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di tutte le recensioni di questo numero
 Dopo
la prova generale, evidentemente felice, di Schegge di
Russia, la casa editrice Fanucci e Mario Caramitti mettono
a segno un nuovo doppio colpo grosso: presentare finalmente
una nuova traduzione (e un nuovo titolo) del capolavoro (tradotto
nel 1977 per Feltrinelli da P. Zveteremich col titolo Mosca
sulla vodka) di Venedikt Erofeev e vincere al fotofinish
(grazie alla solita babele dei diritti che continua a regnare
in Russia) contro Feltrinelli stessa, che prevede a marzo
del 2004 di pubblicare una raccolta delle opere dello stesso
autore. Questa nuova traduzione e questo nuovo titolo hanno
meriti indubbi: la prima restituisce all'autore la sua piena
e straripante verve linguistica, rendendola al contempo finalmente
anche in italiano "moderna'' e godibile; il secondo disancora
una volta per tutte le interpretazioni dal vischioso scoglio
della vodka.
Qualunque sia il titolo che si preferisca, Moskva-Petuški
è la storia di un viaggio che non si compie e che forse non
c'è mai stato, di una morte tragica che forse non è una vera
morte ma che è pur sempre qualcosa di ineluttabile ("Una
densa e rossa lettera "iu'' si è dilatata ondeggiando
davanti ai miei occhi, e da quel momento non ho più ripreso
coscienza, né mai la riprenderò'', è la frase finale, p. 138),
di un "buffone'' sentimentale e ubriacone che forse è
più sobrio di tutti noi, di un autore che in un solo libro
riversa tutto il suo genio e tutta la sua vita, pur consapevole,
come nota Mario Caramitti nella postfazione, "dell'inutilità
del genio nella società sovietica e [...] nella società postindustriale''
(p. 143). In fondo, è proprio in questa illusione continua,
in questa oscillazione fra essere e non essere, in questi
tempo e spazio sospesi che si giustifica anche la scelta del
nuovo titolo. Il dubbio però è che quest'ultimo, nel tentativo
di una restaurazione filologica, aggiusti il travisamento
alcolico creando quello onirico. Eppure uno degli azzardi
maggiori del curatore sta proprio nel sospettare che dietro
la cittadina di Petuški si celi la città di Pietro ("il
toponimo Petuški del titolo [...] vuol dire né più né meno
'Galletti'. Questa città dei galli è certamente imparentata
con quella dove san Pietro tradisce Cristo prima del fatidico
canto, ma perché mai allora Petuški non potrebbe essere anche
la città di Pietro, con la quale del resto assona in modo
così invitante? Emerge a questo punto un intertesto davvero
ineludibile, il romanzo di denuncia sociale Viaggio da
Pietroburgo a Mosca di Aleksandr Radiščev'', p. 152).
Azzardato, ma legittimo. Viene quasi da chiedersi perché non
sia stato scelto come titolo proprio Viaggio da Mosca
a Petuški. Il fascino di queste "tragiche note''
che, a circa 35 anni dalla stesura e a 14 dalla morte del
suo autore, non cessano di stupire, incantare, far discutere,
consiste essenzialmente in tre fattori: Erofeev non ha scritto
quasi nient'altro (quel poco che resta viene quasi sempre
ignorato dalla critica o ricondotto a corollario dell'opera
maggiore); la coincidenza tra autore, narratore e protagonista
(il procedimento dell'autofiction, come lo chiamerebbe
Caramitti); il rapporto inversamente proporzionale tra la
brevità del testo e la densità del contenuto (una piccola
scatola in grado di custodire, se non tutto, moltissimo, con
intertesti che spaziano dal vangelo alla poesia russa di varie
epoche, con le interpretazioni che continuano a zampillarne
e che variano dall'autobiografismo profetico all'imitazione
cristologica). Un testo in grado di mettere in difficoltà
chiunque voglia accostarsi a una sua lettura non banale, soprattutto
in un contesto tutto sommato poco rischioso come quello di
una recensione. Perché il protagonista ci fa continuamente
l'occhiolino e ha con noi la stessa confidenza e intimità
che dimostra nei confronti degli angeli, ci ubriaca e ci convince
nelle sue poche, pochissime certezze, nelle sue frasi lapidarie
("'Pochezza d'animo universale': ma questa è la salvezza
da ogni male, è una panacea, il più alto indice di perfezione!'',
p. 17), nel suo giocare e far ridere scimmiottando tanto la
lingua del regime, quanto quella delle sacre scritture, con
quei suoi occhi che immaginiamo limpidi e umidi, e invece...
quando le sue sbronze cominciano a contagiarci e siamo ormai
tutti saliti sull'električka per Petuški, per il
migliore dei paradisi possibili, e non tanto per gli uccelli
che non smettono mai di cantare, quanto perché è lì che l'innocenza
(del figlio) e la lussuria (dell'amante) sembrano ricompense
ugualmente possibili per tutti, ecco che lui scende e torna
indietro, ecco che la tragedia (che, non c'è niente da fare,
nasce dalla sobrietà) si compie e il verbo che in lui si era
incarnato finisce per tacere sotto i colpi di una lesina da
calzolaio. E a noi non resta che rimanere sul trenino e arrivare
a Petuški, magari solo per scoprire che è un luogo dove gli
scrittori "non smettono di cantare né di giorno né di
notte'', dove ad aspettarci, e non solo il venerdì, ci sarà
la letteratura russa, "la più amabile tra le troiette''.
Oppure, più prosaicamente, non ci resta che finire questo
brevissimo poema, che è tale proprio perché il destino dell'eroe
è legato al destino del suo popolo. Ed è infatti ai russi,
ai loro occhi "vuoti e rigonfi'', che Venedikt Erofeev
dedica le pagine più sobrie, tragiche e profetiche di tutto
il libro: "Qualsiasi cosa succeda nel mio paese, nei
giorni del dubbio, nei giorni dell'affannosa incertezza, quando
gli si pareranno di fronte prove e calamità, questi occhi
non batteranno ciglio. Per loro è tutto acqua fresca...''
(p. 24).
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