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di tutte le recensioni di questo numero
 Le fredde notti invernali dell'ultimo periodo invitano
al tepore riconosciuto delle abitudini. Lo slancio della primavera
riporterà il fermento tra i pensieri, ma non in questi giorni
di gelo, con il vento a scompigliare anche gli umori più stabili.
Il desiderio è ritrovarsi in casa, con poche facce amiche
e la certezza di meritarsi la mitezza del conosciuto. La salvezza
è una coperta che arrivi a coprire i piedi. Ma la salvezza
è tutt'altro che gratuità e non tutte le coperte arrivano
alle estremità. La strada verso casa è nascosta da piante
cannibali e distorti valori, ci sono dazi da pagare e bocconi
amari da ingoiare e, seppure la si dovesse scorgere, è probabile
che qualche buontempone abbia mangiato le molliche messe a
indicare la via. Non di meno è dato smettere di anelare all'utopia.
Occorre tentare, stipare tutto in preziose valigette e iniziare
il viaggio. Avvicinarsi al sole, anche se non ci sarà altra
fine che la rovina. Vendikt Erofeev scrive nel secondo novecento
russo la storia di un tentativo. Un romanzo complesso e spigoloso,
dove è possibile annegare nel tentativo di trovare una univoca
chiave di lettura. D'altro canto, lo stesso annegare sarebbe
in linea con lo spirito dell'autore, che camuffa la sua amara
sincerità tra le gradazioni alcoliche di cocktail di sua creazione.
Col sorriso orgoglioso, da benefattore, l'autore provvederà
a dettare la formula del "Balsamo di Cana", della
"Lacrima della giovane comunista" e di altre ricette
nate per salvare dal tedio di bere solo vodka, colpevole di
produrre alla lunga solo fiacchezza e vanità, e accompagnare
il bevitore tra stati diversi, inebrianti quanto metafisici.
Le dosi dei cocktail di Erofeev vanno ben misurate e gli ingredienti
scelti con cautela, la stessa che si deve usare nel leggere
Tra Mosca e Petuški, perché si "vive una volta
sola, perciò è meglio non sbagliare le ricette''. Quindi torniamo
al romanzo, anzi, al poema. Il tema del viaggio, da Mosca
a Petuški, sembrerebbe un tema già sentito. Ma il viaggio
che si intraprende tra le pagine di questo romanzetto è qualcosa
d'altro. È una caduta dall'altra parte dello sguardo, dove
poco rimane di intoccabile e dissacrare resta l'unica via
di fuga. La vicenda è di per se lineare, se non fosse per
tutte le incursioni nel fantastico e i sogghigni che si intravedono
pagina dopo pagina. Venedikt, un alcolizzato, intraprende
il suo cammino dalla stazione di Kursk verso Petuški. Durante
il tragitto avrà modo di incontrare compagni di viaggio bislacchi,
angeli del Signore, santi e farabutti, tra cui troneggia il
controllore Semenyč ma soprattutto, berrà. Bevendo verrà assalito
da incubi che lo porteranno al terribile sospetto: che il
suo viaggio non sia nella direzione di Petuški, dove troverà
ad aspettarlo suo figlio e la sua donna, ma in verso contrario,
verso l'orrore quotidiano e la fine. Sarà infatti la stazione
di Kursk a fungere da punto di partenza e di arrivo, una circolarità
senza scampo di un andare che poco importa sia stato immaginato
o meno. Qui Venedikt verrà inseguito da quattro figuri mal
intenzionati che, raggiuntolo, lo colpiranno a morte. Fine
della storia. Ma cosa porta Venedikt al suo lungo viaggio
in treno, mezzo proprio di un peregrinare caro alla religiosità
popolare, che ospitò già il Dottor Živago? Si potrebbe
convenire che sia l'unica occasione di evasione, benché fittizia.
Infatti, la voce narrante ubriaca non riesce a celare che
Petuški è anche punto di arrivo impossibile di un viaggio,
per altri versi, improrogabile. Petuški è la pace negata in
una terra che non offre altro che alcool contro le sue brutture.
