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 Le
politiche di guerra in Russia appaiono come subdole proiezioni
che dai vertici di governo, attraverso un'informazione ancora
troppo controllata dall'alto, giungono all'opinione pubblica
in maniera epurata e distorta. Ciò che una volta era riconoscibile
più semplicemente come propaganda di guerra, si è trasformato
in un meticoloso lavoro per camuffare gli interessi particolari
e le responsabilità effettive delle strategie belliche contro
la resistenza in Cecenia ( Nakhče), cioè contro quelle
che appaiono ormai come invincibili bande di guerriglieri.
In questo suo operare il governo russo dimostra tuttavia i
limiti di una grossolana maniera di condurre la questione.
Da anni è ormai diventata un'abitudine fare i conti con le
notizie del conflitto ceceno: mass-media, rappresentanti politici
e militari convogliano l'idea confusa della guerra in un angolo
assordito e raggrumato nella coscienza dei russi, i compartecipi
silenziosi di un'aggressione spesso presentata come dovuta
e inevitabile, atto indispensabile e irrevocabile. Da quando
nel 1999 l'agente segreto Putin è diventato il condottiero
del paese e si è presentato al suo popolo di telespettatori
con carte geografiche della Cecenia alla mano, spiegando nel
dettaglio come liquidare qualche migliaio di banditi sparsi
sui monti del Caucaso, nulla è cambiato se non il numero delle
vittime stimate. Ai russi non sembrava vero di aver trovato
l'uomo per risolvere quella scomoda guerra, nocivo residuo
di una deriva storica del Novecento costernato da non pochi
sconvolgimenti politici e disgrazie socio-economiche. D'altronde
dopo i discorsi alticci e le decisioni arbitrarie di El'cin,
in molti erano a credere che trovare soluzione al conflitto
fosse solo una questione di sobrietà politica e di lucidità
diplomatico-strategica. 
La guerra in Cecenia invece continua ancora oggi e resta tanto efferata quanto accettata in modo discreto, cioè passivamente e con distacco. I dati stilati sono inattendibili, ma si parla di decine di migliaia di morti, senza distinzione tra la popolazione civile, i soldati russi (spesso ragazzi di provincia arruolati nemmeno maggiorenni) e i guerriglieri ceceni, integrati con mercenari musulmani di altri paesi islamici. Non c'è politica, né diplomazia che attualmente possano paventare credibilità di fronte ai bombardamenti indiscriminati, agli eccidi da una parte e dall'altra e all'odio gratuito che non trova più contegno. In realtà il valore che hanno le vite umane sacrificate in questo conflitto resta pressoché nullo, se è vero che fa poca differenza dove e cosa succeda e se non si fa nulla di straordinariamente concreto per mutare il corso degli eventi. All'orrore quotidiano dell'indifesa popolazione civile cecena si sovrappone quello estemporaneo che colpisce il cuore di Mosca. Ma se nemmeno gli eclatanti e sanguinosi atti di terrorismo, che negli ultimi anni hanno colpito la capitale russa, riescono a scuotere l'opinione pubblica, è evidente che indifferenza e impotenza giocano ad accusarsi fino a mascherarsi in quella sovietica rassegnazione che sembra abbia ormai vaccinato il popolo al cospetto di qualsiasi forma di terrore esterno o interno che sia. Lo stato poliziesco e la propaganda di governo continuano in tal modo a utilizzare l'idea della minaccia terroristica per giustificare la soluzione bellica alla questione cecena, ampliando il vortice del conflitto e impoverendo ogni reale prospettiva di pacificazione.
Tali sono le politiche di guerra in
Russia. Se la retorica non può trovare spazio ulteriore alle
ragioni umane di un conflitto, al contempo la letteratura
russa porta da lontano la sua testimonianza di un cinico ricorso
storico, che conferma come il Caucaso resti l'eterno teatro
di scontro per i russi, impegnati da sempre a domarvi nemici
ribelli e guerrafondai. La realtà storica e le vicende belliche,
che nell'Ottocento autori come Lermontov e Tolstoj avevano
ritratto nelle loro opere, si è tradotta nella contingenza
della contemporaneità. Pur di fronte a una opinione pubblica
pressoché annichilita, l'intelligencija russa cerca
oggi di far sentire timidamente la propria voce di dissenso.
Si tratta spesso di voci singole che si levano da un coro
di omertà, come avviene nella prosa di guerra o con il giornalismo
di denuncia di autori quali Anatolij Kim o, almeno in parte,
A. Prochanov (Idušči v noči; Čečenskij bljuz)
e Anna Politkovskaja (Vtoraja čečenskaja). Quest'ultimo
volume è stato pubblicato nel dicembre del 2003 (in traduzione
dal francese) con una prefazione di A. Glucksmann dalla casa
editrice Fandango. Si tratta di casi in cui gli scrittori
citati con la loro testimonianza tentano di mantenere l'attenzione
dei lettori su un argomento scomodo, così vicino e così lontano,
tanto tragico quanto manipolato, di cui dopo dieci anni di
conflitto non si riesce ad avere ancora la reale percezione.
