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 Dopo
circa un decennio, Sergej V. Nikol'skij (1922), accademico
moscovita e boemista russo, torna alla monografia critica.
Autorevole studioso di fama internazionale, la sua biografia
scientifica si distingue per una lunga e attenta frequentazione
della letteratura ceca dei primi decenni del XX secolo: Nikol'skij
è infatti noto come uno dei maggiori esperti dell'opera di
Karel Čapek (dal 1977 è membro onorario dell'Associazione
Fratelli Čapek di Praga e, per meriti riconosciuti riguardo
al medesimo oggetto di studio, nel 1988 è stato insignito
della laurea ad honorem dall'università di Olomouc).
Al tema fondamentale della sua pluridecennale ricerca torna
anche in questo ultimo studio, affrontandolo con un nuovo
taglio interpretativo, quello comparatistico, che appare nel
complesso convincente riguardo ai risultati e accurato nel
compendio dei riferimenti testuali, pur nella ridondanza di
alcuni passaggi critici e nella disomogeneità strutturale
dei vari capitoli. Frutto di una ricerca sostenuta dal Rossijskij
gumanitarnyj naučnyj fond, il lavoro di Nikol'skij si
avvale, in questo caso, della consulenza di due noti specialisti
dell'opera di Michail Bulgakov, B.S. Mjagkov e E.A. Jablokov.
La monografia, sebbene corredata di un compendio fotografico
e di una tavola delle illustrazioni, difetta di un indice
dei nomi.
L'assunto teorico dello studio di Nikol'skij è manifestamente
espresso già nel titolo. Si tratta di un'analisi comparata degli stilemi e dei
motivi tematici comuni a due scrittori per molti versi affini: Karel Čapek e
Michail Bulgakov. Oltre a una singolare coincidenza biografica - K. Čapek (1890-1938),
M. Bulgakov (1891-1940) - segno di una vicenda storica per molti versi parallela,
Nikol'skij riscontra nei due autori un nucleo tematico dominante: la rappresentazione
artistica della crescente conflittualità sociale della loro epoca e la perdita
di valore della persona umana. La tesi su cui posa l'impianto critico complessivo
sta nella comune ricerca poetica: entrambi gli autori indagano le relazioni
tra storia personale e storia collettiva; entrambi pongono al centro delle loro
opere il rapporto tra due distinte dimensioni di esperienza, la vita dell'uomo
e quella dell'umanità, i destini del singolo e la sua identità sociale. Al centro
del loro mondo letterario è l'individuo considerato nel quadro del suo macrocontesto
epocale e nel flusso dei grandi processi storici. La base narrativa attorno
a cui si sviluppano tali riflessioni è quella dell'antiutopia, genere
che si afferma tra gli anni Venti e Trenta, in coincidenza con un clima storico
di crescente aggressività politica e di ideologie che spingono nella direzione
di una violenta trasformazione onnicomprensiva delle istituzioni e della società.
La nascita della cultura di massa offre a molti tra gli artisti più sensibili
dell'Europa post-bellica nuovi spunti estetici ma anche nuovi argomenti di riflessione
critica.
La letteratura utopistica, per scrittori come Čapek o
Bulgakov, diviene un potente strumento di riflessione sulla storia, uno specchio
deformato (artefatto) che restituisce un'immagine più nitida del mondo. Ricorrendo
alla parodia e al grottesco, all'enfasi e all'iperbole degli eventi, l'opera
letteraria li rende così più evidenti, e obbliga il lettore a un vaglio critico
del mondo in cui vive. La dimensione utopica è portata in tal modo a violenta
collisione con la letteratura del fatto, determinando sintesi narrative di un
nuovo iperrealismo, e scardinando cronotopi abitualmente stabili e distinti.
