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di tutte le recensioni di questo numero  Febbraio 1945; nel Protettorato di Boemia e Moravia,
ossia pressappoco nella odierna Repubblica Ceca occupata dai
nazisti, si avverte che la capitolazione del Reich è ormai
questione di mesi, tanto peggio si sopporta l'arroganza degli
occupanti tedeschi, ma non è chiaro quando verrà il momento
in cui scatenare le sopite forze della rivolta patriottica.
La collaborazione forzata delle istituzioni pubbliche è una
delle viscide superfici sulle quali il puro dovere amministrativo
può oscillare fra il servile collaborazionismo e la tempratura
degli animi onesti, in un pericoloso esame quotidiano che
mette alla prova ogni giorno in modo diverso la dignità e
la morale umana, costringendo i "buoni'' ad interrogarsi
sul giudizio storico che valuterà le loro azioni condizionate
dal terrore e dalle minacce, e lasciando gli approfittatori
a godere di una impunità che ha ormai i giorni contati. Si
aggiunga che nel bel mezzo di questa polveriera, in un bailamme
di segnali contrastanti e di continui rischi bellici per il
cittadino comune (Praga è bombardata, non si sa se i tedeschi
risparmieranno la città...) esplode la furia omicida, tutta
personale, per niente "storica'', del serial killer di
turno, che si ispira ad una tela religiosa per martirizzare
le proprie vittime e neutralizzare i propri irrisolti conflitti
con il sesso femminile. Sono questi, rispettivamente, lo sfondo
reale e la vicenda fittizia su cui Pavel Kohout (Praga, 1928)
fa muovere i suoi poliziotti, i suoi investigatori e i vari
bruti delle SS e della Gestapo, tutti coalizzati contro un
ulteriore mostro, un unico nemico, che, paradossalmente, viene
a sua volta riconosciuto anche dai tedeschi come incarnazione
del male assoluto. L'assassino delle vedove, l'omicida rituale
che dà il titolo alla buona traduzione italiana di Letizia
Kostner (l'originale ceco suona come "il momento magico
degli assassini''), è l'imprevisto elemento impazzito che
si staglia sullo sfondo storico degli ultimi mesi del secondo
conflitto mondiale e costringe ad una laboriosa, diffidente
collaborazione il poliziotto ceco Jan Morava e il suo corrispondente
tedesco Erwin Buback, finito nelle fila della Gestapo perché
incantato "in buona fede'' dalle idee megalomani del
suo Führer, sebbene anch'egli abbia origini ceche. L'avvicinamento
fra i due, che avviene sulla base delle comuni origini e delle
comuni sventure, è una delle linee principali del racconto,
ma ha un'impronta fondamentalmente buonista e appare forzato.
L'autore, Pavel Kohout, è una delle figure più interessanti
e sintomatiche dell'ultimo cinquantennio ceco: dopo essere
stato fervente comunista, si "ravvede'' e passa nelle
file dell'opposizione al dogmatismo prima, in quelle della
dissidenza legata a Václav Havel ed a Charta 77 poi. Come
tanti uomini di cultura importanti è stato coinvolto in polemiche
politico-culturali, come tanti costretto a vivere all'estero
durante la cosiddetta "normalizzazione'', come tanti
tornato in patria dopo l'89... come tanti, verrebbe da dire,
è ora costretto a scrivere lunghi, interminabili romanzi per
sbarcare il lunario. Da questa nostra affermazione si sarà
capito che questa storia a sfondo poliziesco con velleità
sociologiche non ci ha propriamente entusiasmato. Non possiamo
esimerci dall'intavolare una seppur superficiale discussione
(ne siamo consapevoli: quanto poco originale, quanto trita!)
