Scarica il Pdf
di tutte le recensioni di questo numero
G.B. Manni, Věčný
pekelný žalář. Do češtiny převedl Matěj Václav
Šteyer, k vydání připravil M. Valášek, doslov napsala
A. Wildová-Tosi,
Atlantis, Brno 2002.
“Das schrecklichste aller Bücher”
erano le parole con cui Dobrovský, per l'espressività con
cui il gesuita raccontava le pene dei dannati, aveva liquidato
nel 1792 la traduzione ceca del libro di Manni. Nell'efficace
traduzione di una delle figure più attive in campo letterario
del secondo Seicento ceco, il gesuita M.V. Šteyer, il testo
(che l'anno scorso ha raccolto anche il provocatorio voto
di P. Ouředník come migliore libro dell'anno nella tradizionale
inchiesta del quotidiano Lidové noviny), pubblicato a Praga
nel 1676, diventa una delle più efficaci espressioni di quella
che è stata efficacemente definita "l'offensiva culturale"
controriformista dei gesuiti. Curiosamente quindi anche se
G.B. Magni è figura del tutto marginale nella letteratura
italiana, e del tutto dimenticata è la sua opera La prigione
eterna dell'inferno disegnata in immagini et espressa in essempii
al peccatore duro di cuore (Venezia 1666), l'assimilazione
del libro da parte della cultura ceca è arrivata al punto
che, in tutte le storie della letteratura successive a Dobrovský
(Jungmann, Vlček, Jakubec), il volume di Manni è sempre stato
preso a simbolo della decadenza culturale ceca nel Seicento.
In realtà oggi possiamo guardare in modo più pacato a questo
segmento del passato culturale della Boemia e verificare che
anche il libro di Manni appartiene a quel tipo di testi, assimilati
dalla cultura ceca in quel complesso e difficile processo
di appropriazione del codice culturale cattolico, che a lungo
era rimasto estraneo all'Europa centrale. Come avviene anche
in altre zone limitrofe, in ceco vengono infatti tradotti
in gran quantità i testi pedagogico-religiosi prodotti dagli
spirituali e dai religiosi italiani, allo scopo preciso di
fornire ai missionari che attraversano il paese le armi pedagogiche
senza le quali il processo di ricattolicizzazione dello spazio
boemo sarebbe impensabile. Oggi la traduzione del libro di
Manni viene riproposta all'interno dell'originale collana
Thesaurus absconditus della casa editrice Atlantis (il primo
volume pubblicato era stato, nel 1998, uno degli scritti polemici
più curiosi del Settecento ceco, Země dobrá, to jest země
česká). La traduzione di Šteyer è accompagnata da una
puntuale postfazione di A. Wildová Tosi ("Osudy Věčného
pekelného žaláře a jeho místo v české literatuře", pp.
243-289) che salda un vecchio debito della boemistica italiana,
visto che già nel 1938 Vašica auspicava uno studio più approfondito
del testo. Oltre a offrire un'analisi del motivo dell'inferno
nella lettura ceca, l'autrice ripercorre le vicende storiche
e il "successo" del libro tra i critici letterari
cechi, e propone anche la prima analisi delle fonti sia di
Manni che di Šteyer. Il testo di partenza infatti, proprio
per la sua struttura "aperta", offriva possibilità
notevoli di ampliamento e approfondimento che sono state sfruttate
a fondo da entrambi gli autori: Manni trae molte delle sue
immagini dal trattato ascetico del gesuita spagnolo Juan Eusebius
Nierember De la diferencia entre lo Temporal y Eterno
(1640) e Šteyer a sua volta amplia e modifica il testo di
Manni, al punto che si può quasi parlare più di un "riadattamento
dell'originale" che di una traduzione vera e propria
(le fonti primarie sono in questo caso la bibbia e lo Speculum
exemplorum, ma anche molti testi meno famosi, tra i quali
spicca l'interessante aggiunta della visione di Francesca
Romana). Sia l'edizione ceca che quella tedesca sono state
pubblicate nel 1676 e fanno parte di un momento di grande
diffusione dell'opera di Manni in Europa centrale, probabilmente
legata alla presenza di Manni a Vienna, dove per qualche tempo
ha ricoperto la funzione di predicatore e confessore alla
corte dell'imperatrice Eleonora. È curioso notare fino a che
punto possano cambiare le coordinate culturali: la versione
ceca della Prigione eterna dell'inferno torna in
libreria, a più di trecento anni dalla prima edizione e con
le terribili illustrazioni originali, avvolta da una fascetta
rossa che annuncia il ritorno del "più terribile di tutti
i libri".