L'azione fantastica non si svolge in un ambiente e in un tempo isolati, ma investe
la situazione reale e coinvolge anche personaggi esistenti, o loro "sosia"
letterari. Sul piano dell'invenzione narrativa la stessa riflessione sulla disumanizzazione
della vita e sulla progressiva svalutazione etica nella pratica sociale conduce
entrambi gli scrittori a elaborare figure letterarie sul tipo della "pseudopersona":
un doppione artificiale dell'uomo che ne snatura l'integrità biologica (robot
e salamandre in Čapek; Šarikov uomo-cane in Bulgakov), un essere dalle qualità
umane "ridotte" o "alterate", indice della perdita di umanità dell'ambiente
sociale. Nikol'skij evidenzia affinità profonde tra i due autori anche nella
struttura compositiva delle loro opere, nel principio d'ibridazione di più generi
(fantascienza, racconto filosofico, parabola esopica, detective story, racconto
gotico) e di vari registri stilistici (parodia, grottesco, satira).
Strutturalmente, il libro sembrerebbe organizzato in
due blocchi, divisi da un breve capitolo centrale che pare quasi un intermezzo,
data la brevità e la perifericità del tema rispetto all'impianto generale.
Si può dire che Nikol'skij da un lato offra al lettore una notevole dovizia
di dettagliate analisi testuali, dall'altro non sempre controlli perfettamente
la struttura argomentativa complessiva, che spesso oscilla tra due linee a volte
non integrate: la prima, tematica, sui motivi etico-sociali dell'antiutopia;
la seconda, stilistica, sul procedimento del "doppio codice" semantico e dell'intertestualità.
Il blocco dei primi tre capitoli è dedicato a una breve
indagine sui rapporti intercorrenti tra genere fantascientifico e strumenti
stilistici (allegoria, lingua esopica, criptocitazione). Lo studio prende spunto
dall'analisi tematica di due opere di Karel Čapek: Krakatit e Válka
s mloky [La guerra delle salamandre]. In Krakatit (1924), sull'impianto
di una narrazione fantastica, fitta di rimandi allegorici e onomastici, Nikol'skij
individua tre distinti livelli semantici: quello cosmogonico e filosofico, nella
metafora della forza distruttrice, della dimensione potenzialmente caotica del
reale, intrinseca nella sua materialità; quello storico e politico, del militarismo
tedesco e della crescente tensione sociale; quello privato della storia d'amore
del protagonista, in cui Nikol'skij rinviene anche fondati (finora poco indagati)
elementi autobiografici. Attraverso un complesso sistema allusivo di segnali
intratestuali, il lettore è chiamato a decodificare e integrare i piani semantici
e, mediante la sua opera di interpretazione, a prendere parte attiva alla costruzione
del testo, in un processo ermeneutico che Nikol'skij riconduce alla definizione
di "creazione condivisa" (sotvorčestvo).
Analoga indagine testuale il critico russo propone per
La guerra delle salamandre (1936), opera in cui l'invenzione fantascientifica
si intreccia ancor più integralmente a una dura satira sociopolitica. La maggiore
complessità strutturale del romanzo permette a Nikol'skij di procedere verso
l'individuazione di alcuni nuclei profondi della poetica di Karel Čapek, riconducibili
a tre questioni correlate: quale sia la componente "umana" dell'uomo; cosa
distingua la società umana da quella animale; se alcune tendenze di sviluppo
sociopolitico impoveriscano la componente umanistica della storia. La vicenda
dello scontro tra mondo umano e società delle salamandre mutanti è la metafora
letteraria più compiuta di una "umanità sotto assedio", secondo la formula
con cui František Černý riassume la poetica di Čapek (F. Černý, Premiéry
bratří Čapků, Praha 2000, pp. 86-88). Di qui nasce l'immagine letteraria
dell'umanoide (ciò che in R.U.R. sarà il robot), in questo caso dell'animale
