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 Dopo
la raccolta di racconti La morte di Ruben Rubenović,
pubblicato nel 1989 dalla Hefti edizioni di Milano, compare
in Italia questo secondo volume, nel catalogo della Besa editrice,
coraggioso editore di Nardò, paese in provincia di Lecce,
che presta particolare attenzione alle letterature dei Balcani
e a quei paesi di recente emersi dagli smottamenti provocati
dall'onda d'urto del crollo del Muro di Berlino (come ad esempio
l'Ucraina).
Albahari quindi è un autore che è arrivato in
Italia grazie all'ondata di attenzione mediatica verso l'ex-Jugoslavia,
ovviamente legata alle note e tragiche vicende che hanno colpito
quel paese. Nato a Peć (Kossovo) nel 1948, Albahari è cresciuto
a Zemun, oggi sobborgo di Belgrado sul Danubio, da dove era
partito un secolo prima il fondatore dell'idea sionista Thodor
Herzl. In comune con quest'ultimo sono le radici ebraiche
di Albahari, che rappresentano una componente importante della
sua creazione letteraria. Il suo debutto letterario risale
al 1973 con la raccolta di racconti Porodično vreme
[Tempo di famiglia], a cui seguono gli Obične priče
[Racconti comuni] del 1978 e, nello stesso anno, il romanzo
Sudija Dimitrijevič [Il giudice Dimitrijevič]. Al
1982 risale la raccolta di racconti Opis smrti [Descrizione
della morte] tradotto in italiano come La morte di Ruben
Rubenović, per la quale l'autore ricevette il prestigioso
Premio Ivo Andrić. Per arrivare in Italia ci sono voluti quindi
diciassette anni e una guerra. Nel frattempo Albahari ha pubblicato
tre romanzi, Cink [Zinco, 1988] Kratka knjiga
[Un breve libro, 1993], Snezni čovek [L'uomo delle
nevi, 1995] e le raccolte di racconti Fraš u šupi
[Convulsioni nel magazzino, 1984) Jednostavnost [Semplicità,
1988], Pelerina [La mantellina, 1993, Premio Stanislav
Vinaver]. Il romanzo in questione, Mrak, è stato
pubblicato nel 1997, tre anni dopo che lo scrittore si era
trasferito in Canada, dove attualmente risiede. Il confronto
tra i due libri tradotti in italiano può essere utile per
mettere in evidenza il percorso artistico compiuto dall'autore.
Tra i due lavori ci sono quindici anni e una guerra che ha
lasciato ovviamente un'impronta indelebile nella coscienza
dello scrittore. La morte di Ruben Rubenović è una
raccolta di racconti incentrata su una famiglia ebraica di
Zemun nella quale domina un ludico spirito post-modernista
all'ombra di grandissimi padri come Kafka o Bruno Schulz.
Ne Il buio i toni sono decisamente più tragici e
cupi. L'autore abbandona risolutamente gli "esperimenti''
e gli espedienti narrativi per affrontare di petto il dramma
jugoslavo. Il lettore percepisce fin dalle prime pagine una
grande onestà: l'autore racconta le tragedie del suo paese
esclusivamente dal suo punto di vista di scrittore-personaggio,
il quale si trova ad affrontare suo malgrado un dramma dal
quale vorrebbe fuggire. I chiari riferimenti autobiografici
rendono forse ancora più credibile questo libro, scritto,
questo va sottolineato, con grande mestiere. Nelle prime pagine
assistiamo alla cronaca della vita dello scrittore-autore-personaggio,
un intellettuale noto e affermato che frequenta i salotti
letterari e i ricevimenti all'ambasciata americana. Una vita
piuttosto agiata e comoda, nei limiti di quanto era possibile
negli ultimi anni di esistenza della Jugoslavia. Un episodio
apparentemente banale segna l'inizio di un impercettibile
cambiamento: qualcuno lascia alla reception dell'albergo dove
alloggia il protagonista del romanzo una busta con dentro
una foglia di un albero di ginko di Zemun al quale sono legati
alcuni suoi ricordi dell'adolescenza, e in particolare quello
di un suo amore, Metka, in seguito andata sposa al suo caro
amico Slavko, gallerista di Belgrado.