La lucidità diventa un lusso fulminante. "È forse impossibile
non bere?'', si chiedono in una delle tante pittoresche discussioni
i parodistici compagni di viaggio del nostro viandante. La
risposta non può essere che retoricamente affermativa. Persino
chi sembra lontano dall'odore dell'alcool non farà che proiettare
il suo desiderio di bere su quanto lo circonda, rendendolo,
unicamente in conseguenza di ciò, grandioso (con buona pace
di Johann von Goethe). Il lettore astemio non accetterà facilmente
questa verità. Non farà invece fatica a riconoscere nella
voce narrante lo stesso autore. Se sin dalle prime battute
si arguisce il nome del protagonista, più avanti e a scanso
di equivoci, verrà "svelato'' chiaramente che chi parla
è lo stesso Erofeev, "naturalmente''. Niente di strano.
Un tale poema non può che essere narrato dall'uomo che ha
trasformato il suo dissenso in parola e il suo dolore in inchiostro
alla Vodka, tanto coinvolgimento non potrebbe essere che autobiografico.
Ma lo stesso autore non accetta di essersi tanto compromesso
e dopo aver giocato per tutto il racconto con la sua nitida
identità, se ne libera nelle ultime pagine, rivelando il paradosso
di essere voce narrante dal mondo dei morti, rimasta a raccontare
gli eventi dopo il suo omicidio. Erofeev si rivela un cadavere
superstite alla sua stessa fine. Nato povero nel 1939 e, ugualmente
male in arnese, spentosi nel 1990, è stato sempre in disaccordo
con il suo tempo e la sua storia, non accettando mai nulla,
viaggiando sempre in senso contrario a Petuški. Sin dalla
sua prima satira, Zapiski psichopata [Diari di uno
psicopatico], rende noto quanto gli stringa il vestito ben
stirato dello scrittore. Nata a Mosca, in una stanzetta divisa
con quattro compagni di studi, la sua prima satira colpisce
il regime senza darsi la pena di inventar fronzoli, apparendo
subito una dichiarazione di non accettazione dello stato di
studente prodigio e come primo riconoscimento regala allo
scrittore l'espulsione dall'università. Poi la sua vita sarà
vissuta sempre sul bordo tra il genio e la follia, accompagnata
dall'alcool e dalla malattia, guardata a metà tra la riabilitazione
e la repulsione. Un autore scomodo per primo a se stesso,
incapace di far altro che criticare quanto di quella Russia
non gli andava giù neppure a forza di grammi e grammi di vodka.
Cristo, Lenin, i celebrati eroi nazionali Minin e Požarskij,
autori riconosciuti come Turgenev cosa dovevano contare per
un uomo affamato e incapace di arrendersi alla sua Russia?
Il nostro libercolo diventa l'autobiografia di un malessere
che riveste di comicità simboli forti e riconoscibili. Su
tutti, troneggia dalla prima all'ultima pagina, il Cremlino,
magnificente residenza degli zar che nelle prime righe del
romanzo Venedikt confessa di non aver mai visto e che, quando
finalmente gli appare nelle ultime pagine, non poteva trovare
momento peggiore. Quale è il tipo di violenza che ammanta
le pagine di Tra Mosca e Petuški? La violenza di
una realtà tanto terribile da non poterne parlare se non da
sbronzi. L'alcool diventa l'escamotage e si fa rivelazione.
Tutto il viaggio si trasforma nella visione della realtà finalmente
dicibile perché tradotta nel linguaggio indefinibile, e per
questo inequivocabile, della vodka. La stessa idea di una
rivoluzione grottesca, concepita durante il viaggio e congegnata
con attenzione al particolare, rivela una tale potenza profanante
da superare i mostri sacri delle vere rivoluzioni. Il romanzo
di Erofeev coinvolge dissacrando quanto la cultura offre.
Si estende al di là del quotidiano, rendendolo valore assoluto.
Appurato che ogni giorno ci si nutre a ciarpame, Petuški diventa
l'eden dove ognuno troverà la bellezza. Per Venička, la meta
del viaggio è la perfezione dei beni più intimi, l'affetto
del figlio e la voluttuosa compagnia della sua donna, che
avvampa e beve sulla banchina dell'attesa. Un luogo dove,
finalmente, è possibile concedersi il lusso di contraccambiare
con dei doni al molto che ci si aspetta di ricevere. Doni
come quelli che il nostro viaggiatore porta con sé per il
suo bambino, ma di cui, inesorabilmente, verrà derubato insieme
con la sua valigetta. Al pensiero di Petuški, l'alcool fa
posto al miserevole desiderio di deporre le armi e ritrovarsi
a casa. "Quando non ci sei sono molto solo, bambino mio!'',
confessa Venedikt e sarà proprio per il figlio, nel ricordare
un loro incontro, l'unico sorriso beato che non si trasformerà
in ghigno. Se Borges raccontava di Ulisse che, stanco di meraviglie,
piangeva d'amore nel vedere Itaca umile e verde, Petuški si
rivelerà però, per Erofeev, una meta ben più lontana di Itaca
e ben peggiore. Non ci sono eroi sul nostro treno e quindi
non ci sono premiazioni e la meta ammantata di incantevole
umiltà non potrà essere raggiunta. Non solo è lontana, peggio,
è in direzione contraria allo svolgimento della storia. La
tenebra notturna si scioglie sui sogni di gloria. La risolutezza
con cui prende le distanze dall'umanità, porta il protagonista
ad aspirare al sogno non potendo accettare diventi realtà.