Per tale ragione anche i poeti russi hanno voluto simbolicamente
dare il loro contributo, nel tentativo di scuotere o di scuotersi
la coscienza di fronte alla questione della guerra.
***
L'antologia Vremja "Č",
traducibile come L'ora "X", edita da Novoe
literaturnoe obozrenie nel 2001, è un progetto ideato da Nikolaj
Vinnik, che compare nelle vesti di curatore della pubblicazione.
Come indicato nel sottotitolo, le poesie raccolte nell'antologia
riguardano principalmente la Cecenia e più ampiamente la condizione
umana nella dimensione terribile della guerra. Sono esattamente
centosei gli autori inclusi nella raccolta, poeti di varie
generazioni, di diversa formazione e con idee anche divergenti,
ma legati dal comune intento di sensibilizzare i lettori con
le proprie impressioni di fronte alla realtà contemporanea
dei conflitti bellici, che tocca direttamente la Russia. Dal
più anziano, Semen Lipkin (1911), sino al più giovane, Dmitrij
Tkačenko (1982), la schiera di poeti rappresenta ben quindici
città della Federazione russa, con una prevalenza di autori
moscoviti e pietroburghesi, ma accoglie anche autori emigrati
e viventi in Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna,
nonché i cugini ucraini, di cui si riportano alcuni testi
tradotti in una sezione finale a parte, Priloženie (perevody).
Sensibilizzare i lettori sulla disumanità di qualsiasi conflitto
bellico significa per N. Vinnik partire dal sottolineare la
pericolosità di fenomeni come la xenofobia, l'intolleranza
religiosa, il nazionalismo, l'imperialismo e il terrorismo.
Le poesie sono raccolte su nove sezioni
che indicano una suddivisione tematica e in parte cronologica.
La prima sezione, "Vsem znakom etot strach vysoty...'',
include i testi che in qualche modo rappresentano i prodromi
della guerra, poesie profetiche o in cui è intuibile il presentimento
del conflitto. Si tratta di testi scritti prima del 1994.
La seconda sezione, "My seem svincovoe semja",
è dedicata alla lirica di guerra, dove spiccano i nomi dei
poeti Grigorij Daševskij, Semen Lipkin e Valerij Šubinskij.
Nella terza sezione, "Ne poj, krasavica... k stolu
li nam vesel'e?", dominano i temi d'impegno civile;
tra i poeti di maggior risonanza inclusi in questo sottocapitolo
compaiono Ivan Achmet'ev, Dmitrij Kuz'min, Sergej Stratanovskij,
Michail Suchotin e Michail Jasnov. Nella quarta sezione, "Vnov'
orlom gljadit rossijskij gerb...", è sviluppato
il motivo del rapporto tra il poeta e lo stato russo con la
sua natura e struttura imperialista e spicca il nome del poeta
moscovita Vsevolod Nekrasov. Nella quinta sezione, "Plač'te
po derevljanam...", c'è invece una sorta di spostamento
dei temi già descritti verso una dimensione spazio-temporale
diversa, non necessariamente attuale. Qui spiccano i nomi
del giovane Filipp Kirindas, del poeta classicista Sergej
Zav'jalov e di Aleksandr Levin. Nel sesto capitolo, "I,
podozritel'no igrivy, na novosti pochoži sny...",
i testi sono caratterizzati dalla stilizzazione dell'antiutopia,
del motivo fantastico e di immagini surreali, come nelle poesie
di Dmitrij Aleksandrovič Prigov, Dar'ja Suchovej e Vladimir
Stročkov. La settima sezione, "I vypolzet iz bukvy
zver'...", include le poesie che hanno come tematica
centrale il conflitto in Cecenia negli ultimi anni; tra i
testi di maggior interesse si evidenziano quelli del pietroburghese
Dmitrij Golynko-Vol'fson e di Elena Fanajlova. Nell'ottavo
capitolo, "Ptica v kletke ešče poet...",
torna il tema della collocazione del poeta nel mondo e indirettamente
del suo sguardo sugli eventi storici in Russia e nel Caucaso.
La nona è la sezione di chiusura, Poemy i cikly,
caratterizzata dai cicli di poesie e dai lunghi poemi dedicati
agli argomenti di guerra, tra i quali si evidenzia in particolare
il contributo consistente offerto dal poeta pietroburghese
Viktor Krivulin.