in grado di emulare l'uomo, ma privo di valori etici: "il negativo dell'umanità,
un'umanità di segno inverso, una sorta di antiumanità" (quello dell'umanoide,
dell'esperimento biologico o dell'animale mutante è motivo comune a tutto l'immaginario
collettivo degli anni Trenta: si pensi a film hollywoodiani come Dracula
di T. Browning, 1931; Frankenstein di J. Whale, 1931; King Kong
di M.C. Cooper-E.B. Schoedsack, 1933). La satira di Čapek si esercita lungo
un duplice binario: quello dello scontro tra società umana e mondo delle salamandre,
e quello della conflittualità interna all'umanità (di culture, nazioni, istituzioni
e così via) che ne determina la sconfitta biologica rispetto alla compatta società
animale concorrente. La struttura stessa del romanzo, naturale ibrido letterario,
passa attraverso varie mutazioni: nasce come racconto d'avventura, si trasforma
in fantascienza, per passare all'utopia sociale, approdando all'antiutopia,
e infine frammentandosi in aneddoti di satira sociale. La guerra delle salamandre
è un racconto senza protagonisti, sottolinea Nikol'skij, piuttosto un mosaico
di personaggi, di mondi e di linguaggi che descrive l'universale, il globale
e seziona impietosamente il concetto di umanesimo, mettendone a nudo le radici
e le fragilità storiche. La struttura narrativa integra mondi fittizi e citazioni
reali: sia stilistiche (lingua extraletteraria - saggio, pamphlet, articolo
giornalistico, sondaggio, ecc.), che culturali e politiche (satira mentalità
nazionali). Dal reale extraletterario nasce l'artefatto, e viceversa: per tramite
dell'artefatto, di situazioni e personaggi fittizi, il mondo umano mostra le
sua faccia "disumana". Se Krakatit denunciava sul piano simbolico
la crescente conflittualità sociale (il militarismo, l'ultraradicalismo), La
guerra delle salamandre va oltre l'amara ironia sull'epoca e, attraverso
una satira globale del mondo, rappresenta l'umanità nel suo complesso. Configurandosi
quasi come un romanzo postmoderno ante litteram, mostra la Babele mondiale
dei linguaggi e delle culture, secondo quel principio dell'"epica giornalistica",
come diceva Čapek, capace di fondare eventi reali mediante la loro mera notizia.
Lo studio dell'evento, del fenomeno era un tema che lo appassionava da sempre,
portandolo a riflettere sull'essenza filosofica dei fatti, sul meccanismo logico
della loro strutturazione. Dal punto di vista artistico le sue opere possono
considerarsi veri e propri esperimenti di "produzione di fatti" (oggi si direbbe
realtà virtuale), secondo ciò che Nikol'skij definisce come "principio
di modellizzazione analogica del fenomeno" (p. 20).
Il terzo capitolo indaga l'applicazione del codice plurisemantico
(inoskazanie) in Michail Bulgakov, attraverso l'analisi tematica e
stilistica della povest' Rokovye jajca [Le uova fatali], 1924), di
cui va notata la coincidenza cronologica con Krakatit di Čapek. Anche
il tema bulgakoviano è quello di una catastrofe provocata da incompetenza scientifica
e ottusità burocratica, il tutto immerso in un rocambolesco racconto in cui
l'elemento della fatalità assume tratti da tragedia degli equivoci. Esiste
però, rileva Nikol'skij, anche un livello semantico sottinteso, segnalato da
ricorrenti rimandi impliciti alla situazione politica della Russia coeva. I
due piani restano paralleli e attivi per tutta la narrazione, e amplificano
le risonanze semantiche di episodi e personaggi. Così ad esempio il "raggio
rosso", il "raggio di una nuova vita", che altera la natura degli
organismi scatenando una temibile aggressività e innescando una catena di tragici
imprevisti, è metafora narrativa della rivoluzione bolscevica. Una metafora
che si diparte in un fascio di immagini associative, producendo un campo semantico
complesso che Nikol'skij analizza.
