“reazione”: “gli usi antico cechi rinascono: il rogo della
strega” (p. 47). Nei primi anni Cinquanta cadono vittime di
questa caccia alle streghe gli stessi funzionari del partito,
condannati a pene severissime: anche qui è utilizzato il
motivo del cavallo di Troia dal quale i traditori vengono stanati
(p. 67); coloro che per sfuggire alla persecuzione preferiscono
invece l'emigrazione sono bollati come traditori della patria e
disegnati come ricchi, grassi borghesi ricoperti di croci uncinate
che sputano dall'Europa occidentale sull'Europa orientale: “chi
sputa più lontano guadagna cinque dollari” (pp. 58-59).
L'Occidente identificato con l'avamposto del “capitalismo
internazionale” è sempre più il nemico numero uno. La
Guerra fredda vista con gli occhi della Cecoslovacchia comunista
è brillantemente illustrata da una vignetta in cui un soldato
dell'Armata rossa protegge con il suo cappotto una ragazza vestita
di chiaro che stringe in mano un ramoscello d'ulivo mentre
dall'alto cade la neve rovesciata dai sacchi “Patto atlantico” e
“Piano Marshall”: “Un cappotto impermeabile e caldissimo contro
la più fredda delle guerre” (p. 64). Il messaggio è
chiarissimo.
Gli anni delle speranze perse (1953-1957) o meglio gli anni
del Tentativo di superare la crisi del regime comunista sono
segnati all'inizio da poesie e filastrocche che commemorano la
morte sia di Stalin che di Gottwald: “Stalin non è più
con voi, siate stalinisti, Gottwald non è più con voi,
siate gottwaldiani” (p. 84), ma il nuovo corso politico iniziato
da Chruščev in Unione Sovietica non tarda a far sentire i
suoi effetti anche in Cecoslovacchia. La critica al culto della
personalità determina in generale un approccio più critico
al periodo appena trascorso. Inizialmente Dikobraz mostra un certa
perplessità nei confronti di tale revisionismo, probabilmente
posizione condivisa dai quadri del partito, come trapela
dall'ironia con cui viene motteggiato invece l'atteggiamento
estremamente autocritico emerso al Congresso degli scrittori
cecoslovacchi: sullo sfondo uno scrittore si versa cenere sul
capo, mentre un collega al telefono dice: “Qui congresso degli
scrittori cecoslovacchi. Mandateci ancora due bidoni di cenere”
(p. 100). La critica come procedimento viene però poi accolta
anche dagli ambienti del partito e così ecco due ragazze che
si tengono per mano “l'autocritica dall'alto”, “la critica dal
basso” che incedono verso la Conferenza nazionale del Partito
comunista cecoslovacco: “Prego venite - voi due potete entrare
anche senza invito della delegazione” (p. 102). E ancora: in un
ufficio pieno di plichi e pratiche il direttore esclama: “Giulia,
dobbiamo smetterla con i segreti. Per utilizzare meglio gli
scaffali da oggi vi metta le lamentele pervenute per gli sbagli
dei funzionari nelle procedure” (p. 101).
Il capitolo successivo Dal disgelo cecoslovacco alla disfatta
della Primavera di Praga - Dall'indurimento del regime comunista
fino alla liberalizzazione 1958-1969 è in gran parte
dedicato agli avvenimenti del 1968. A partire dai
primi anni Sessanta la necessità di correggere la politica
economica della Cecoslovacchia allentando le maglie dell'economia
regolata attraverso i cosiddetti “principi per il perfezionamento
della gestione regolata dell'economia nazionale” generò una
serie di cambiamenti anche dal punto di vista politico e sociale,
ci si avvia verso l'elaborazione del “socialismo dal volto
umano”. Di questi cambiamenti Dikobraz fu un barometro sensibile
e così se all'inizio degli anni Sessanta Dikobraz è ancora
fedele alle linee del partito e festeggia i risultati della
società socialista, come la nuova costituzione d'impianto
prettamente comunista e il nuovo battesimo della Cecoslovacchia
come Repubblica socialista cecoslovacca (ČSSR), a partire dal
1963 l'allentamento della censura permette al
periodico di fare della vera satira politica svolgendo così il
ruolo fondamentalmente dissacratorio di una rivista umoristica. La
satira inizia ad essere rivolta alla politica e ai suoi esponenti,
denunciando apertamente gli strumenti antidemocratici utilizzati
dal potere, salutando al contrario la liberalizzazione e i
cambiamenti in corso, innanzitutto la riabilitazione degli
oppositori politici - un funzionario rotondetto rimprovera con
area paternalistica un più che mai annichilito collega:
“È questo il modo di ringraziarmi, saresti stato riabilitato
se non ti avessi fatto chiudere in gattabuia?” (p. 129); la
riconquistata libertà di parola - due amici in osteria
davanti ad un boccale di birra: “Non c'è nulla di cui
parlare. È già tutto sui giornali” (p. 132); poi il nuovo
orientamento dell'economia nazionale - una barca che sta per
incagliarsi tra gli scogli “Cambiare rotta!” (p. 139); e infine
le libere elezioni - due vecchietti sul lungofiume di Praga:
“Voto segreto: è assurdo. Dobbiamo pur sapere quando si deve
andare a votare” (p. 139). Ma forse i disegni che meglio
rappresentano l'atmosfera di questo periodo sono le vignette di
Vladimír Renčin, in particolare quella in cui grigi
funzionari abbattono il busto innalzato su una colonna di un non
meglio identificato personaggio politico che sorpreso esclama:
“Anche tu Bruto” (p. 125).
