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 Mosca.
Vigilia del crollo dell'Unione Sovietica. Una casa dello studente.
I letterati che vi sono ospitati. Un giovane poeta ucraino,
Otto Von F. e il suo ultimo giorno nella capitale raccontato
da lui stesso. Fin qui in breve la trama di Moscoviade
(scommessa di una piccola e coraggiosa casa editrice, la Besa
di Lecce, che ci ha regalato la prima traduzione di un'opera
letteraria ucraina contemporanea), il romanzo del giovane
scrittore ucraino Jurij Andruchovyč, classe Sessanta, che
ha realmente trascorso due anni della sua vita a Mosca, forse
negli stessi luoghi battuti da Otto. Si potrebbe pensare alla
semplice cronaca di uno dei tanti cittadini dell'"Impero sovietico",
catapultati nella capitale dalla "provincia" in cerca di fama
e successo. E invece lo spazio in cui si muove Otto non è
la Mosca dalle cupole dorate, ma la "Moscoviade", uno spazio
urbano deformato dall'inquietante suffisso -ade.
Moscoviade apre così la dimensione
del viaggio, quello di Otto e del suo interminabile giorno.
Come nella grande epopea, l'eroe affronta difficoltà, viaggia
attraverso lo spazio e il tempo trovandosi in altri mondi.
Discende agli Inferi, o nell'Ade, se preferite. La Mosca del
romanzo è una città claustrofobica e sotterranea, fatta di
sporchi cunicoli, oscuri corridoi, labirinti che si diramano
al di sotto della superficie urbana. La verticalizzazione
dello spazio è algebrica: ogni edificio possiede un suo equivalente
sotterraneo, un'architettura capovolta, una cifra negativa
e speculare. Sono le viscere della "mamma imperiale", in uno
stato di già avanzata decomposizione, viscere incancrenite,
la cui sintomatologia è ormai evidente anche nella Mosca al
piano di sopra, che va incontro ad Otto "zoppa, umida". L'impero
sta crollando "e percepisci sulle tue spalle che l'impero
si scuce e si strappano, cascando da tutte le parti, paesi
e nazioni". Mosca non sembra voler morire da sola, ma trascinare
nell'imminente implosione sotterranea anche i suoi abitanti.
Inghiottito, Otto procede il suo andare per i gironi della
Mosca infernale, abitati ormai dai rimasugli del KGB e da
grandi ratti, pronti a colonizzare la superficie come dopo
una grande catastrofe atomica. Quale salvezza allora? Forse
la parola, "in ogni modo non mi ucciderete del tutto. Ho lasciato
parole, parole, parole... Parole, parole, parole...i ratti
sono impotenti, non riescono a morderle e bucarle". I manoscritti
non bruciano. Non sono bruciati nella prima Mosca-Ade non
lo faranno nemmeno ora.
La Mosca--de del Maestro e Margherita,
ma anche Diavoleide con l'ormai affezionato suffisso
e il senso di fuga e di fine, Uova Fatali e Cuore
di Cane nei fantomatici esperimenti del KGB sui ratti.
Ritroviamo anche Gogol' e del resto non poteva non essere
altrimenti: al di là della madame senza naso della bettola
moscovita, le atmosfere gogoliane fanno infatti parte del
codice genetico del grottesco della narrazione.
Al filone ucraino va però aggiunta
una nota "alcolica", perché se tutti sono usciti dal cappotto
di Gogol', molti negli ultimi tempi sembrano farlo dal bicchierino
di Venedikt Erofeev. Moscoviade è avvolta nei fumi
dell'alcool, la sua stratificazione geologica corrisponde
a quella etilica dell'anima dell'eroe, "in cuor tuo esegui
una sezione verticale del tuo ego. In questo modo sarà più
facile concentrarti ed arrivare all'essenza della questione.
Dunque, nella parte più bassa abbiamo la birra. Più o meno
tre o quattro litri di liquido giallo e torbido. Prodotto
appositamente per il proletariato. Più in alto uno strato
caldo e rosso di vino. Lì si svolgono i processi tettonici,
ci sono profondità vulcaniche. Ancora più in alto, da qualche
parte all'altezza dell'apparato digerente, c'è uno strato
di vodka [...] Sopra la vodka, più vicino al gargarozzo, giace
il BUF - Bevanda d'uva forte". Il viaggio diventa
anche ricerca interiore, ricostruzione della propria identità,
apocalisse individuale che porta Otto con un proiettile nel
cranio a tornare e a non fuggire.
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