A questo punto si introduce un primo, interessante elemento
di comparazione. Viene notato, infatti, che se in Čapek si può parlare di un'antiutopia
filosofica e sociale, in cui il doppio codice è univoco e unidirezionale, all'antiutopia
di Bulgakov occorre attribuire una più complessa "multivettorialità" (raznovektornost')
semantica: il personaggio fittizio non sempre collima con la figura di riferimento
cui allude, ma anzi spesso se ne discosta intenzionalmente, assumendo connotati
opposti o integrando tratti di più prototipi, in un'amplificata sintesi di
rimandi al contesto concreto. Nel testo bulgakoviano una lunga catena di criptocitazioni
reali crea nel lettore una sorta di semicosciente effetto di “risonanza", una
profonda faglia semantica intermedia tra i due blocchi (fittizio-reale) della
narrazione. Nikol'skij sottolinea questo meccanismo, spiegando: [...] nella maggior parte dei casi, l'autore conduce le analogie
proprio sul piano delle risonanze, sotto forma di accostamenti leggeri ed elastici,
per di più abilmente velati, ciò che permette, in particolare, la pluridirezionalità
dei vettori. Peccato però che l'acuta intuizione
teorica di Nikol'skij si perda in una caccia alquanto didascalica alle allusioni
politiche del testo, impantanandosi in una dettagliatissima analisi, curiosa
ma accessoria, della criptonomastica riferita alla nomenklatura sovietica (Persikov
e scienziato Abrikosov - Lenin; i due reporter: Bronskij - Trockij e Stepanov
- Stalin; il direttore del sovchoz Rokk - Kamenev). Di maggior interesse (ma
non proprio originale) risulta semmai l'attenzione rivolta all'aura metaforica
che circonda oggetti materiali associati ad alcuni personaggi, come a trattarsi
di un leitmotiv semantico (per esempio, gli oggetti e i rumori metallici
associati al personaggio di Stepanov - Stalin), e stimolante è piuttosto l'accenno
a un più complesso meccanismo pluriallusivo sviluppato in Sobač'e serdce
[Cuore di cane, 1925]. In questo caso, infatti, Nikol'skij nota
un'accentuata complessità della struttura della narrazione, che integra più
saldamente il piano stilistico con quello tematico. Non solo l'allusività dei
personaggi si fa più articolata, ma anche la fabula narrativa si approfondisce
di risonanze intertestuali di notevole intensità: oltre a mostrare le infauste
conseguenze di un impulso artificiale dato al corso della storia (satira sulla
rivoluzione), l'opera rappresenta infatti il tema di un'anticreazione (antitvorenie), ovvero la nascita innaturale dell'uomo-cane Šarikov, attraverso
formule narrative parodistiche del Natale.
Il quarto capitolo, come accennato, risulta un intermezzo in
sostanza estraneo all'impianto comparatistico proposto, e riguarda
le allusioni testuali alla persecuzione sovietica della chiesa
ortodossa nell'opera di Bulgakov. Estratti dal Diario e vari
articoli testimoniano il suo interesse per la questione, e
contribuiscono a chiarire il valore etico della sua scrittura, la
condanna della violenza morale e fisica in ogni forma. Si tratta
di un tema di recente attualità per la critica russa, che
Nikol'skij accresce di nuove evidenze testuali analizzando
l'episodio della moria di polli in Le uova fatali (già
nel titolo del capitolo, Kurinaja istorija, Nikol'skij
riscontra una forte allusività nel gioco di assonanze tra kur e kurija). Seguono dettagliate analisi onomastiche,
toponomastiche e la soluzione di vari crittogrammi. La denuncia
della violenza antireligiosa continua nella prima redazione del
Maestro e Margherita, dove si riflette più ampiamente
sul tema dell'ateismo e sul concetto generale di espropriazione
(anche spirituale).