Quellenkunde der Habsburgermonarchie (16.-18. Jahrhundert).
Ein
Exemplarisches Handbuch, a cura di J. Pauser, M. Scheutz
e Th.
Winkelbauer [Mitteilungen des Instituts für Österreichische Geschichtsforschung. Ergänzungsband 44], R. Oldenbourg Verlag, Wien-München 2004.
Uno dei principali trend della ricerca
storiografica in ambiente austriaco e tedesco è stato negli
ultimi anni, in modo molto più evidente che in Italia, un
ritorno a uno studio più rigoroso delle fonti. Certo fonti
di tipo diverso rispetto a quelle di cui si occupava prevalentemente
la storiografia positivista ottocentesca, ma pur sempre fonti
d'archivio. Forse per una ritrosia congenita del tedesco nei
confronti dei castelli di parole senza solide basi testuali,
uno dei centri in cui più profonda è stata negli ultimi anni
la riflessione sul legame tra fonte storiografica e rielaborazione
storica è stata Vienna. Il grande successo degli studi sulla
corte imperiale hanno profondamente cambiato lo stato delle
nostre conoscenze sull'argomento e molti dei libri "canonici"
fino a pochi decenni fa sembrano oggi definitivamente invecchiati.
Il punto d'arrivo di questo profondo ripensamento è un volume
di più di mille pagine che farà sicuramente la felicità non
solo di qualunque studente ma anche di tutti quegli specialisti
che non hanno la fortuna di occuparsi esattamente del tema
di cui tratta il singolo intervento: gli ottanta saggi, per
lo più appartenenti alle prime due grandi categorie in cui
è diviso il volume (Institutionen e Gattungen,
le altre sono Bilder und Dinge e, la più modesta,
visto che contiene un solo articolo, Medienarchäologischer
Ausblick), agevoleranno sostanzialmente la fase di iniziale
orientamento in campi di studio diversissimi. Il volume infatti
ha il grande merito di raccogliere, in un contesto di sempre
maggiore specializzazione degli studi, testi dedicati a temi
molto lontani tra loro e offre un quadro esaustivo dei risultati
ottenuti in campi molto diversi fra loro da due generazioni
di storici. La scommessa, ampiamente vinta, dei curatori era
quella di non limitare lo studio dei materiali alla sola Vienna,
ma di ampliare, nei limiti del possibile, l'orizzonte a tutta
la monarchia asburgica (molto rappresentate sono infatti Boemia,
Moravia e Ungheria) e offrire in questo modo a chiunque voglia
avventurarsi nelle ricerche d'archivio uno strumento di partenza
su materiali spesso citati, ma in realtà poco utilizzati.
Quasi impossibile è dare un'idea precisa del contenuto concreto
del volume, visto che si spazia da testi molto specifici dedicati
alle memorie di un singolo, fino ad analisi di ben più ampio
raggio che riguardano il mondo militare, la corte, il consiglio
segreto, i governi regionali e gli Stände delle singole
province, o l'importante (e spesso trascurato) rapporto delle
terre ereditarie con l'Impero. Particolarmente innovativa,
nell'impostazione del libro, è lo spazio dedicato a fonti
fino a pochi anni fa del tutto trascurate dalla ricerca storiografica:
i diari (anche qui lo spazio coperto va dalle memorie dei
nobili fino alle cronache familiari), gli scambi epistolari
(da quelli ricchissimi di Leopoldo I e degli eruditi alla
normale corrispondenza quotidiana) e i primi giornali (sia
stampati che manoscritti). Le voci sono state scritte dai
maggiori specialisti dei rispettivi settori, tutti studiosi
che negli ultimi anni hanno avuto ripetutamente occasione
di frequentare gli archivi dell'Europa centrale e di "riscoprire"
molte fonti apparentemente dimenticate. Si tratta di un volume
che, oltre a riscoprire e rendere accessibili a un pubblico
più vasto molte di queste fonti, si presenta come uno strumento
utilissimo di cui sarà impossibile, nei prossimi anni, non
tenere conto.
