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 Una delle difficoltà in cui si imbattono spesso russisti stranieri
e traduttori dal russo è originata dalla mancanza di informazioni
sufficienti che permettano loro di decifrare tutte le sfumature
del russo non standard. Questa lacuna è in parte conseguenza
dell'interdizione posta dalla cultura russa ufficiale nei
confronti delle parti più “basse” del lessico, sulle
manifestazioni più vitali e irriverenti della lingua e, in
particolare, sul suo nocciolo duro, quel linguaggio fortemente
tabuizzato che di solito viene indicato con il termine mat
(secondo l'opinione più diffusa sulla sua etimologia, esisterebbe
un nesso con la parola mat', elemento costituitvo della nota
imprecazione eb tvoju mat', attestata fin dal
1656).
Dall'epoca di Gorbačev ad oggi l'interesse in Russia per il
turpiloquio non si è attenuato: se ne discute in televisione, sui
giornali, in parlamento. È uno dei mezzi espressivi più usati
dagli scrittori della nuova generazione e in generale dagli
esponenti della cultura underground. Dopo l'ubriacatura
collettiva della perestrojka, sotto il cui effetto qualunque
divieto veniva violato solo per assaporare il gusto del proibito,
ora i tempi sembrerebbero maturi per poter affrontare lo studio di
questo fenomeno linguistico con l'ausilio dell'arsenale
concettuale lasciatoci in eredità dalle scienze umane del XX
secolo. Nonostante il primo studio autorevole in questo campo,
l'articolo di Boris Uspenskij sugli aspetti mitologici del
linguaggio espressivo russo, risalga al 1981, a
tutt'oggi i tentativi di un'analisi esaustiva sono ancora
sporadici a causa soprattutto di una certa riluttanza accademica
di stampo sovietico che trova una ideale continuazione
nell'atmosfera reazionaria della Russia di Putin (non a caso i
dibattiti più accesi intorno alla necessità di proibire l'uso del
linguaggio triviale da parte dei mass media e in letteratura hanno
acquistato concretezza giuridica proprio negli ultimi anni). I
lessicografi non costituiscono un'eccezione: o propongono
dizionari che, lasciando da parte ogni rigore scientifico, puntano
al successo popolare, o continuano a ignorare il fenomeno.
Fra i linguisti che in questi ultimi anni hanno contribuito a
fornire una descrizione scientifica delle parole basse del russo
(vale la pena di ricordare V. Buj, o meglio i membri
dell'Accademia delle Scienze che si nascondono dietro questo
scherzoso pseudonimo, autori di Russkaja zavetnaja
idiomatika: Veselyj slovar' krylatych vyraženij, Moskva 1995,
e A.Ju. Plucer-Sarno, compilatore del primo volume del
Bol'šoj slovar' mata, Moskva 2001) uno dei più attivi è
certamente il prof. V.M. Mokienko. Il suo Slovar' russkoj
brani è la riedizione riveduta, corretta (arricchita dalla
collaborazione con T.G. Nikitina) di un dizionario uscito a
Berlino nel 1995 e a Kaliningrad nel
1997, ma in Russia passato inosservato in seguito a
enormi problemi di distribuzione legati alla crisi economica
dell'agosto 1998.
{\em Bran'} qui è inteso in senso ampio, e nel sottotitolo viene
specificato: matizmy, obscenizmy, evfemizmy.
Perciò nel dizionario non si trovano soltanto parole un tempo non
stampabili, o, in alcuni casi, ridotte all'iniziale seguita da
puntini: viene dato ampio spazio anche a vocaboli e locuzioni
colloquiali, popolari, gergali e perfino a molti termini di uso
corrente che, travestiti da metafora, alludono ironicamente alla
sfera cosiddetta inferiore dell'esperienza umana, e quindi entrano
di diritto in questa rassegna del russo non “ortodosso”. Così,
accanto a voci quali chuj (circa nove pagine), pizda
(quattro pagine) e ebat' (tre pagine), le tre basi tematiche
oscene da cui si forma un numero teoricamente infinito di
derivati, compaiono parole all'apparenza innocenti. Davanti al
lettore si dispiega il paesaggio surreale di un mondo
carnevalesco, beffarda e inquietante controfigura del mondo
quotidiano e purtuttavia ad esso oscuramente coessenziale, in cui
la prostitutka diventa koroleva o koška, il
gomoseksualist una dama, il pene si trasforma in
volšebnaja paločka, klarnet o nož, la
vagina in imperija, vorota o kotleta. Si tratta
insomma di figure di quell'“antimondo della cultura russa” (come
recitava il titolo di una raccolta di saggi uscita diversi anni fa
in Russia) che rappresenta una componente fondamentale della
mentalità e dell'immaginario nazionali.
Ogni lemma, oltre alla definizione, è accompagnato dalla categoria
grammaticale e, ciò che rende questo dizionario particolarmente
prezioso per il lettore straniero conferendogli uno statuto di
scientificità (l'autore stesso rivela infatti l'ascendenza
ušakoviana del suo metodo lessicografico), dà indicazioni di
registro e limiti d'uso. Inoltre, quando è possibile, vengono
fornite informazioni etimologiche che, oltre a soddisfare la
curiosità filologica, perseguono un doppio obiettivo: ristabilire
la complessità dei rapporti tra il russo e altre lingue slave e
europee, e demistificare l'idea, ancora estremamente diffusa,
della presunta unicità del turpiloquio russo. Nel complesso si
avverte la mancanza di esempi (ce ne sono, ma rarissimi) che
avrebbero chiarito ulteriormente l'uso dei termini presentati nel
dizionario.
A completare l'opera, un articolo di Mokienko che fa il punto
sullo stato degli studi dedicati alla russkaja brannaja
leksika. Il volume, anche grazie a questo ultimo articolo, si
rivela uno strumento utilissimo per studiosi e traduttori
intenzionati ad addentrarsi nel sottobosco, o, se si preferisce,
nei bassifondi della lingua russa.
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