Con il quinto capitolo si arriva al cuore dell'opera, al nucleo
che giustifica la struttura critica della monografia nel suo
complesso e integra le due linee d'indagine proposte (antiutopia e
intertestualità). Lo studio comparativo porta a risultati
interessanti. Nikol'skij presenta un raffronto intertestuale tra
R.U.R. (1920) di Karel Čapek, Bunt
mašin [La rivolta delle macchine, 1924] di
Aleksej N. Tolstoj e Adam i Eva [Adamo ed Eva,
1931] di Michail Bulgakov. Si tratta di una
evoluzione ulteriore della poetica della “pseudopersona" che
approda alla figura tragica dell'“automa", di sembianze umane ma
incapace di affetto e amorale. L'indagine su una eventuale
influenza diretta di Čapek su Bulgakov, più volte supposta
dalla critica ma mai verificata con uno studio sistematico di
fonti e testi, viene in questa sede affrontata e portata a
convincenti conclusioni. Nikol'skij suppone un raccordo tra il
dramma di Bulgakov e quello di Čapek per tramite di una
versione di A.Tolstoj risalente alla primavera
1923, periodo di intensa frequentazione dei due
scrittori. Non si arrischia a ipotizzare un contatto biografico
diretto tra Čapek e Bulgakov, anzi è molto cauto anche nel
presumere una conoscenza di prima mano del testo ceco, supponendo
semmai una lettura della traduzione russa (dal tedesco) di R.U.R. del 192} (K. Čapek, V.U.R
Verstandovy universal'nye rabotary, Leningrad
1924). La derivazione diretta del dramma di
A.Tolstoj da quello ceco viene invece ampiamente dimostrata dal
raffronto testuale: stessi temi e stessi personaggi, con poche
significative varianti, al punto da poter parlare di una versione
russa più che di un'opera autonoma. Medesima anche la fonte
che fa da orizzonte metaforico al dramma: la Genesi biblica. Se
nel finale di Čapek i due automi (Prim ed Eva) scoprono gli
affetti e divengono progenitori di una nuova specie umana,
A.Tolstoj si spinge oltre, chiamando i due automi Adam ed Eva
(come poi anche Bulgakov). Si delinea così il tema
čapkiano del “nuovo Adamo". Alla base vi è una
riflessione filosofica sulla vita artificiale, sull'opposizione
umano/non-umano, sui valori etici nella scienza e nella politica.
A questo tema si lega quello del nuovo mondo, del “paradiso
terrestre": una riflessione critica e poetica sui rischi di un
radicale intervento pianificatorio (rivoluzionario) sulla storia e
sulla società. Nikol'skij passa poi a un'ampia analisi
dell'Adamo ed Eva di Bulgakov (il dramma, commissionato nel 1931 e mai rappresentato, resta inedito fino al
1971, quando viene parzialmente pubblicato a
Parigi, mentre l'edizione integrale appare in Russia solo nel
1987 ed è ancora oggetto di studio comparato
con le altre più note), individuandovi tre prototipi
stilistici: il racconto di guerra, il romanzo filosofico,
l'antiutopia politica. La forma drammatica si presta alla
rappresentazione di un conflitto estremo: lo scontro tra due
modelli economici (capitalismo e socialismo), filosofici
(umanesimo e positivismo), ideologici (nazismo e comunismo).
L'incapacità di gestire eticamente le scoperte scientifiche
conduce al fanatismo e al conflitto globale, alla tecnologia
bellica, rappresentata dalla metafora della “superarma" (sverchoružie), alla ridotta responsabilità politica e
collettiva di una società di massa. Affiora così il terzo
livello semantico del testo bulgakoviano, quello dell'antiutopia
politica: il mito del nuovo paradiso terrestre socialista. Il
mondo sorto dall'apocalissi del vecchio è intessuto di
criptocitazioni testuali che rimandano ancora alla Genesi, alla
cacciata dall'Eden e al diluvio universale: momenti in cui
l'umanità è di fronte al pericolo della sua sopravvivenza.
Bulgakov mette in scena personaggi che rappresentano, con mezzi
espressionistici, vari aspetti di questa umanità di frontiera,
già deteriorata nella sua componente etica. Unica eccezione
è Eva: simile alla Elena di Čapek, simbolo di qualità
umane positive e valori naturali, preferirà la fuga in un
luogo isolato e sereno, scegliendo come compagno Efrosimov,
pacifico scienziato scopritore del raggio terapeutico, come poi
farà Margherita con il Maestro. Echi di questo dramma mai
rappresentato Nikol'skij rinviene anche in una posteriore opera
teatrale di Bulgakov, Blaženstvo [Beatitudine,
1930-'34], esplicitamente centrata
sul tema dell'età dell'oro e della società utopica,
modello di un ideale realizzato. Il motivo del secolo d'oro e del
nuovo Adamo viene affrontato anche dai fratelli Čapek nel
dramma Adam Stvořitel [Adamo il Creatore,
1925-‘27]. Tipologicamente più
simile all'opera bulgakoviana di quanto non sia R.U.R.,
seppur posteriore, il testo è denso di rimandi ai maggiori
miti utopici occidentali (da Platone, fino a Marx e Bakunin) e
affrontato con la consueta sensibilità. Adamo progenitore si
scontra con l'inevitabile imperfezione della sua opera: l'oggetto,
ammonisce Čapek, non coincide mai con il suo progetto, l'atto
con l'intenzione, e il mondo è più complesso di qualsiasi
suo modello.
