Scarica il Pdf
di tutte le recensioni di questo numero  "S'affretta la farfalla della mente / precipita
dal nulla verso il niente" [iz niotkuda v nikuda]: così
recitava già Petr Pustotà nei suoi Canti del regno di
Io. La farfalla della mente peleviniana è uscita dal
lungo letargo editoriale per riprendere a svolazzare tra i
banchi delle librerie, e gran parte del mondo della critica
russa a corrergli dietro con il retino dei giudizi. Gli strappi
che lacerano le griglie interpretative troppo rigide paiono
mal rattoppati da una lettura talvolta superficiale di quest'ultimo
libro di Pelevin, e il rischio di veder scivolare via indisturbato
il grazioso lepidottero verso la sua metamorfica "vita
di insetto" è ancora più alto del solito. Non è facile,
in effetti, il giudizio su quest'opera. In difficoltà paiono
anche molti tra i critici storicamente più benevoli nei confronti
dell'autore. La critica positiva ne esalta lo stereotipo classico
dello scrittore che "rispecchia l'epoca": ogni suo
romanzo come un affresco del decennio russo cui appartiene.
Questo sarebbe quindi il romanzo della cultura russa della
globalizzazione, con la sua ambientazione nel mercato finanziario
internazionale. La critica negativa ne appiattisce invece
gli esiti nel solito funambolico gioco enigmistico e nella
esaltazione tout-court della cultura di massa elevata
a pagina letteraria.
È certo però che, a furia di sventagliare
definizioni, si alzano grandi polveroni di polemiche letterarie
e sociologiche che finiscono per aver poco a che fare con
una descrizione di quel lieve "volo del libero pensiero"
che cavalca la corrente di questi anni. La scrittura di Pelevin
spesso paga un prezzo simile a quello delle farfalle: pochi
rinunciano alla tentazione di infilzarla con uno spillo e
metterla sotto vetro con un'etichetta. Ma le farfalle, come
le foglie dell'ultimo racconto di questa raccolta, appartengono
al vento. E forse le si studia meglio osservandone il movimento,
più che gli approdi: "tutto accade solo nel vento, e
del vento in verità non si può dire che ci sia un luogo da
cui arrivi o dove vada a finire" (p. 376). Al centro
della scrittura di Pelevin stanno le traiettorie narrative,
il racconto è nel suo svolgersi, la meta è il cammino (povest'
o Puti, p. 383), mai il punto di arrivo o di partenza.
La domanda del lettore ("ma dove vuole arrivare?")
e quella del critico ("ha fatto progressi?") rischiano
di portare fuori strada. Pelevin dichiara apertamente un rapporto
diretto con il testo, sullo stesso piano di quello del lettore.
In quanto scrittore, segue la storia nel suo svolgersi, come
primo lettore del testo. Nessuna missione autoriale o messaggio
implicito, quindi. Non c'è nessun luogo a cui "portare"
il lettore. La pagina letteraria è la "casa comune"
di scrittore e lettore, dichiara Pelevin nelle interviste
usando un'espressione da perestrojka letteraria. Questo libro
sembra infatti più di altri una frase incidentale. Un ridondante
"inter/mezzo". Un periodo di transizione,
appunto, in cui unica certezza è la provvisorietà dei risultati,
e unica tenace determinazione l'infinita ricerca di una meta,
all'orizzonte di ogni senso, con il piacere gratuito di chi
racconta storie intorno al falò la sera durante il viaggio.
Provare a formulare un giudizio qualitativo complessivo su
quest'opera potrebbe rivelarsi, dunque, esercizio infruttuoso,
se si prescinde da un'analisi strutturale immanente al testo
e spoglia di molti strumenti critici brevettati e di etichette
linguistiche preconfenzionate. Giacché le stesse parole con
cui si tenta di intrecciare il retino acchiappa-farfalle contengono
sempre, suggerisce Pelevin, un piccolo fallimento intrinseco,
dato dal limite dell'espressione, per sua natura parziale.
"Non sono in grado di intrecciare una tal rete, con cui
possa stanare questo mostro dalle tenebre. [...] Le parole
con cui si vuole immortalare la verità sono la sua tomba.
