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 Dopo
un decennio in cui in Italia non ha visto la luce nemmeno
un’antologia dedicata alla letteratura russa contemporanea,
negli ultimi anni assistiamo a un interesse crescente nei
confronti di questo tipo di pubblicazioni (basti ricordare
l’antologia di prosa Schegge di Russia a cura di
M. Caramitti). Il curatore della Nuova poesia russa, Paolo
Galvagni, si occupa da tempo di poesia contemporanea: a lui
si deve ad esempio l’articolo su Poesia (sul numero 128 del
maggio 1999), rivista peraltro edita dalla stessa casa editrice
che ha pubblicato quest’antologia, con una scelta di testi
in traduzione (sua) di giovani poeti.
La nuova poesia russa si apre con un saggio di carattere storico di Dm. Kuz’min, in cui viene descritta la situazione della poesia russa non ufficiale degli anni ’60-’90 e nell’ultimo decennio. Al saggio di Kuz’min segue un articolo di V. Krivulin in cui il poeta leningradese traccia un quadro delle caratteristiche peculiari della poesia “del sottosuolo” dello stesso periodo. L’antologia propone i testi (in traduzione e con il testo a fronte) di 24 autori: G. Sapgir, G. Ajgi, Dm. A. Prigov, V. Krivulin, S. Stratanovskij, A. Dragomoščenko, L. Rubinštejn, E. Švarc, M. Ajzenberg, I. Achmet’ev, N. Iskrenko, S. Gandlevskij, S. Zav’jalov, E. Fanajlova, V. Pavlova, A. Petrova, Dm. Volček, A. Skidan, Dm. Vodennikov, A. Sen-Sen’kov, S. Timofeev, A. Anaševič, S. L’vovskij, D. Davydov, abbracciando quindi un’ampia gamma di generi e di diversi periodi, caratterizzati da poetiche estremamente eterogenee. In appendice Galvagni presenta delle brevi schede biografiche degli autori presentati. È interessante notare come l’antologia si apra con Sapgir e si concluda con Davydov, discepolo del primo e di lui più giovane di mezzo secolo esatto. Proprio l’evoluzione poetica in questi cinquant’anni è l’oggetto di indagine di questo libro.
Nel libro è possibile osservare lo sviluppo della poesia non ufficiale degli anni ’60 e ’70 e la trasformazione delle poetiche elaborate dal concretismo, dal concettualismo e dagli autori indipendenti, ma anche la loro rielaborazione nella poetica di scrittori della fine del periodo sovietico e della Russia odierna. La poesia del periodo chruščeviano sfuma in quella degli anni ’70 in maniera molto graduale e quasi senza accorgersene ci si trova proiettati nel contesto degli ultimi anni del XX secolo. Galvagni fa anche uso di note per spiegare quei momenti che non sarebbero chiari a un lettore che non conosca a fondo la Russia o il contesto dell’epoca, sebbene alcune di esse appaiano decisamente eccessive, come per esempio quella che spiega che “il taekwondo (letteralmente “con le mani e con i piedi”) è un’arte marziale coreana” (p. 80).
Quest’antologia è il lavoro più completo in lingua italiana sulla poesia contemporanea, sebbene 24 autori non rappresentino un quadro esaustivo del variegato panorama della nuova poesia russa; è però difficile pensare a un’opera più voluminosa ed esaustiva nel panorama editoriale del nostro paese. L’esclusione di alcuni autori, come Brodskij, per esempio, è giustificata dal grande numero di traduzioni degli stessi. In questo senso, mi pare, questo volume si propone come integrazione alle, ahimè sempre troppo scarse, pubblicazioni di letteratura russa contemporanea esistenti.
Galvagni traduce con grande maestria i poeti più barocchi, che fanno uso di uno stile elevato e molto ricercato (è difficile immaginarsi una traduzione più affascinante di un poeta “difficile” come Ajgi). A volte però il suo approccio non risulta sufficiente: le opere di tutti gli autori presentati sono state tradotte in versi liberi, o comunque senza rispettare la struttura metrica e di rime dell’originale, il che priva molti versi di buona parte del loro fascino e in parte anche del senso che gli scrittori d’avanguardia del periodo tardo-sovietico affidavano alle trovate metriche o agli artifici formali. Se è vero che in Italia molti ritengono che le rime e una metrica rigida (o relativamente rigida) siano mezzi scrittori antiquati e non rispondenti alla sensibilità moderna, è altrettanto vero che un traduttore non può permettersi certe libertà rispetto al testo di partenza, a meno di voler fare una traduzione interlineare per una successiva rielaborazione. Questo discorso vale soprattutto per un paese come la Russia, in cui la tradizione del verso “regolare” è ancora forte e viva. La poesia di G. Sapgir o di N. Iskrenko senza rime suona infatti troppo “povera”, sebbene questi autori siano considerati fondamentali nell’evoluzione della poesia della seconda metà del XX secolo.
Un’altra critica riguarda la scelta non sempre attenta dell’arsenale espressivo; Galvagni perde talvolta di vista una sfumatura o un’intonazione e in testi come quelli minimalisti (di I. Achmet’ev, per esempio) trascurare un particolare nella traduzione può deformare la ricezione del testo in toto, nel momento in cui questo consta di una decina di parole scelte con una cura quasi maniacale e tutte estremamente indicative di un umore o con un potenziale evocativo molto forte. Perdere di vista la precisione può portare il lettore che non conosce bene questi fenomeni letterari a guardare a queste poesie come a cose eccessivamente semplicei e banali.
Quanto detto toglie poco merito all'opera di Galvagni, che
ha compiuto un enorme lavoro di traduzione, ma soprattutto
ha proposto un’opera pionieristica che, si spera, potrà rappresentare
il punto di partenza per molte altre pubblicazioni di questo
genere, ancora troppo rare in Italia (soprattutto nel caso
della poesia, che “non vende” bene). Opere come Schegge
di Russia e La nuova poesia russa fanno ben
sperare in un rinnovamento dell’interesse nei confronti della
letteratura russa, sopito dopo il crollo del sistema sovietico.
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