In modo speculare rispetto alla prima parte della monografia,
dedicata alla prosa di K. Čapek (cap. I e II), negli ultimi
due capitoli Nikol'skij chiude la sua indagine su
intertestualità e plurisemanticità approdando al testo
maggiore di Bulgakov, Il Maestro e Margherita (cap. VI) e
alla filosofia della storia che ne emerge (cap. VII). Si parte
dall'assunto che l'arte del sottotesto è una peculiarità
dello stile bulgakoviano, un procedimento che Nikol'skij definisce
di “risonanza intertestuale", riferendosi a una consapevole
tecnica di rimandi impliciti, più che a un riverbero di
influenze letterarie involontarie. L'analisi si concentra su
alcuni nodi tematici de Il Maestro e Margherita connessi a
enigmi testuali ancora non del tutto risolti. Le numerose e
complesse varianti onomastiche testimoniano dell'importanza che
nella poetica di Bulgakov ha il nome, inteso come nucleo semantico
profondo di un dato personaggio, che spesso cela un prototipo
reale. Anche a livello fonologico, secondo un metodo già
sperimentato, Nikol'skij accerta la reiterazione di alcuni blocchi
radicali e fonici chiarendone il senso nascosto. L'analisi della
ricorrenza di cronotopi narrativi conduce ad altre interessanti
evidenze: l'incipit di molte opere di Bulgakov, nota Nikol'skij,
è immerso in una luce serale, al tramonto. Il motivo della
notte che incombe e della sera come attimo liminare sembra essere
il segno bulgakoviano per rappresentare la crisi del suo tempo, il
declino di civiltà della sua epoca. La disputa tra Woland e
Berlioz ai Patriaršie Prudy, sul rapporto tra corso storico e
azione individuale, si svolge in un orizzonte filosofico vicino ai
temi kantiani della “storia universale" secondo cui l'individuo
contribuisce in parte al processo storico di superamento della
disarmonia del mondo. A questo riguardo, le figure di Persikov
(Le uova fatali), Preobraženskij (Cuore di cane) e
Berlioz (Il Maestro e Margherita) sono portatori di una
visione analoga a quella kantiana ma ben più pessimistica,
nella denuncia dei pericoli dell'azione umana sugli eventi, di un
intervento artificiale e radicale, degli “esperimenti sulla
vita". Woland sarebbe quindi, conclude Nikol'skij, una sorta di
ispettore generale che arriva a verificare i risultati della
rivoluzione e ne mette in dubbio l'esito. Lo spettacolo di
varietà è una serie di test applicati a vari ambiti della
società sovietica e il mondo è ricondotto a una scena
teatrale, spazio di illusione e finzione collettiva. Una delle
figure centrali del romanzo è quella di Ivan Bezdomnyj:
già a livello onomastico, Ivan o Ivanuška è inteso
come personificazione simbolica del popolo russo, in balia degli
eventi. Conclude quindi Nikol'skij che Il Maestro e
Margherita “non è solo un racconto sulla ricerca della
verità e di un ideale etico (linea narrativa del Maestro), non
solo il racconto sulla forza di abnegazione dell'amore (linea di
Margherita), ma in un certo senso anche una parabola su Ivan,
ossia sui destini della Russia" (p. 155). La riflessione sul
destino storico-culturale della Russia emerge anche nella scelta
dei toponimi: l'incipit del romanzo vede i due intellettuali di
regime provenire da Piazza della Rivoluzione e avviarsi verso gli
stagni dei Patriarchi (dalla rivoluzione alla tradizione). In
questo senso, nota Nikol'skij, la filosofia della storia che sta
alla base della poetica antiutopica di Bulgakov consiste nella
visione della storia come processo naturale e organico
dell'esistenza (da lui definito la “Grande Evoluzione") che
attinge dal passato e si muove nel futuro. Lo scienziato ha la
responsabilità di procedere assecondando questo corso naturale
piuttosto che forzarlo in direzione diversa. Il nucleo poetico
centrale dell'opera resta la disputa filosofica tra Berlioz e
Woland sull'opposizione tra astratto calcolo volontaristico
(pianificazione) e corso organico della storia. Il romanzo nel suo
complesso sembra essere una risposta alla questione, conclude
Nikol'skij. Riguardo al pensiero antiutopico di Karel Čapek,
la riflessione su come conciliare la plurisoggettività del
mondo con la necessità di una comprensione delle sue generali
prospettive di sviluppo si risolve in un profondo scetticismo
verso qualsiasi forma di assoluto. In entrambi gli scrittori è
dunque netta la posizione di rifiuto di qualsiasi forma
(gnoseologica e politica) di massimalismo.
