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di tutte le recensioni di questo numero  Dopo
quasi quaranta anni dalla sua pubblicazione (1965) e a quasi
trenta dalla prima traduzione inglese ( The time of miracles:
A legend, New York 1976) Vreme čuda, uno dei
più straordinari debutti della letteratura serba del dopoguerra,
arriva finalmente in Italia. Di Borislav Pekić era stato pubblicato
nel 1992 Come placare il vampiro ( Kako upokojiti
vampira, Belgrado 1977) per i tipi della De Martinis
& C. di Messina, in una edizione ormai da tempo introvabile
(sempre che sia mai stata reperibile in libreria). Possiamo
dire che con l'edizione de Il tempo dei miracoli
si affaccia nelle nostre librerie uno degli autori più fecondi,
e probabilmente non solo delle lettere serbe. L'edizione del
1984 delle sue opere scelte Odabrana dela Borislava Pekića
contava ben dodici volumi, e da allora fino alla sua scomparsa,
avvenuta nel 1992, ha pubblicato altri nove libri (senza contare
altre nove pièce teatrali e diverse sceneggiature).
Nella sterminata produzione dell'autore,
Vreme čuda rappresenta un episodio del tutto particolare.
Pekić, nato a Podgorica, in Montenegro, nel 1930, ma vissuto
dal 1944 a Belgrado, aveva allora trentacinque anni. A diciotto
anni era stato arrestato in quanto membro del partito illegale
Gioventù Democratica Jugoslava e condannato a quindici anni
di carcere. Anche se fortunatamente ne sconterà solo cinque,
questa esperienza segnerà la sua vita in modo indelebile.
Negli anni di detenzione, nei quali
contrarrà una tubercolosi che minerà seriamente la sua salute,
comincia a scrivere con mezzi di fortuna, buttando giù appunti
che poi utilizzerà nelle opere degli anni successivi. Nel
1953 viene graziato e può uscire dal carcere, negli anni successivi
studia psicologia sperimentale presso la Facoltà di Filosofia
dell'Università di Belgrado. Nel 1958 interrompe gli studi,
si sposa e comincia a lavorare come sceneggiatore (il film
Dan četernaesti, basato su una sua sceneggiatura,
rappresenterà la Jugoslavia al festival di Cannes).
A quattro anni dopo (1965) risale
il suo debutto letterario, avvenuto anch'esso in circostanze
del tutto particolari: sei mesi prima era stato ricoverato,
gravemente malato di tubercolosi. Dimesso dall'ospedale, aveva
dovuto constatare che questa volta erano le sue condizioni
materiali ed economiche ad essere notevolmente peggiorate.
La pubblicazione di Vreme čuda
rappresentò un punto di rottura e di svolta per le lettere
serbe e jugoslave. Pochi anni prima, nel 1962, aveva debuttato
Danilo Kiš con due brevi romanzi Mansarda e Psalam
44 e, nello stesso anno del debutto di Pekić, Kiš aveva
pubblicato Basta, pepeo (Giardino, cenere,
Milano 1986), considerato unanimemente uno dei suoi lavori
migliori. I due scrittori guidarono, negli anni Sessanta,
il romanzo serbo oltre le pastoie del realismo convenzionale,
legato prevalentemente alle vicende belliche, mettendo a frutto
gli orientamenti e i fermenti del nouveau roman e
l'esempio di Borges. Ma Vreme čuda, è in realtà molto
più di un geniale romanzo di sperimentazione e del geniale
debutto di un grafomane slavo. Oggi, senza dubbio, può e deve
essere considerato un vero e proprio classico.
L'opera in questione è una riscrittura
delle narrazioni dei Vangeli, rielaborati e rivisitati partendo
da un punto di vista diverso rispetto a quello dell'originale.
Ciò, ovviamente, non rappresenta in sé una novità assoluta.
