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 L’episodio
al quale è legato questo breve e brillante saggio su Proust
è legato alla permanenza dell’autore nel campo di Griazowietz,
vicino Vologda, nel quale alcuni prigionieri polacchi avevano
organizzato delle conferenze dedicate agli argomenti più disparati,
preparate solo sulla base di ricordi e di dati mandati a memoria.
Gli autori dovevano preventivamente sottoporre il testo della
conferenza alle autorità del campo ed è in questo modo che
è giunto a noi il testo di questa conferenza che Czapski aveva
dedicato allo scrittore francese.
Nato a Praga nel 1896 da una famiglia aristocratica polacca, Czapski trascorse la sua infanzia nell’avito podere in Bielorussia, trasferendosi ben presto a San Pietroburgo, dove visse tra il 1909 e il 1916. Venne mobilitato nel febbraio del 1917, ma abbandonò dopo qualche mese l’esercito zarista. Quando la Polonia, nel 1918, ottenne l’indipendenza, Czapski andò a Varsavia e si iscrisse all’Accademia delle belle arti. Tra il 1924 e il 1932 soggiornò a Parigi, dove continuò a dipingere. Tornato in Polonia, alternò la pittura con la stesura di saggi e corrispondenze.
Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale stravolge completamente la vita di Czapski, allora influente critico e affermato pittore, che aveva esposto a Parigi, dove era entrato in contatto con Matisse: nel 1939 raggiunge il suo reggimento a Cracovia e quasi subito viene fatto prigioniero dai sovietici, che hanno occupato i territori orientali dello stato polacco. Internato nel campo di Starobielsk, legato alla lugubre tragedia di Katyn’, Czapski è uno dei pochi ufficiali dell’esercito polacco a scampare alle esecuzioni. Trascorre diciotto mesi nei campi di prigionia sovietici, esperienza che descriverà successivamente in due opere fondamentali, Souvenirs de Starobielsk e Na nieludzkiej ziemi. Viene liberato nel 1941 ed entra nel corpo d’armata del generale Anders (come anche Gustaw Herling-Grudzinski, che firma un breve saggio inserito in questo libro).
Ciò che più colpisce nel testo è la capacità dell’autore, parlando del capolavoro di Proust, di rievocare il clima e le atmosfere di un’epoca nella quale Czapski era nato e cresciuto e che era stata spazzata via da due guerre mondiali e una rivoluzione. Quando Czapski giunse a Parigi, nel ‘24, Proust era morto da appena due anni. La morte indifferente non rappresenta quindi solo un omaggio a un autore amatissimo da parte di un critico acuto, ma anche la commemorazione di un mondo, di quell’Europa che aveva il suo epicentro culturale a Parigi. Gli anni del soggiorno parigino di Czapski e la città sono gli stessi che Czesław Miłosz rievoca nel suo saggio Rodzinna Europa: la capitale francese era evidentemente un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli intellettuali e gli artisti polacchi tra le due guerre.
Czapski, così come Miłosz, è stato uno dei maggiori testimoni della distruzione di quel mondo indissolubilmente legato al nome di Proust. La speranza è quella di poter leggere presto in italiano anche le altre importantissime opere di questo autore, che insieme ad altri già noti intellettuali polacchi (ai citati Gustaw Herling-Grudzinski e Czesław Miłosz aggiungerei almeno il nome di Aleksander Wat) ha avuto l’onere di essere prima vittima e poi testimone del crollo di un mondo travolto dai noti tragici eventi storici.
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