Scarica il Pdf
di tutte le recensioni di questo numero
 Non
può non saltare agli occhi quanto numerosi siano stati negli
ultimi venti anni i testi dedicati (e ben presto tradotti
in italiano) a un periodo della storia degli Asburgo che evidentemente
continua ad attirare l'interesse dei lettori (tanto per fare
un elenco in ordine sparso basti ricordare quelli di C.A.
Macartney, R.H. Kann, A. Sked, A.J.P. Taylor, A.J. May, A.
Wandruszka). La pubblicazione del libro di Bérenger sembra
quindi inserirsi da un lato in questa tendenza e dall'altro
nell'interessante politica editoriale del Mulino, l'unica
casa editrice italiana ad avere sottocollane dedicate alla
storia della Germania, dell'Austria e della Russia. Secondo
la quarta di copertina il libro dovrebbe per di più "riconnettersi"
idealmente all'ormai classico volume di R.J.W. Evans, Felix
Austria. L'ascesa della monarchia asburgica 1550-1700
(testo che peraltro risale all'ormai lontanissimo 1979). Si
spiega forse in questo modo la scelta editoriale di pubblicare
soltanto la seconda parte delle 800 pagine dell'edizione originale
del testo ( Historie de l'Empire des Habsbourg 1273-1918,
Paris 1990) e forse non è nemmeno del tutto assente l'esempio
dell'edizione inglese (uscita in due volumi negli anni 1994-1997).
Va subito detto però che la scelta
consapevole di affiancare il volume di Bérenger a quello di
Evans rappresenta un azzardo editoriale compiuto piuttosto
a sproposito. Se il testo di Evans resta ancora oggi il libro
che ogni storico che si occupa di Europa centrale vorrebbe
scrivere, questo non si può certo dire del libro di Bérenger,
che per certi versi invece rappresenta forse l'apice, ma allo
stesso tempo anche il simbolo, di un modo di fare storia oggi
messo profondamente in discussione. La storia di Bérenger
è infatti una storia molto classica, incentrata quasi esclusivamente
sulle vicende politiche e diplomatiche. E, anche se si tratta
di filoni di studi che continuano ad avere grande fortuna
(soprattutto in Italia), non si può negare che proprio il
confronto con il ben più articolato testo di Evans tradisca
tutte le debolezze di quest'approccio, che peraltro ben si
inserisce in quella certa passione del Mulino per testi tradizionali
e piuttosto "scolastici" che è emersa recentemente
anche con la pubblicazione dei due deludenti volumi di H.
Schilling dedicati alla Germania.
La Storia dell'impero asburgico
di Bérenger è un libro che ha comunque molti pregi (alcuni
dei quali a dire il vero erano più evidenti nella prima edizione
francese e riguardano più la parte non tradotta in italiano
del testo), primo fra tutti quello di essere davvero un solido
manuale scolastico di storia politica. Per certi aspetti anzi
si potrebbe dire che rappresenta il culmine di quella tendenza
al revisionismo delle verità intoccabili professate per buona
parte del Novecento dalle varie storiografie "nazionali"
(di derivazione più o meno ottocentesca) che si sono occupate
dell'area asburgica. Alla visione ristretta delle varie interpretazioni
statali del passato asburgico diffuse ormai da quasi due secoli
in Boemia, Austria e Ungheria, Bérenger oppone la rivalutazione
del ruolo degli Asburgo, a partire dalla guerra di successione
spagnola, nella creazione di quello stato cosmopolita che
poi diventerà alla fine dell'ottocento l'Austria-Ungheria
(varrà la pena en passant di ricordare che comunque
il Mito absburgico nella letteratura austriaca moderna
di C. Magris è del 1983).
Bérenger era stato il creatore dell'immagine
della diarchia tra sovrano e aristocrazia che tanta fortuna
ha poi avuto nel descrivere la struttura del potere nella
monarchia asburgica: rivalutando il ruolo delle famiglie aristocratiche,
degli Stände (i ceti, gli stati) e delle Diete provinciali
delle varie entità territoriali che gli Asburgo governavano,
lo storico francese era infatti implicitamente giunto a una
profonda revisione di che cosa è stato l'assolutismo asburgico
(etichetta che peraltro continua a regnare sovrana in tanti
manuali scolastici). Anche in questo libro l'autore conferma
la sua dettagliata conoscenza della situazione finanziaria
della monarchia e dei problemi delle province (varrà la pena
ricordare che a suo tempo era stato davvero illuminante il
suo pioneristico Finances et absolutisme autrichien dans
la seconde moitié du XVIIe siècle, Paris 1973). Vincente
si è rivelata da questo punto di vista anche la scelta di
scommettere sulla questione delle riforme, sempre imminenti
e sempre rimandate, per spiegare il nascere, il rafforzarsi
e il proliferare delle tendenze disgregatrici in seno alla
monarchia stessa. Si tratta quindi di un solido volume che
trae il meglio da quella visione politico-diplomatica della
storia che si rivelava ancora qualche decennio fa dominante
un po' in tutt'Europa.
Penalizzante invece si rivela l'impostazione
fin troppo tradizionale di un testo in cui la periodizzazione
è ancora scandita dal succedersi dei sovrani e in cui il racconto
delle vicende di politica estera e interna occupa più o meno
il 90 percento del volume. E non sempre la scelta di rivisitare
molte delle questioni che più hanno attirato gli storici negli
ultimi decenni (la politica di Maria Teresa e di Giuseppe
II, la questione dell'assolutismo prima e dell'illuminismo
poi, le rivoluzioni del 1848, il compromesso austro-ungherese
del 1867, la politica imperialistica e suicida di Francesco
Giuseppe) distruggendo l'immagine della monarchia asburgica
come "prigione dei popol" si rivela sufficiente
a garantire l'originalità del testo. Le molte ripetizioni
disturbano non poco la lettura del libro, nel quale sono sopravvissuti
alle varie revisioni e traduzioni alcuni errori marchiani
davvero sorprendenti: il più clamoroso è forse il passaggio
sulla "corrispondenza in ceco di Leopoldo I con il suo
amico, il conte di Czernin" (p. 79), che dovrebbe servire
a problematizzare il supposto atteggiamento penalizzante degli
Asburgo nei confronti delle culture nazionali, mentre potrebbe
al massimo essere un argomento contrario (la corrispondenza
è infatti in italiano e rappresenta uno dei migliori esempi
della diffusione capillare della nostra lingua alla corte
degli Asburgo; l'errore è provocato dal fatto che l'edizione
parziale della corrispondenza, opera dello storico ceco Z.
Kalista, è commentata in ceco).
Anche se poi si può magari anche essere d'accordo sul fatto che alla fine della guerra mondiale per la Monarchia asburgica non esistevano altre strade oltre alle quattro tratteggiate da Bérenger (conservazione dell'unità garantita dagli Asburgo, creazione di tanti piccoli stati cuscinetto, espansionismo tedesco e avanzata dell'imperialismo russo), e magari anche sul fatto che la prima delle soluzioni (ma solo alla luce di quanto successo nel Novecento) avrebbe potuto rallentare, e magari evitare (al limite solo nella nostra fantasia), il tragico succedersi delle altre possibilità, va comunque posta la questione se per la storia non sia definitivamente arrivato il momento di abbandonare il piano del giudizio e delle speranze più o meno utopistiche per dedicarsi a una ricostruzione storica diversa e molto più profonda dei processi in atto nelle società che descriviamo, perché è indubbio che nei secoli tratteggiati da Bérenger all'interno della monarchia asburgica è successo molto più di quanto l'autore vorrebbe farci credere.
|