Questa importante raccolta di alcune
centinaia di testi poetici rappresenta un gesto significativo
d'impegno civile, con cui Nikolaj Vinnik ha voluto portare
alla ribalta il tema della Cecenia e della guerra. Ciò che
preoccupa in qualche modo l'opinione pubblica trova la sua
più profonda rielaborazione nella poesia, il genere letterario
che permette di riflettere sulla situazione reale nel modo
più sensibile, sottile e arguto possibile. Questo libro si
può parzialmente considerare come cassa di risonanza nel contesto
dei media, che hanno il dovere di comunicare la realtà sulla
questione cecena, ma lo scopo è alla fine ben più ampio di
quello di raccogliere testi sul motivo della guerra. L'antologia
Vremja "Č" mostra in realtà gli aspetti
più tragici e sofferenti di una disorientata società russa,
colta in tutta la sua complessità, in un'epoca attuale dove
motivi culturali, politici, economici, ma anche psicologici,
s'intersecano ed evolvono in maniera sempre più spasmodica.
Tre cicli di poesie e un poema polifonico
compongono l'ultimo libro di Sergej Stratanovskij, uscito
nel 2002. Il primo di questi cicli è omonimo del titolo dato
alla pubblicazione (Rjadom s Čečnej) e comprende
nove componimenti brevi esplicitamente dedicati alla guerra
e alla Cecenia (pp. 5-14). Il pensiero di S. Stratanovskij
sul conflitto ceceno è chiaro: un intero popolo è esposto
alle violenze indiscriminate, agli eccidi e alle sopraffazioni
che ogni guerra porta con sé. Il poeta denuncia la mancanza
di capacità e di volontà per risolvere il conflitto senza
le armi, sottolineando la gravità dell'assenza diplomatica,
nell'impellenza di un dialogo pacificatore, anche se è ormai
difficile rintracciare dei possibili interlocutori. La solidarietà
verso la popolazione civile in Cecenia giustifica il titolo
del libro Rjadom s Čečnej [Accanto alla Cecenia].
Il mostro della guerra è stigmatizzato dal poeta attraverso
le percezioni e le sorti degli eroi quotidiani, siano essi
soldati russi o civili ceceni, che non avendo reali speranze
di una vita diversa e migliore, sembra non possano sottrarsi
al pensiero incombente della morte.
La seconda sezione del libro è dedicata
a un componimento lungo a più voci (Pcharmat prikovannyj),
scritto sullo sfondo della versione cecena del mito di Prometeo
(pp. 15-22). Il poeta dimostra in questo caso la sua attenzione
per la ricca dimensione letteraria, mitologica e profondamente
culturale di un popolo che ha una sua identità linguistica
e nazionale ben distinte e che solo per questo meriterebbe
una considerazione diversa. Pretendere di sottomettere la
volontà dei ceceni con la costante minaccia della repressione
dimostra la miopia di chi conduce tale conflitto. La resistenza
dei banditi ribelli si giustifica attraverso le salde radici
storiche di un popolo ora indigente, ora offeso, ma notoriamente
combattente, che nel vedere devastato il suo territorio è
finito per affidarsi al fondamentalismo islamico pur di riscattarsi
e vendicarsi contro quello che si mostra come l'occupante
russo.
Nella terza sezione del libro (Obraz
Rossii), che raccoglie le poesie sull'immagine contemporanea
della Russia (pp. 23-34), il poeta riflette sull'identità
del popolo russo nell'epoca post-sovietica. Stratanovskij
decostruisce i miti ideologici e l'inganno utopico manifestando
quasi la propria vergogna verso certi aspetti della storia
troppo spesso sanguinaria e dolorosa del proprio Paese. Il
folclore contemporaneo dei ricchi e prepotenti "nuovi
russi", le chimere capitalistiche di un contadino del
futuro si mescolano ai personaggi della classicità greca o
della tradizione cristiano-ortodossa. I procedimenti stilistici
di Stratanovskij sembrano ormai consolidati, come le costruzioni
metaforiche e lessicali rispondono a meccanismi tipici della
sua poetica. Nelle brevi poesie compaiono neologismi e sovietismi
accanto a parole composte in maniera stravagante, ma che moltiplicano
la realizzazione semantica dei testi.
Le poesie della quarta e ultima sezione
del libro (O bessmert'e i pochoronach), sono dedicate
alla morte (pp. 35-42). Qui è confermata la tendenza ai toni
lugubri e pessimistici di Stratanovskij, il cui humour nero
costerna in realtà tutta la visione d'insieme della raccolta.
La denuncia di una guerra non merita tuttavia altri toni,
né una sensibilità clemente o compromessa con idealistici
pacifismi. Per il poeta la guerra è morte, una morte violenta,
misera e priva di senso.
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