Naturalmente tornano subito alla mente i capitoli inseriti
da Michail Bulgakov ne Il Maestro e Margherita, nei
quali la vicenda della Passione viene ripercorsa dal punto
di vista di Pilato. Alcuni temi di Vreme čuda vengono
ripresi nel meno noto lavoro del bulgaro Emilijan Stanev Lazar
i Isus del 1977 (Lazzaro e Gesù, in italiano
pubblicato in Lazzaro e Gesù e altre storie, Roma
1997). Nel fantasioso ritratto di Giuda, che convincerebbe
un incerto e pavido Gesù a portare la sua missione fino in
fondo, evidenti sono i richiami di Pekić al romanzo del 1955
del greco Kazantzakis O teleutaios peirasmos (L'ultima
tentazione, Milano 1987), che suscitò scandalo sia in
Grecia che all'estero e valse all'autore una scomunica da
parte della chiesa ortodossa (è il romanzo dal quale Scorsese
ha tratto nel 1988 il film The last temptation of Christ).
Allo stesso modo ci torna in mente la dostoevskiana {\em Leggenda
del grande inquisitore}, che rappresenta forse uno dei più
illustri esempi di para-apocrifo in chiave polemica.
Certamente non sarà un caso il fatto
che tutti gli autori citati appartengano a paesi di religione
ortodossa. La lunga persistenza del "medioevo" e
i troppo deboli bagliori dell'illuminismo hanno creato le
condizioni per una persistenza, nei canoni delle letterature
di quei paesi, di elementi legati al mondo ecclesiastico e
alle sacre scritture. Non è da escludere, anche nel caso di
Vreme čuda, un influsso degli "apocrifi popolari",
ovvero di quelle narrazioni apocrife tramandate oralmente,
nelle quali le narrazioni venivano arricchite da una infinità
di varianti e di dettagli. Queste narrazioni, assimilabili
alle leggende popolari, si caratterizzavano per il carattere
parodistico e per il loro prevalente tono ironico.
Nella critica prevale la lettura di
Vreme čuda in chiave politica, come un manifesto
di uno scetticismo e di un antidogmatismo nei confronti dell'utopia
comunista. La radicale distorsione dei miti biblici, e in
particolare il ritratto di Giuda, severo custode ed esecutore
di una ortodossia ideologica, spesso paragonato dai critici
a un commissario politico bolscevico, viene solitamente ricollegato
alle posizioni politiche di Pekić, che continuò ad avere problemi
con il regime e al quale, quando nel 1970 andò a Londra, fu
vietato di tornare in patria.
Attualmente, quando la parabola del
comunismo jugoslavo e di un intero paese è terminata, senza
smentire l'interpretazione corrente in chiave politica, si
potrebbe azzardare un'interpretazione parallela in chiave
``locale'', ovvero balcanica. Rileggendo oggi Vreme čuda,
il paragone tra la tragedia jugoslava e la Passione, così
come viene narrata da Pekić, ovvero come l'approssimarsi della
tragedia annunciata che si deve compiere, si rivela illuminante.
Allo stesso modo la "festosa epifania della tragedia",
la compiaciuta ed esuberante prosa di questa opera fa tornare
in mente il film di Kusturica Underground.
L'ottima traduzione di Alice Parmeggiani
ci restituisce un vero e proprio classico che, in quanto tale,
può essere reinterpretato in modo diverso per ogni epoca.
La qualità della lingua, che la traduttrice rende in tutta
la sua fastosa ricchezza, è straordinaria. Pekić è un maestro
nel combinare i registri alto e basso, il sublime con il triviale.
Col gusto del paradosso l'autore, in alcune pagine, raggiunge
l'apice del grottesco. La sua è una ironia raffinata, caustica
e altamente corrosiva (l'esperienza dei cinque anni di carcere
sono pur serviti a qualcosa!). Vreme čuda, lettura
certamente sconsigliata ai "fondamentalisti" e ai
fedeli di qualsiasi "ortodossia", per le persone
dotate di intelligenza e spirito, al contrario, è un vero
piacere da gustare a piccoli bocconi. Provare per credere.
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