Z. Kalista, Valdštejn.
Historie odcizení a snu, Vyšehrad, Praha 2003.
La pubblicazione della monografia
sul Wallenstein "né imperatore né re" di J. Polišenský
e J. Kollmann (Valdštejn. Ani císař, ani král, Praha
1995) ha dato il via nella storiografia ceca a una vivace
ripresa della discussione sul reale ruolo svolto dal generalissimo
negli ultimi anni della sua vita. La tesi dell'innocenza di
Wallenstein, del ruolo negativo svolto in tutta la vicenda
dalla diplomazia spagnola e della serietà dei suoi piani di
pace (Wallenstein sarebbe stato spinto soprattutto dal desiderio
di raggiungere la pace universale e rivolgere le armi dei
cristiani contro i turchi), è stata poi sviluppata soprattutto
da J. Kollman che, in due monografie (Valdštejn a evropská
politika 1625-1630. Historie 1. generalátu, Praha 1999,
e Valdštejnův konec. Historie 2. generalátu 1631-1634,
Praha 2001), ha cercato di mettere in discussione la a lungo
dominante tesi di J. Pekář, che era stato il maggior sostenitore
della tesi del tradimento consapevole di Wallenstein. Pur
senza tener presenti gli importanti studi di Ch. Kampmann
(in particolare Reichsrebellion und kaiserliche Acht,
Münster 1992) e senza portare grandi scoperte documentarie,
le tesi di Kollmann hanno trovato largo consenso nella pubblicistica
ceca e, in certi casi, anche tra gli storici.
In questa cornice piuttosto movimentata
è apparsa di recente un'altra monografia dedicata a Wallenstein,
pubblicata a quasi trentacinque anni di distanza dalla sua
stesura. L'autore è una delle figure più interessanti del
Novecento letterario ceco: dagli esordi letterari come poeta
d'avanguardia, Zdeněk Kalista è passato infatti attraverso
una conversione al cattolicesimo in occasione di un viaggio
romano e poi al mestiere di storico di professione. Imprigionato
all'inizio degli anni cinquanta per attività antistatale,
ha continuato a lavorare dopo la sua liberazione, pur dovendo
fare i conti con quei sempre più gravi problemi alla vista,
che lo avrebbero poi portato alla cecità assoluta. Kalista
è, assieme a Václav Černý, uno degli autori più pubblicati
degli anni Novanta e la tendenza non sembra ancora arrestarsi:
chi ha avuto occasione di sbirciare nei loro archivi sa bene
del resto con quanta cura preparassero per la stampa testi
che spesso sapevano di non poter pubblicare se non a distanza
di molti anni. A differenza di Černý, Kalista ha dovuto attendere
più a lungo, sia per un oggettivo minore interesse nei confronti
di un approccio storiografico a volte marcato da un fastidioso
cattolicesimo di sottofondo (quella "storiografia spirituale"
di cui è stato il maggior propagatore), sia per il carattere
specialistico di molti suoi lavori. Non è questo però il caso
della monografia su Wallenstein che anzi, come abbiamo visto,
si inserisce in un filone di grande successo editoriale degli
ultimi anni e doveva essere pubblicata alla fine degli anni
Sessanta in un'edizione dedicata al grande pubblico. La casa
editrice Vyšehrad inaugurando la nuova collana "Le grandi
figure della storia ceca" ha deciso di pubblicare un
testo di cui si conosceva da tempo l'esistenza, ma che non
era stato finora reso accessibile al pubblico, soprattutto
perché si era ben consapevoli del fatto che gli anni passati
rischiavano di farlo sembrare antiquato. Effettivamente l'iniziativa
va vista più come un omaggio all'opera di Kalista e alla sua
concezione della storia e come il risultato delle ricerche
degli storici cechi alla fine degli anni Sessanta, che come
un originale apporto allo studio del tradimento del più famoso
generale degli Asburgo. La chiave interpretativa di Kalista
è piuttosto semplice: Wallenstein sarebbe "un uomo sradicato,
che non conosce nessuna sensazione profonda di appartenenza,
né in senso nazionale né in quello religioso o politico, il
rappresentante di un individualismo illimitato" (p. 35).