Riassumendo, riguardo ai temi, alla poetica, alla sintesi
stilistica tra satira e riflessione filosofica, all'uso degli
stilemi del racconto di fantascienza e all'allegoria, i paralleli
tipologici tra K. Čapek e M. Bulgakov rinvenuti da Sergej
Nikol'skij risultano numerosi e degni di attenzione. Non solo a
livello stilistico. Tra i temi centrali della poetica è comune
a entrambi la riflessione sull'etica, sul progresso tecnologico e
sulla crescente conflittualità sociale, su rivoluzione ed
evoluzione, sullo scontro tra ideologia e storia. In entrambi gli
scrittori questo si riassume narrativamente nella figura dell'uomo
fittizio, dell'umanoide. In ogni circostanza Nikol'skij tiene a
sottolineare che tali analogie si sviluppano secondo tratti
distinti: Čapek tramite la modellizzazione di fenomeni
storico-sociali che investono l'umanità nel suo complesso e in
cui gli individui sono tipicizzati come tessere satiriche di un
mosaico sociale; Bulgakov mediante la focalizzazione narrativa su
figure e fatti straordinari, che diventano metafora umoristica del
carattere umano. Volendo sintentizzare gli esiti dello studio di
Nikol'skij, potremmo dire che, su temi analoghi, Čapek
sviluppa una poetica del čelovečestvo e dello javlenie, mentre Bulgakov una poetica del čelovek e del
sobytie. In entrambi gli autori, il codice esterno maschera
quello interno, con un meccanismo di depistaggio, di false tracce
e poi di inattesi riverberi, in un gioco a rimpiattino col
lettore. Čapek crea uno spazio iperrealistico che abbaglia e
spiazza il lettore perché troppo vero rispetto a quello reale;
Bulgakov immette nel testo una sorta di “rumore di fondo" che
disturba l'attenzione di chi legge e ne allenta il controllo
abituale, creando nuovi varchi di senso. Il lettore oscilla sempre
tra due cronotopi distinti, ritrovandosi in un orizzonte
spazio-temporale parallelo, al contempo fittizio e reale. Non
tutti i dettagli narrativi abitano entrambi i piani, ma solo
quelli significativi per la poetica dell'autore e rispettosi del
complessivo equilibrio narrativo. Sia in Čapek che in
Bulgakov, ricorda Nikol'skij, la qualità estetica resta un
valore fondamentale, da perseguire con l'impegno faticoso di molte
redazioni testuali.
Il pregio di questa monografia resta in sostanza il suo aspetto di
laboratorio aperto a ulteriori sviluppi e integrazioni da parte di
chi si accosta ai testi proposti con la lente critica suggerita
dall'autore. Per espressa dichiarazione di Nikol'skij il lavoro
non pretende, con apprezzabile modestia, di compiere un'analisi
esaustiva di tutta la filosofskaja fantastika di Čapek e
Bulgakov, ma di metterne a fuoco specifici aspetti. È lo
stesso autore a riconoscere che alcune questioni, soprattutto
riguardo a Bulgakov, meritebbero un approfondimento ulteriore.
Nello sviluppo delle argomentazioni e dell'analisi intertestuale,
Nikol'skij si trova a far spesso riferimento alle sue precedenti
ricerche, ne evidenzia gli esiti e talvolta ne corregge i
risultati con nuove evidenze. Con ciò stesso, il libro
acquista un ulteriore valore: quello di utile compendio
riepilogativo della decennale attività critica del suo autore.
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