[...] In verità, è difficile dire qualcosa del vento, se i
segni sono solo per le foglie che vi volano dentro" (pp.
378-9). Per uscire dalla "prigione delle parole"
[tjurma slov] si può provare ad abbatterla, lacerando
la struttura del testo. Mettendo in atto un processo di destrutturazione
anarchica delle regole del gioco letterario. Comprese (soprattutto)
quelle codificate dalla teoria decostruttivista, etichettata
made in france, come prodotto di consumo della nuova
società post- (postmoderna o postindustriale, a seconda dei
gusti - postbellica non va più tanto di moda...). Postmodernismo
e decostruttivismo, in quanto teorie letterarie, se ridotte
a rigidi sistemi ermeneutici finiscono per trattare alla stregua
di tradizionale contenuto anche il non-contenuto.
Il racconto Makedonskaja kritika francuzskoj mysli
[Critica macedone del pensiero francese] è in questo senso
interpretabile come un attacco frontale di Pelevin al suo
marchio di autore postmodernista. Dopo avergli costruito intorno
steccati di definizioni, ci hanno appeso sopra di tutto: etichette
critiche, ex-voto di cultori appassionati{\ldots} E quando
"peleviniano" diventa aggettivo qualificativo e
uno di cognome fa Pelevin, c'è da chiedersi se in effetti
non gli venga istintivo evitare la trappola di scrivere un
testo peleviniano. Il gesto liberatorio che scavalca la staccionata
dell'estetica "post", sembra suggerire Pelevin,
è un'estetica del posticcio. Allora prende i suoi vecchi testi,
li sminuzza e li centrifuga. Ecco un bel prodotto post-peleviniano:
ammasso e concentrato di autocitazioni, campionario da commesso
viaggiatore che mette in mostra motivi e immagini di tutta
la produzione. Una summa enciclopedica peleviniana, volutamente
sequel di Generation P [trad. it. Babylon,
Mondadori, Milano 2000] (ricompare Maljuta, viene citato Tatarskij),
e smaccato centone delle sue altre opere, di cui dissemina
frammenti e immagini come tessere scomposte di un puzzle difettoso
(alcune sono identiche tra loro). Ne viene fuori un remake:
un'opera epigonica, se non ne fosse lui stesso l'autore. Un
romanzo posticcio, appunto, una pappa frullata e diluita,
una specie di medicina omeopatica da bere tutta d'un fiato
per non stomacarsi di noia (in effetti - parrebbe quasi volutamente
- un po' annacquato). All'apparenza un prodotto ripetitivo,
consumato. In realtà è prodotto di consumo che consuma (i
valori, la serietà delle "cose da dire" e degli
autori), strumento attivo e non passivo di interazione con
la realtà rappresentata. Il romanzo Čisla [Numeri]
racconta la storia di un uomo che si costruisce un modello
di spiegazione del mondo. La denuncia della limitatezza dei
giudizi basati sulle evidenze dei fatti e della realtà è un
motivo che si ritrova costante in Pelevin. Nelle sue opere
i cosiddetti fatti, fisici o psichici, sono sempre rappresentazioni
illusorie. Con il concetto di mondo come totale riflesso di
coscienza Pelevin si era già confrontato altrove, soprattutto
in Čapaev i Pustota [trad.it. Il mignolo di Buddha,
Mondadori, Milano 2001]. In generale, tutti i suoi passati
personaggi si dibattevano nella comprensione di realtà parallele,
sperimentavano stati di coscienza dentro realtà alternative
o plurivoche in cui pativano catene di causalità ignote e
ineluttabili. Nel caso di Čisla, la causalità diventa
invece ordine artificialmente indotto (e non passivamente
subito) dal protagonista, che sviluppa una lettura soggettiva
degli eventi e opera un'organizzazione individuale dei rapporti
tra i fatti. Di conseguenza, il lettore si ritrova a non poter
stabilire un giudizio di verità sulla realtà narrata: come
a dire che l'opera non rappresenta la realtà, ma è la realtà
a rappresentarsi come opera. La realtà è per Pelevin sempre
verosimile. La distinzione stessa tra realtà e apparenza,
per usare una sua definizione, è un atteggiamento di adesione,
un atto di fede: la realtà è data dalla fiducia che vi si
ripone; l'apparenza è quella realtà in cui non si pone fiducia.