La vicenda è scandita dall'orologio
che segna l'approssimarsi della tragedia. Siamo nel 1990,
quando i delegati sloveni abbandonano il congresso della Lega
dei Comunisti. Il titolo del libro è tratto da un episodio
che assume il significato di una metafora dell'imminente tragedia:
Slavko racconta di avere visitato una mostra ad Amsterdam
nella quale vi era una installazione: "Nella sala della
mostra vera e propria poteva entrare un solo visitatore per
volta [...] Ogni visitatore doveva attraversare prima un piccolo
corridoio buio che finiva con due porte: doveva chiudere la
prima per poter aprire la seconda; in questo modo si impediva
il passaggio della luce; tre linee fluorescenti agevolavano
l'orientamento. Dopo, il visitatore si trovava in un'altra
sala della galleria, completamente buia, nella quale senza
alcun preavviso, passava un tempo abbastanza lungo, immerso
tra due acuti sibili elettronici [...] In questo intervallo
di tempo bisognava trovare il maggior numero di oggetti sparsi
nel pavimento e poi riconoscerli. Contemporaneamente, dagli
altoparlanti, sistemati verosimilmente sul soffitto, provenivano
voci maschili e femminili, che in diverse lingue [...] elencavano
gli oggetti che si trovavano nella sala, ma anche altri [...]
Nell'ultima sala, ugualmente illuminata come la prima, ma
non più spaziosa di una cabina elettorale, il visitatore doveva
annotare su un foglio di carta tutti gli oggetti che credeva
di aver riconosciuto [...] Dopo aver lasciato il foglio in
una scatola, il visitatore apriva una tenda di velluto, e
si trovava in una scala che conduceva fuori dalla galleria,
sulla strada''. Quando esce da questa galleria, Slavko si
accorge di avere le mani sporche di sangue, che proverà inutilmente
a pulire e a nascondere nelle tasche. Egli, come scrive Albahari,
"avrebbe potuto volare, se solo lo avesse voluto, avrebbe
potuto fare qualsiasi cosa, non gli venne in mente nulla,
ma sentiva che nulla ormai, nulla, sarebbe stato
come prima''. A questo campanello di allarme, metafora e presagio
della tragedia imminente, ne seguono altri: qualcuno recapita
al protagonista alcuni dossier nei quali il suo "caro
amico'' Davor Miloš risulta essere un informatore dei servizi
segreti. Anche Slavko è cambiato, parla con veemenza di questioni
etniche, di scelte politiche, dalla sua borsa spuntano i Protocolli
dei savi di Sion, mentre nei suoi discorsi accenna frequentemente
al "complotto giudaico-massonico''. Sua moglie, Metka,
che scopriamo essere di origine slovena, rimane su posizioni
diametralmente opposte a quelle del marito e questo, insieme
alla repentina partenza dovuta alla coscrizione obbligatoria
di Slavko, contribuisce al riavvicinamento e alla successiva
passione tra Metka e il protagonista. Ma gli eventi precipitano
e, ovviamente, volgono al peggio. Metka, che si impegna nelle
organizzazioni pacifiste che offrono ricovero ai disertori,
rimane incinta e viene uccisa con un colpo di pistola da Slavko
che subito dopo rivolge l'arma contro se stesso. A questo
punto il protagonista decide di abbandonare il suo paese.
Comincia così una fuga nella quale il protagonista cerca disperatamente
quanto inutilmente di sottrarsi ai fantasmi che lo inseguono.
Al termine di questa fuga l'autore trova come unica via di
salvezza la scrittura, con la quale proverà a ricucire i profondi
strappi e le ferite inferte dalla tragedia del suo paese nella
sua coscienza e nella sua anima. "Ecco, è finito, Ora
devo solo scrivere il titolo''. Così si chiude questo romanzo
che è anche una riflessione sull'arte e sulla scrittura. La
scena più toccante del libro è senza dubbio quella in cui
il protagonista, prima di abbandonare il suo paese, va a visitare
la tomba di Metka, sulla quale depone un sasso, secondo l'uso
ebraico. Più in generale è assolutamente efficace il modo
in cui l'autore riesce a raccontare l'incombere della tragedia
che, successivamente, stravolge e distrugge le vite dei protagonisti.
Sotto questo punto di vista {\em Il buio} è un perfetto romanzo
"balcanico" (non a caso ha anche vinto il Premio
Balkanica). Qualche dubbio, ma non è questa la sede per parlarne,
suscitano in me tutte quelle opere legate ad immani tragedie
che a volte sembrano voler toccare le corde emotive del lettore.
In questo caso sarei propenso ad assolvere l'autore da questa
accusa: la voce del protagonista-autore appare infatti sincera
e credibile, lucida e dolente, ma mai patetica. Albahari rappresenta
certamente uno scrittore di razza, purtroppo pressoché ignorato
qui in Italia, e meriterebbe certamente una ben maggiore attenzione
da parte dei nostri media, visto che questo romanzo infatti
rimane tutt'oggi, a sei anni dalla sua pubblicazione, una
delle migliori testimonianze letterarie sulla tragedia jugoslava.
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