Alla luce di questo punto di partenza e con l'obiettivo piuttosto
chiaro di polemizzare con il suo professore, J. Pekář, Kalista
ripercorre tutta la vicenda esistenziale di Wallenstein. Per
un uomo privo di radici è quindi semplice dare avvio a quella
"specie di gioco... pieno di strani sotterfugi, tergiversazioni
e simulazioni" (p. 225) che lo porterà alla morte. La
decisione di puntare alla pace anche contro le direttive dell'imperatore,
e senza tener conto dei suoi ordini, è qui interpretata come
uno dei tanti episodi in cui lo sradicamento di Wallenstein
lo porta a giocare d'azzardo, a rischio della propria stessa
vita. Si tratta indubbiamente di un sistema interpretativo
più intelligente di quello, pure così diffuso, che punta tutto
sulla pazzia e la passione per gli oroscopi di Wallenstein,
ma che rimane molto al di sotto della ricchezza fattuale della
monografia a tutt'oggi fondamentale sul tema, quella di G.
Mann, che pure ha scelto la stessa strada di Kalista, quella
di una storia da raccontare con gli strumenti della narrativa.
Varrà la pena di concludere questa
breve rassegna su una delle figure più studiate della storia
dell'Europa centrale segnalando un'interessante edizione (P.
Balcárek, "Chebská exekuce ve světlé korespondence s
římskou kurií", Pocta Josefu Kollmannovi, a
cura di A. Pazderová, Praha 2002, pp. 6-45). P. Balcárek,
uno dei pochi storici cechi che frequentano con assiduità
le biblioteche romane, è tra i più decisi propagatori delle
"scoperte" di Kollmann e in diversi articoli ha
sostenuto la tesi che il celebre condottiero sarebbe stato
"tradito, non traditore", usando le parole del nunzio
Carlo Caraffa. In un recente volume di scarsa diffusione,
dedicato proprio a Kollmann, Balcárek ha pubblicato il carteggio
tra il nuovo nunzio alla corte imperiale, Ciriaco Rocci, e
Francesco Barberini nel periodo compreso tra il 25 febbraio
del 1634 e il 6 maggio dello stesso anno. Anche se le notizie
di Rocci non si caratterizzano né per originalità né per quantità
di nuovi dettagli, dimostrano quanto infondata sia l'idea
che in questa vicenda sia stato detto tutto ciò che si poteva
dire. Particolarmente significative sono le relazioni di Rocci
nel confermare l'astio sviluppatosi a corte nei confronti
degli italiani coinvolti (Piccolomini in particolare si era
"reso odioso alla nazione Alemanna", p. 36) e i
dubbi circolati fin dal primo momento che "la fellonia,
e tradimento del duca, non resti ben giustificato" (Ibidem).
Anche se ci si poteva aspettare una pubblicazione ben più
ampia di materiali da parte di chi sta lavorando all'edizione
della nunziatura più importante del Seicento, quella di Caraffa,
non si può non notare che, rispetto ad altri articoli, in
questo caso l'autore ha offerto alla comunità scientifica
utili materiali che approfondiscono le nostre conoscenze su
una vicenda su cui pure esiste una bibliografia sterminata.
I. Pfaff, "Jalta:
dělení světa nebo legenda? Z československého zorného úhlu",
Paginae historiae, 2002, 10, pp. 108-152.
Incredibilmente pubblicato su una
rivista dalla scarsissima distribuzione, l'articolo di Pfaff
è una delle migliori ricostruzioni di un problema spinoso
e spesso discusso dalla storiografia che si è occupata dell'assetto
statale uscito fuori dalla seconda guerra mondiale: la leggenda
della conferenza di Jalta. Pur incrinata già dai lavori di
B. Cialdea all'inizio degli anni Settanta, la leggenda della
spartizione del mondo a Jalta si è infatti rivelata ben dura
a morire e, anche se ormai è diffusa la coscienza che l'importanza
reale dell'episodio (che aveva lasciato a tutti la possibilità
di interpretare a proprio modo le decisioni prese) venga sopravvalutata,
è pur vero che l'episodio ha conservato un valore simbolico
molto elevato. L'analisi di Pfaff dei documenti a nostra disposizione
sulla vicenda cecoslovacca ricostruisce in modo stringente
la nascita della leggenda sulla separazione del mondo che,
come tutte le leggende, ha poi trovato la sua consacrazione
romantica nella scena dei foglietti su cui i potenti della
terra si dividono il resto del mondo. Particolarmente significativa
è la scena con cui si conclude l'articolo (che sarebbe auspicabile
venisse pubblicato presto come libro), quella in cui il sempre
più potente Vi\v{s}inskij risponde appena un paio di settimane
dopo la conferenza alle proteste dei romeni con una frase
semplice, ma efficace: "Jalta? E che significa Jalta?