sull'appartenenza di tale libro alla produzione di genere
o alla narrativa "d'autore'', servendoci di qualche parallelo
cinematografico. Sugli scaffali delle librerie italiane (sulle
quali raramente compaiono nuove traduzioni dal ceco, e dalle
quali latitano ancora decine di romanzi dai valori molto meno
controversi) lo si trova fra i thriller, accanto ai bestseller
americani o allo čtivo teutonico: la mole spropositata
di pagine che da un certo punto in poi stancano per l'esaurirsi
dei temi che vengono inutilmente trascinati oltre la loro
autonomia temporale, l'eccesso di descrizione psicologica
che sfocia in una deleteria volontà di spiegazione di ogni
minimo gesto dei personaggi, la qualità non eccelsa di molti
dialoghi, che sfiorano a volte il sentimentale o il kitsch
amoroso, o ancora il gusto evidente per i colpi di scena e
per l'orrore cinematografico, "visibile'', la troppo
schematica suddivisione in buoni e cattivi e la rapida trasformazione
psichica dei protagonisti nel momento decisivo, uno scioglimento
rimandato all'infinito e poi raggiunto con imbarazzante facilità
alleggeriscono non poco il peso specifico del libro. Che poi
Kohout tenti di trasfigurare la sua vicenda criminalistica
riallacciandola a temi impegnativi come l'odsun (la
cacciata di gran parte dei tedeschi dalle terre ceche successiva
alla sconfitta del Reich), la successiva caduta della Repubblica
Cecoslovacca in un regime stalinista, o addirittura la metafisica
e sfuggente analisi della "cattiveria'' del popolo tedesco
durante il nazismo conduce in parte l'autore (ed il lettore)
ad ulteriori impasse logici. Come in un discreto film da sabato
sera, la narrazione si dipana agevolmente senza scossoni e
soprattutto senza rischi interpretativi. Ed è forse proprio
questo il punto dolente, Kohout non lascia nulla al caso,
non rischia mai di lasciare il suo lettore senza l'attesa
esplicazione di moventi, turbe psichiche, slanci emotivi,
si perde in prolissi flashback che permettono un inquadramento
fin troppo univoco nel casellario dei tipi psicologici e degli
stereotipi narrativi: una eccessiva presenza materna trasforma
un poveraccio in un assassino di "puttane'', una tremenda
tragedia familiare spinge il duro investigatore tedesco alla
ricerca del grande amore e al rifiuto del nazismo, un colpo
altrettanto duro trasforma il puro ed ingenuo Morava in un
perfetto, gelido segugio, il tutto condito dalle prevedibili
angherie dei nazisti e dalla sostanziale bontà dei personaggi
cechi, che diventano negativi solo nel caso che siano psichicamente
deviati o esasperati dall'odio per gli invasori. Va tuttavia
riconosciuto che tutto ciò è in realtà raccontato con una
interessante alternanza di focalizzazioni (che rischia però
di diventare anch'essa schematica e prevedibile), con begli
spunti di discorso interiore e non senza avvincere (almeno
per le prime centinaia di pagine) un lettore che pretenda
solo di essere intrattenuto con una vicenda complicata quanto
basta, ma che non gli faccia doler troppo la testa. Kohout
qui sembra non riconoscere diritto di cittadinanza al non-detto,
al suggerito, all'ellissi, alla doppia possibilità interpretativa,
all'intervento ispirato del lettore: sembra dire "B è
causato da A, a questo segue naturalmente quello, così ho
scritto, e così, mio caro lettore, devi capirla''. Sintomatico
di questo approccio è il trattamento della figura-chiave,
quella dell'assassino, il cui passato traumatico l'autore
si premura di spiegarci fin nei minimi particolari e ripetutamente,
come avviene nei film d'azione in cui balenano dei flashback
esplicativi che rammentino allo spettatore assopito chi sia
il dato personaggio o cosa lo abbia portato a trovarsi lì
nel dato momento. E proprio quando magari stiamo per riconsiderare
in positivo il nostro giudizio complessivo sull'opera perché
se ne apprezza l'alternanza virtuosa nella gestione dei gruppi
di personaggi, o la riuscita commistione di sfondo storico
e vicende private spuntano frasi {\em cheap} come quella del
tedesco "convertito'' Buback: "Sempre che un individuo
possa porgere le scuse a nome di un intero popolo, ecco le
mie'', quello stesso Buback che, illuminato (con ritardo)
sulla via di Damasco "reprimeva la propria identità di
tedesco a vantaggio della propria identità di essere umano'',
o la straziante confessione della sua amante: "Questo
è successo: tu col tuo sesso mi hai toccato l'anima''. Sono
frasi massimaliste, momenti in cui l'autore vuole strafare,
cadute di stile che, nel loro voler essere segno di una veduta
ampia e non preconcetta (verso i tedeschi, non tutti "cattivi'')
o dimostrazione della forza rigenerante di sesso e amore purtroppo
suonano come rubate alla letteratura d'appendice. Confessiamo
in chiusura di non essere affatto esperti dell'opera di Pavel
Kohout; è certo però che (per tornare alle contrapposizioni
cui accennavamo sopra) lo spessore di un grande romanziere
che domina il genere o lo trascende, di un autore non pacificato,
si misura anche per quello che riesce a tenere nascosto al
suo pubblico, per le domande che lascia senza risposta, per
gli stimoli di ricerca e connessione fra le parti che la struttura-romanzo
dovrebbe lasciare nel campo del potenziale, e non sminuire
costringendoli nella feriale chiarezza del realizzato.
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