La causalità soggettiva, vuole mostrare Pelevin, diventa strumento
potente, perché rende il futuro prevedibile, il pericolo arginabile
attraverso il rispetto del tabù, l'omaggio al totem. Ordine
indotto secondo un sistema rigido di causalità, sul piano
sociale, è la forza di ogni fondamentalismo, di ogni sistema
culturale rigorosamente deterministico. Non sono strumenti
più efficaci, secondo Pelevin, né la filosofia, né la storia.
Perché la filosofia è un "codice di process"' (linguaggio
di sistema) che "appoggiandosi al passato genera il futuro"
tramite leggi di causalità indotta artificialmente dallo stesso
algoritmo di programmazione. La storia, dal canto suo, spiega
il passato ma non può prevedere il futuro (e quindi è inutile,
perché inapplicabile al presente). Ciò che resta irrisolvibile
e radicale nella poetica di Pelevin è il problema del tempo
ineluttabile, la fatalità del suo scorrere. Segno e cifra
stilistica di questo ultimo romanzo è l'accumulazione dei
fatti e degli eventi che riguardano il protagonista, la cui
vita si sviluppa per tappe, secondo episodi passati e precorrimenti
di episodi futuri che si riverberano nel presente. Il personaggio
si muove lungo il filo narrativo della sua "bio-grafia"
in assenza di una trama forte. La sequenzialità dei fatti
non è intaccata neanche dalla esibita rinuncia all'ordine
di paragrafazione della storia (che aveva già subito un'inversione
nella Freccia gialla, ma con altra funzione). In
Čisla le cifre di paragrafazione diventano esse stesse
narrative: si fanno titolazione numerica. Motore organizzativo
della storia resta solo l'attesa della oscura predizione del
tempo fatidico (la data di un certo compleanno). La battaglia
contro la "forza del destino" è vinta dal protagonista
del romanzo per mezzo dell'eroico confronto con il pericolo
ignoto, affrontandolo in campo aperto armato solo dei suoi
amuleti e delle formule apotropaiche da lui stesso composte.
Ci si trova davanti, seppure in altra forma, quello stesso
podvig [gesto eroico] che era già il fulcro della
vicenda di Omon Ra [Mondadori, Milano 1999]. L'eroismo
di ogni uomo sta nella presa di coscienza della propria condizione
transeunte (in quanto individui) ed eterna (in quanto coscienza).
In questo senso Pelevin intende l'esistenza umana come transizione
cosciente verso il nulla. Il suo podvig personale
è quello di scontrarsi con coraggio contro le incongruenze
e i limiti dell'espressione, armato dei suoi amuleti e della
sue formule - le parole. Tendere con immaginazione il presente
totalizzante della sua coscienza a prefigurare un antecedente
e un postumo stato di coscienza, seguendo la corsa del tempo.
Catturare l'ombra della vita prima della vita e dopo la morte.
Al di là della ineludibile consapevolezza della fragilità
della condizione umana e oltre le rovine di tutte le costruzioni
storico-culturali, Pelevin ci pone davanti l'immagine del
viandante che si fa strada con la lanterna della sua coscienza:
l'immagine di Diogene che cerca l'uomo (già spettro occhieggiante
dalle prime pagine di Omon Ra). Quella stessa lanterna
che su un muro bianco proietta ombre cinesi. La saggezza orientale
e quella occidentale si ritrovano ferme davanti a quello stesso
muro, suggerisce Pelevin. Le ombre letterarie di questo ultimo
libro sembrano servire a mostrare direttamente quel limite,
la barriera con cui ognuno è chiamato a confrontarsi (si pensi
al bel racconto Fokus-gruppa). Il testo orientale
che conduce a quel muro bianco è per Pelevin un romanzo classico
cinese, Viaggio in Occidente, che ha anch'esso al
centro della narrazione un cammino (povest' o Puti).