Jalta sono io" (p. 142).
J. Lehár, La
letteratura ceca medievale. Il contributo di Roman Jakobson
alla medievistica ceca, Udine 2003; M. Špirit,
Bohumil Hrabal: una sfida per storici ed editori,
Udine 2003; J. Wiendl, Cercatori di bellezza
e ordine. la letteratura ceca di orientamento cristiano nella
prima metà del XX secolo, Udine 2003; T. Glanc,
Tendenze della letteratura russa contemporanea. Breve
rassegna di movimenti, temi e problemi, Udine 2003.
Dopo l'importante conferenza del 2001
dedicata alle tendenze più recenti delle letterature russa,
polacca, serba, ceca e ungherese (Cinque letterature oggi,
a cura di A. Cosentino, Atti del Convegno Internazionale,
Udine, novembre-dicembre 2001, Udine 2002), l'università di
Udine ha sponsorizzato nel 2003 la pubblicazione di quattro
fascicoli di "lezioni e letture", uno strumento
didattico per gli studenti che ripropone, con traduzioni di
studenti o ex studenti, le conferenze più interessanti tenute
nell'ambito del programma Socrates da insegnanti dell'università
di Praga (almeno questo è avvenuto per i fascicoli finora
pubblicati). L'idea è in fondo semplice: perché rinunciare
alla pubblicazione di tutti quei materiali (e alle rispettive
traduzioni) che oggi molte università producono in gran quantità?
I primi quattro fascicoli sono dedicati a problemi molto diversi
e testimoniano di tendenze diverse della ricerca ceca post
1989: il loro significato per gli studenti dipende quindi
molto anche dallo stato delle ricerche sull'argomento in questione
a disposizione in italiano.
Il testo di Lehár, uno dei maggiori
esperti di letteratura ceca antica in circolazione, ripercorre
la struttura evolutiva della letteratura ceca medievale, comparando
le interpretazioni che le varie sintesi letterarie hanno offerto
di quest'epoca, e offre un quadro molto sintetico, ma allo
stesso tempo sufficientemente chiaro, degli autori e dei testi
più significativi. Nella seconda delle sue lezioni analizza
il contributo dato da Jakobson al tema e, pur riconoscendo
l'immensa importanza degli studi di Jakobson, giunge alla
conclusione, sostanzialmente giusta, che "oggi leggiamo
gli studi di Jakobson con la consapevolezza di dover distinguere
in essi, passo dopo passo, la conoscenza positiva dalle ipotesi
non dimostrate che sono talvolta formulate come conoscenza
positiva" (p. 24). Per uno studente, che ha in italiano
a disposizione gran parte degli studi originali di Jakobson
su cui si sofferma Lehár, è sicuramente importante poter ascoltare
non soltanto le voci di studiosi italiani sul tema, ma anche
una delle più autorevoli voci ceche. Non sempre i giudizi
infatti coincidono.