L'invasione dei paesi del patto di Varsavia nell'agosto del
1968 pone fine a questo periodo ricco di fermento e
speranze. Dikobraz riesce ancora per un certo tempo a far fronte
alle spinte normalizzatrici e opera al contrario come strumento di
resistenza all'invasione e ai suoi obiettivi dittatoriali.
Dikobraz mostra come le informazioni vengano manipolate dai
sostenitori della reazione (due loschi figuri estraggono a caso
dai giornali con una pinza delle frasi: “Strappiamo qualcosa e
ecco qui una bella citazione antisocialista”, p. 149), reagisce
con nero umorismo alla traduzione in ceco del libro di propaganda
K sobitijam v Čechoslovakiji, chiamato libro bianco per
il colore della copertina, che cercava di dare una versione
distorta e piegata alle intenzioni degli invasori dei fatti
accaduti in Cecoslovacchia nel 1968: “il libro
è bianco ma quando lo leggi diventi alternativamente blu,
rosso e viola” (p. 153), fa vedere come si riaffaccino di nuovo
le paure che sembravano essere state cancellate per sempre, come
per la libertà di parola e di opinione - un giornalista:
“Che cosa si augura per l'anno nuovo? [si tratta del
1969], risposta dell'intervistato: “Di poterlo
dire” (p. 156), oppure: una moglie implorante davanti al marito
che regge deciso un cartello con un punto di domanda: “Sei
impazzito a voler uscire con quello! Non dimenticare che hai una
famiglia!” (p. 157). La vignetta più amaramente emblematica
e, come cita l'autore stesso del libro, di una preveggenza che ha
quasi dell'incredibile, è quella apparsa nel primo numero del
1969 in cui due signori si augurano Buon natale, ma
per l'anno 1989:
Le persone iniziavano a farsi
impadronire da pessimismo e delusione. Iniziavano a capire che la
libertà era stata di nuovo persa per molto tempo (p.
154).
Gli anni successivi al 1969 sono segnati da una
situazione di stagnazione e immobilità che domina nel paese
fino alla fine degli anni Ottanta. Il titolo del penultimo
capitolo del libro che va dal 1969 al
1989 descrive l'atmosfera di questi anni così:
allegramente come al cimitero . Questo periodo è segnato
dalla figura di Gustav Husák, divenuto segretario generale del
Partito comunista cecoslovacco e poi presidente della Repubblica,
il cui obiettivo è quello di riportare il paese alle
condizioni politiche non solo degli anni precedenti la Primavera
di Praga ma addirittura a quelle degli anni Cinquanta.
Impressionante la vignetta che dovrebbe descrivere la forza e la
decisione di Husák e del suo governo e che invece, almeno per
gli occhi di oggi, lascia ben intendere quanto fosse dispotico il
suo potere: come in un mosaico, mani chiuse a pugno stringono un
fucile, macchinari industriali, sacchi di prodotti alimentari e un
mazzo di fiori (p. 192) che rispettivamente rappresentano il
controllo sulle armi, sui mezzi di produzione, sulle risorse
alimentari verso i traguardi della “pax socialista”.