Il testo sacro che i protagonisti di quella storia ricevono
alla fine del loro viaggio è un libro dalle pagine bianche.
Il confronto radicale tra il testo letterario e la pagina
bianca, intesa come luogo dell'ineffabile, è motivo comune
alla tradizione occidentale, fino all'ermetismo e oltre. La
pagina immacolata è sacra perché racchiude il mistero della
creazione delle forme, il loro "parto doloroso"
dal nulla, come dice Pelevin. La creazione è affermazione
della vita, atto che segna l'incipit di tutte le storie, lo
slancio vitale che muove alla coraggiosa esplorazione del
cuore di tenebra con il lanternino della propria coscienza.
Quel libro dalle pagine bianche è in fondo lo stesso libro
virtuale (mai pubblicato) che Pelevin ha voluto dare ai lettori
in questi ultimi quattro anni, prima di affrontare di nuovo
con coraggio il nero dell'inchiostro e il limite della parola.
Il risultato è un'opera "debole", in termini semiotici
prima ancora che artistici. La Dialettica è in effetti
un testo slabbrato e sforacchiato, transitorio appunto, nel
senso che il peso specifico della scrittura (il suo presunto
contenuto) si alleggerisce e funge da barriera da superare,
ostacolo che invita al salto verso un'esperienza estetica
qualitativamente superiore. Un po' come la siepe leopardiana,
di fronte a cui sedersi e mirare. Come la tela strappata del
pittore, dove il gesto artistico è nel taglio e non nella
rappresentazione (tantomeno nella verosimiglianza di un oggetto).
Come il cesso di Duchamps (da Pelevin esplicitamente citato
nel libro) che "mostra la mostra", rompendo la convenzione
dell'oggetto d'arte all'interno della galleria di oggetti.
La galleria delle diecimila cose, come la sala dei diecimila
fenomeni della letteratura cinese, è il mondo raccontato.
"Il mio cuore sa che il racconto di cui parlo esiste
[...] Ma detto fra noi è improbabile che esista qualcos'altro
oltre a questo racconto", dichiara Pelevin nell'ultima
pagina di questo libro. Non ci sarebbe stato bisogno, forse,
di questa postilla. Si sarebbe già capito tutto da quelle
pagine di scrittura nera sul foglio bianco. Dalla maglia larga
del romanzo e dai racconti, brevi e stilisticamente coesi,
che lo accompagnano: frammenti omogenei, scaglie compatte
di testo tenute insieme solo dal filo originario, ossia il
desiderio di espressione, quell'élan vital che spinge
lo scrittore a riempire la pagina bianca: "mi immagino
una gran quantità di storie strane, sparse in un numero ancora
maggiore di minuscoli racconti, fra cui non si può passare
alcun filo comune - eccetto quello originario, che del resto
passa attraverso tutto. [...] Il cammino delle diecimila cose.
Questo racconto sarà simile alla raccolta di molti frammenti
scritti da gente diversa in tempi diversi'' (p. 383). Si sarebbe
capito ugualmente. Ma questo è un libro generoso perché non
si limita a dire, ma spiega. Un libro leale, perché l'autore
sbatte il mostro in prima pagina (il Demone pedofilo della
copertina) e la sua foto in controcopertina, suggerendo l'intenzione
di giocare allo scoperto, mettendosi in mutande con la mano
tesa a offrirci la mela tentatrice di un sodalizio maturo
tra scrittore e lettore. Il lettore riscrive il testo che
legge, lo scrittore legge il testo che scrive. Questo di Pelevin
è il libro forse meno autoriale, meno originale, ma più sincero.
Un'autoparodia di chi non ha la pretesa di dichiarare di essere
diverso. Perché non mostra alternative: non vuole proporre
un altro mondo o un altro Pelevin. Perché non ce n'è altri.
Per fare il verso (o aggiungerlo) all'Elegia iniziale
(n. 2 - incipit posticcio!): "oltre Pelevin, c'è Pelevin''
[Za Pelevinom - Pelevin].
|