Il più problematico dei testi pubblicati
è quello che dovrebbe essere anche il più interessante, essendo
dedicato all'opera di uno degli scrittori più amati dagli
studenti, Bohumil Hrabal. In questo caso emergono infatti
tutti i problemi di questo tipo di edizione, e non solo perché
la conferenza esce dopo che il saggio è stato già pubblicato
in ceco in forma molto ampliata e con un ricco apparato bibliografico
(M. Špirit, "Bohumil Hrabal v roce 2000", Kritická
Příloha Revolver Revue, 2002, 24, pp. 29-48). L'articolo è
infatti un condensato di quella che scherzosamente un'amica
ha definito il "totalitarismo intellettuale" imperante
in una parte della critica letteraria ceca. La tesi di fondo,
che l'opera di Hrabal sia stata massacrata dal totalitarismo
politico e quindi andrebbe sempre pubblicata in tutta la sua
totalità (va ricordato che le opere complete di Hrabal ammontano
a 19 volumi) e non nella forma che compiacenti editori propinano
al pubblico ingenuo dei lettori, è a dir poco ingenua ed era
già stata proposta in modo molto più intelligente e sensibile
da J. Lopatka nel corso degli anni Sessanta. La pubblicazione
del testo è importante perché esporta in Italia una corrente
molto produttiva in un ambiente culturale che ha deciso di
eliminare dal proprio passato cinquant'anni della propria
esistenza e di portare questo atteggiamento culturale anche
in campo editoriale. Fortunatamente un lettore italiano ha
oggi la possibilità di confrontare direttamente le opere dell'autore
con i testi di Hrabal, recentemente pubblicati in un'edizione
molto ricca da Mondadori, e rendersi conto da solo fino a
che punto il ragionamento dell'autore sia fondato.
Il fascicolo successivo offre un altro
spaccato su un tema molto caro negli ultimi anni alla critica
letteraria ceca, quello degli autori cattolici. Per chi accetta
la definizione di "autori cristiani", l'analisi
di Wiendl risulterà equilibrata e più moderna di ciò che sul
tema possiamo leggere in italiano. Anche in questo caso la
conferenza fa emergere in Italia almeno una parte del revival
religioso che la critica letteraria ceca ha attraversato per
tutti gli anni Novanta. Al limite ci si può rammaricare solo
del fatto che episodi importanti della vita culturale ceca
tra le due guerre (prima fra tutte la dura polemica tra Čapek
e Durych sul franchismo) non abbiano trovato spazio in una
ricostruzione basata molto sull'ecumenismo che nel 1931 aveva
manifestato ad esempio B. Fučík: "oggi dovrebbe già essere
ovvio, almeno per le riviste letterarie, che non esiste nessun'arte
cattolica, proprio come non c'è un'arte proletaria. Un 'influsso
del cattolicesimo' non lo vedo da nessuna parte, però conosco
alcuni buoni artisti che sono cattolici" (p. 20).
L'ultimo dei fascicoli pubblicati
offre una carrellata molto veloce di tutte le tendenze in
atto nella letteratura russa da parte di un autore che, con
le sue "cronache russe" pubblicate regolarmente
sulla rivista Kritická Příloha Revolver Revue (ha già superato
le dieci puntate), è diventata una delle voci più ascoltate
su quanto sta avvenendo in campo culturale in Russia negli
ultimi anni. Nonostante l'eccessiva sinteticità in rapporto
alla quantità di nomi citati (ma del resto l'autore già nella
prima pagina ammette che "nelle riflessioni sull'arte
contemporanea bisogna rassegnarsi quindi alla frammentarietà
e alla soggettività delle osservazioni", p. 5), nel testo
scorrono un po' tutti i protagonisti della vita letteraria
russa che conosciamo anche da altre pubblicazioni in italiano.
Sicuramente utile strumento per uno studente che vuole avere
una prima, sommaria, idea di quanto avvenuto in Russia negli
ultimi dieci anni.
L'iniziativa, anche nel suo dare un'opportunità
traduttoria agli studenti, merita senz'altro attenzione ed
è auspicabile che prosegua anche in futuro, anche se qualche
perplessità desta il fatto che si sia rinunciato a pubblicare
una rielaborazione delle conferenze con un apparato bibliografico
più corposo. In fin dei conti non si può negare che tra un
testo letto e uno stampato, pure come "lezione"
o "lettura", continui a passare una differenza notevole.
Del tutto inspiegabile è poi la scelta di non pubblicare il
testo originale "a fronte": la presenza dell'originale
ceco e russo alla fine di quello italiano è veramente un artificio
che non fa onore al progresso tecnico degli ultimi decenni.
Nonostante questi (peraltro facilmente correggibili) difetti,
la collana promette di rivelarsi un importante ponte attraverso
il quale anche il lettore italiano potrà avere un'idea più
precisa di quanto sta attualmente avvenendo, nel bene enel
male, nella critica letteraria ceca (e in futuro probabilmente
anche di altri paesi).
|