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 Il bel libro della storica bulgara Maria Todorova (l'edizione
originale è del 1997) è senza dubbio un contributo importante
alla ricerca sui Balcani, cosa che è testimoniata anche dalla
meritata fortuna del saggio, tradotto nelle principali lingue
europee e in quelle dell'area europea sud-orientale.
La suddivisione tematica dei capitoli
permette al lettore, esperto e non, di seguire un filo conduttore
che ha inizio a partire dallo studio del nome stesso di "Balcani".
Già nell'introduzione, però, la Todorova avverte il lettore
della natura del percorso che intende seguire. Collocare i
Balcani all'interno della discussione intellettuale sull'orientalismo
(è qui esplicito il riferimento al saggio di Said), attraverso
la storia, la filosofia e la letteratura, permette di comprendere
come a lungo l'occidente abbia considerato il sud-est europeo
un'entità altra da sé, come se facesse parte di un mondo oscuro
(quello orientale). In questo contesto intellettuale di percezione
(anche sociologica) dell'altro, nasce in seno all'orientalismo
il feticcio epistemologico del "balcanismo". Feticcio,
appunto, poiché serve all'occidente civile, per esorcizzare
le proprie paure, relegandole e trasferendole nei Balcani.
Dopo aver analizzato il nome "Balcani" e studiato
la sua origine sin dall'antichità (l'Hemus latino), si passa
allo studio dell'autopercezione dei popoli balcanici che si
sono sempre visti attraverso la dicotomia cristianità-ortodossia
e in relazione all'importante elemento musulmano. Così facendo,
la Todorova arriva gradualmente al nucleo della problematica
affrontata. Le fonti con le quali si cerca di capire la nascita
del balcanismo e la sua cristallizzazione nel pensiero europeo,
sono rappresentate dai resoconti di viaggio di numerose personalità
del mondo politico, letterario, accademico, che dal Cinquecento
si sono recati nei Balcani con diversi intenti. Si notano
tra questi i viaggiatori e i diplomatici delle corti europee
in missione nell'Impero Ottomano. Se nel Cinque-Seicento si
attraversava la Turchia europea, senza prestare molta attenzione
alle diversità culturali delle popolazioni soggette alla Porta,
il momento di svolta può essere rintracciato nel XVIII secolo,
il secolo dell'Illuminismo. La svolta intellettuale nasce
intorno al concetto di civilizzazione, al quale è legata una
lunga tradizione storiografica connessa all'immagine del turco
dispotico e alla lotta contro l'infedele. La battaglia di
Lepanto del 1571 e il fallito assedio di Vienna del 1683 furono
episodi così rovinosi per la Porta, che fecero credere a più
riprese all'Occidente di potersi sbarazzare del problema turco.
Come mette in evidenza Wolff nel suo interessante saggio sull'invenzione
dell'Europa orientale, gli abitanti della Turchia in Europa
erano per gli occidentali qualcosa di indefinito. I resoconti
di viaggio parlavano solamente dell'aspetto fisico e dei problemi
abitativi di queste popolazioni, senza la benché minima volontà
di indagarne la storia "etnica". Quindi ciò che
dei Balcani era conosciuto, era la loro composizione non uniforme
e totalmente oscurata dall'elemento turco. Queste popolazioni,
considerate primitive, servirono da ago della bilancia per
legittimare l'alto grado di civilizzazione raggiunto dall'Europa
occidentale. Come spesso avviene nella cultura occidentale,
la nostra civilizzazione diventa quindi la
civilizzazione, non essere come noi significa quindi
non esistere. Seguendo quest'impostazione filosofica, che
si svilupperà per tutto l'Ottocento, e raggiungerà risultati
estremi nel Novecento, si comprende meglio come i Balcani
siano divenuti il Volksmuseum d'Europa. I Balcani
come luogo di "fuga dalla civiltà", "un reame
esotico e fantastico, dimora di leggende di fate e altre meraviglie",
diventano quindi l'altro. Loro sono oggi
quello che noi eravamo in passato; un museo degli
stadi dello sviluppo civile. Questa opposizione nata dalla
scoperta dell'altro all'interno di se stessi porta
a sradicare l'essenza storica del sud-est europeo, e a porlo
in una posizione di minorità. Ovviamente a condizionare la
nascita di questa opposizione è stato fin troppo spesso usato
il confronto con l'elemento islamico. Una valutazione storica
analitica, comunque, non può prescindere dall'identità più
o meno coesa che l'Impero Bizantino prima, e quello Ottomano
poi, dettero alla regione. L'altra immagine dei Balcani, quella
di un ponte o di un crocevia (e quindi di una terra di mezzo),
contribuì a togliere importanza alla regione. Nell'Ottocento
a questi stereotipi si aggiunse la politica espansionistica
della Russia zarista, in difesa dei propri fratelli slavi.
Quindi i Balcani assumono il significato di avamposto della
politica assolutista della Russia, luogo di un possibile rinvigorimento
dell'ortodossia. L'altro punto di svolta che Maria Todorova
rende evidente per l'immagine costruita dei Balcani è il Novecento
o meglio, due suoi momenti specifici. Lo scoppio delle guerre
balcaniche consentì agli intellettuali del tempo di considerare
definitivamente questa regione come luogo selvaggio, dimora
di popolazioni barbare e anarchiche. Ma il grande crimine,
il "marchio indelebile" in epoca contemporanea dei
Balcani avvenne con l'assassinio dell'Arciduca Ferdinando
a Sarajevo a opera di Gavrilo Princip. Quest'episodio, se
connesso all'handicap dell'eterogeneità etnica della regione,
offre il terreno adatto per comprendere perché negli anni
venti e trenta si sia così sviluppata l'immagine negativa
dei Balcani, legata a concetti dal significato fin troppo
chiaro (instabilità politica, arretratezza economica e perfino
razzismo). Qualcuno parla addirittura di "origini balcaniche"
a proposito del nazismo. Maria Todorova ci invita alla fine
del libro a riflettere più a fondo sui Balcani, attraverso
lo studio di alcuni esponenti dell'intelligencija accademica
della seconda metà del Novecento. Nell'affannosa ricerca di
un'Europa centrale, che si innesta all'interno della questione
sull'Europa orientale, i Balcani sono stati spesso ingombranti
e difficilmente collocabili. Ortodossia, cristianità, slavi
e islam sono aspetti che, convivendo all'interno della medesima
regione, hanno creato non pochi problemi ai classificatori
accademici.
Dopo aver letto il libro della Todorova,
non resta che augurarci, come fa la stessa storica bulgara,
che l'Europa sia in futuro capace di guardare ai Balcani come
guarda a se stessa. Leggere gli avvenimenti balcanici con
le lenti della politica, della sociologia e dell'economia,
come l'Occidente fa per se stesso. Questa regione che ha acquisito
indirettamente una propria essenza marginale e artificiale,
non è l'altro. È divenuta l'altro grazie
a ciò che nel corso dei decenni i cosiddetti esperti e osservatori
stranieri, contravvenendo alle leggi dell'essotopia bachtiniana,
hanno voluto trasmettere, dal loro tipo di interesse per il
sud-est europeo. In questo senso si comprende che l'identità
balcanica studiata non inerisce alla sua essenza, ma è in
gran parte dipesa da decisioni classificatorie esterne. Maria
Todorova ha finalmente offerto, a partire dalla dedica iniziale,
una visione finalmente equilibrata dei Balcani: "ai miei
genitori, dai quali ho imparato ad amare i Balcani senza provare
necessariamente orgoglio o vergogna per essi".
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