Naturalmente pochi mesi dopo l'invasione della truppe del Patto di
Varsavia viene ripristinata la censura preventiva. Per Dikobraz
ciò significa che caricature o critiche a personaggi politici
vicini al partito o in qualche modo riferiti all'Unione Sovietica
sono del tutto impensabili. Di nuovo tornano vignette contro
l'imperialismo americano, mentre si sottolinea l'“amicizia” con
l'URSS. Interessante notare che dal punto di vista della
rappresentazione iconografica il rapporto tra ČSSR e URSS
viene nuovamente descritto in termini di chiara subordinazione
dell'una all'altra. Così, come già visto sopra, nel
dopoguerra la Cecoslovacchia è un'esile fanciulla protetta da
un possente soldato sovietico, nel 1985 sulla
copertina della rivista una delle torri del Cremlino abbraccia
dall'alto e saldamente intorno alle spalle la torre d'ingresso al
ponte Carlo. Torna anche il motivo del cavallo di Troia che sotto
le spoglie di slogan come neutralità, lotta al totalitarismo,
socialismo dal volto umano cela borghesi e capitalisti, mentre il
fiero operaio scoperto l'inganno commenta con un gioco di parole:
“Non siete passati né nel '48 né nel '68. Siete solo
scivolati via” (p. 178). Dikobraz in questi anni cessa di essere
un giornale satirico e diviene sempre più tribuna ideologica
ripetitiva, segnato da un umorismo sterile con vignette e
barzellette senza originalità intorno ai problemi e ai fatti
della vita di tutti i giorni. Verso la fine degli anni '70
Václav Havel, Pavel Kohout e Zdeněk Mlynář
sottoscrivono il celebre documento di critica al regime socialista
e alla repressione politica in Cecoslovacchia, “Charta
77”. Dikobraz insieme agli altri mezzi di
informazione si prodiga per screditare il movimento nato da questa
iniziativa: sotto una lente d'ingrandimento “Charta
77” si legge come “Parta 68”,
ovvero il gruppo del '68 (p. 183).
Con l'arrivo di Gorbačev a capo del Partito comunista
dell'Unione Sovietica e con l'avvio delle riforme in senso
democratico, la situazione prende rapidamente a modificarsi anche
nei paesi satelliti. In Cecoslovacchia il nuovo corso è
accolto inizialmente con imbarazzo e le prime vignette sulle
pagine di Dikobraz che fanno riferimento a questi nuovi
avvenimenti lasciano trapelare solamente una velata ironia: due
operai alla porta di casa di un collega “Signora
Nováková, potrebbe lasciar venire Karel fuori con noi a
giocare alla perestroika” (p. 211), negli anni che seguono invece
con il processo di democratizzazione divenuto ormai inarrestabile,
la satira si fa più tagliente: un professore ad uno studente
“Pensare in maniera nuova”, risposta dello studente “e me lo
dice proprio Lei che mi ha insegnato a non pensare del tutto” (p.
214). Con la caduta della dittatura anche Dikobraz ritrova una
vena satirica più convincente - due sciatori nel bosco
incappano in un cumulo di schede della polizia segrete
parzialmente in cenere: “le persone così sincere sono quelle
che preferisco: tutto quello che veramente pensano sta scritto
sulle schede del Ministero degli Interni” (p. 217).
Ma la fine del socialismo reale travolge con sé anche Dikobraz
che esce per l'ultima volta nell'aprile del 1990.
Il libro Dějiny Československa očima Dikobrazu
costituisce una lettura piacevole ed istruttiva. È necessario
sottolineare che non si tratta di un libro di storia nel vero
senso della parola, il racconto storico è perlopiù un
commento alle vignette riportate e non ha quindi come obiettivo
una rigorosa dissertazione sui fatti storici e sulle loro
motivazioni. Proprio per questo motivo l'esposizione non risulta
sempre lineare e le diverse parti sono a volte collegate in
maniera poco organica, risentendo al contrario di una certa
frammentarietà. Ma un'esposizione argomentativa della storia
non è interesse dell'autore e tantomeno ciò che il lettore
deve ricercare in questo libro. Dal punto di vista dei contenuti
non è chiaro se sia stata una scelta dell'autore o se invece
effettivamente nella rivista non è dato spazio alla Slovacchia
e al sul suo latente separatismo che ha giocato un ruolo decisivo
in tutti i momenti chiave della storia della Cecoslovacchia. In
conclusione bisogna ricordare che l'opera è corredata di un
indice dei nomi e, al fine di permettere eventuali lavori di
approfondimento e ricerca, anche dell'indicazione precisa
dell'anno, del numero e della pagina su cui sono apparse le
vignette riportate nel testo.
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