Non è dato a un povero pazzo altro che il dissacrante riso
del dissentimento, giammai il pattume del lieto fine. Credere
nella possibilità di un rosea conclusione merita una punizione.
L'autore lo sa e, infatti, Venedikt perde la valigetta con
i suoi doni, peggio, perde lo stato di grazia dell'ubriachezza,
da eroe diventa zimbello. Lo stesso Satana gioca con lui fino
allo svelarsi dell'unica realtà ("A Petuški non ci arriverà
proprio nessuno!''), atroce sentenza sottolineata stavolta
da un sorriso che non è più quello dell'autore ma quello inappellabile
di una cannibalesca Sfinge, creatrice di enigmi al limite
dell'osceno. Sembrano non esserci vie di fuga nella terra
degli uomini. Erofeev si affida, malconcio ma onesto, alla
religiosità cristiana, sottofondo di parecchie riflessioni.
Lo stesso, prossimo alla fine, invoca il Signore chiedendogli
il perché dell'averlo abbandonato e l'immagine del Cristo,
dell'uomo, cade come ombra sui chilometri del viaggio senza
però lasciare troppa speranza. Tra Mosca e Petuški
ci porterà dovunque pur non andando da nessuna parte, arte
del paradosso possibile solo agli scrittori capaci e alle
anime disperate, in questo caso presenti in una sola voce.
Pagina dopo pagina possiamo decidere di scendere o continuare
a essere portati in giro da personaggi apparentemente inoffensivi
ma di gran forza, una corte dei miracoli troppo somigliante
a tante facce incontrate in tutte le storie di tutti i paesi,
da concedersi la frivolezza di pensare che Venička pensasse
solo al suo tempo e alla sua terra. Chiuso il libro, ripresi
dalla sbornia e ancora incerti su quale strada seguire per
dare al tutto giusta interpretazione, conviene fermarsi un
attimo. Dietro la sfida lanciata con fare altezzoso, si cela
il bisogno più semplice di qualsiasi narratore: raccontare.
Nessun personaggio è quindi umano come il controllore, il
temibile utopista Semenyč, che chiede a tutti vodka al posto
di chilometri ma che dal nostro non avrà mai altro che parole,
tutta la storia dell'uomo, tutte le parole che la sua Sherazade
potrà raccontare. Venedikt celebra e punisce il cattivo controllore
lasciandolo fradicio di alcool, semivivo, tutto sbottonato,
ad una stazione intermedia, in preda al vomito delle sue multe
in forma di vodka, unico a pagare per la debolezza d'aver
desiderato ascoltare. Con concentrazione e distacco l'autore
riflette se stesso, non risparmiando nulla e tutto criticando.
Diffidente sul senso di ogni cosa, stanco di ricercare il
significato, Venedikt ammetterà alla fine che "non si
può passare tutta la via a tormentarsi con gli enigmi'', enigmi
che, seppure finge di aver dimenticato, lo tormenteranno fino
alla fine, quando, inchiodato al pavimento, martire del mondo,
assolutamente fuori di sé, invocherà ``Perché perché... Perché
perché perché!'' e non, come Čechov, "Versatemi dello
champagne''. Eppure è proprio nelle ultime righe del suo poema
che Venedikt trova come tornare a casa. Nel perdere coscienza
per sempre, morendo, potrà concedersi di smettere i panni
del pensatore dissacrante, per arrendersi al tepore di quella
densa e rossa lettera "iu'' pronunciata dal figlio e
negatagli dall'inarrivabile Petuški. Se tanto, in ogni caso,
non si ha dove andare, la casa è l'incoscienza del sonno eterno
e la morte è la coperta rassicurante che permette di essere
voce tra i vivi, per raccontare di un viaggio che si ferma
solo il tempo di ripartire. E il freddo della notte si fa
tiepido al racconto.
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