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La raccolta di saggi contenuti nel volume curato da Rita Tolomeo va a incrementare, quantitativamente nonché qualitativamente, gli studi dedicati alla storia dei Balcani e in particolare a uno degli stati più importanti della regione. La storia della Bulgaria in particolare ha ricevuto in Italia, nell'ultimo secolo, un'attenzione altalenante, legata per lo più alle contingenti situazioni politiche. Non c'è stato però un interessamento sistematico, com'è avvenuto nel caso di altri paesi dell'Europa orientale, come l'ex Unione sovietica, l'ex Cecoslovacchia, la Polonia. Considerata spesso come il limite geografico e anche culturale dell'Europa, la Bulgaria ha via via assunto la connotazione di una via di mezzo tra l'occidente e l'oriente. Il legame con la Russia zarista, e successivamente con l'Unione Sovietica, inoltre, sebbene giustificato da importanti aspetti della vita culturale, confessionale e politica, ha portato a un sostanziale occultamento della specificità nazionale del paese. Specificità che è ora accuratamente studiata, in molte delle sue sfaccettature, nel volume in questione, incentrato sulla sistemazione territoriale bulgara post-bellica, attuata in occasione dei Trattati di Pace di Versailles, e sui problemi che la Bulgaria si trovò ad affrontare in campo internazionale.
Il saggio introduttivo di Antonello
Biagini, L'Europa di Versailles e lo Stato bulgaro,
permette di far luce in modo chiaro e preciso su alcuni aspetti
politici e sociali della storia recente della Bulgaria, necessariamente
legati alla storia balcanica contemporanea e ai riflessi che
in questa regione ha avuto la sistemazione territoriale post-bellica.
Il saggio di Paolo Bertoia, Le relazioni tra la Germania
e la Bulgaria dal crollo del fronte macedone al Trattato di
Versailles (1918-1919), affronta con estrema chiarezza
i rapporti della Bulgaria con il suo principale alleato di
guerra, dedicando il giusto peso alle rivendicazioni territoriali
bulgare sulla regione della Dobrugia. Il contenzioso sulla
sistemazione geopolitica dei Balcani terminò infatti solo
quando il Reich tedesco ridefinì i propri rapporti diplomatici
con gli alleati della regione (la Bulgaria nel nostro caso)
alla luce delle acquisizioni territoriali tedesche dopo la
firma della pace di Brest Litovsk del 1918.
Il sistema nato a Versailles nel 1919
ha sancito sul piano diplomatico il principio dell'autodeterminazione
dei popoli, cioè la formazione di stati-nazione fondati sul
principio della comunità etnica. Il nuovo ordine politico
ha portato, specialmente nell'Europa orientale, a due conseguenze
importanti. Prima di tutto bisognava definire i confini degli
stati all'interno dei quali dovevano nascere le singole nazioni.
Se s'intende la nazione come unità linguistica e culturale,
realizzatasi storicamente, si comprendono immediatamente le
rivendicazioni bulgare sulla Macedonia, derivate dalla tradizione
degli antichi stati medievali. La difficoltà di conciliazione
tra i confini etnici e confini storici conduce poi direttamente
al secondo problema chiave: i confini etnico-linguistici,
questione di difficile definizione soprattutto a causa del
continuo intersecarsi e sovrapporsi di popolazioni diverse.
Anche questa problematica ha le sue radici quindi nel concetto
di nazione, che in Europa orientale si definisce soprattutto
come comunità etnico-culturale, sviluppando quindi ulteriormente
l'idea di un nazionalismo etnico, contrapposto al nazionalismo
civico dell'Europa occidentale. I nuovi stati-nazione, nati
alla fine della prima guerra mondiale, dovevano quindi per
forza di cose affrontare il problema delle minoranze etniche
interne, che in molti casi venivano discriminate e gli appartenenti
alle minoranze venivano ridotti a cittadini di seconda categoria.
Il malcontento delle minoranze si manifestava del resto anche
fuori dei confini stabiliti: è ad esempio questo il caso dei
macedoni della Jugoslavia che guardavano alla Bulgaria come
stato-nazione simbolo. Il problema dei confini etnici è affrontato
con cura dai saggi di Rita Tolomeo, Problemi etnici e
territoriali bulgari tra l'armistizio di Salonicco e la pace
di Neuilly, e di Giuliano Caroli, L'Italia e la definizione
del confine tra Grecia e Bulgaria (1919-1922). Sullo
sfondo della mai sopita idea di una Grande Bulgaria, negata
dal trattato di Berlino del giugno-luglio 1878 che rivedeva
le precedenti risoluzioni del trattato di Santo Stefano del
marzo 1878, il saggio di Paola Storchi, Alle origini del
colpo di stato del 19 maggio 1934: nascita e sviluppo del
circolo Zveno, illustra dettagliatamente la struttura
del circolo dagli evidenti tratti massonici che porterà poi
in Bulgaria alla soppressione del pluralismo e del sistema
costituzional-parlamentare. Anche in questo caso, ovviamente,
il riferimento alla questione territoriale, e in particolare
alla Macedonia, è uno dei presupposti di partenza fondamentali
di tutta l'analisi.
I due saggi che concludono il volume
affrontano due interessanti tematiche, che senza dubbio sono
una novità assoluta per il panorama di studi italiano. Il
saggio di Stoičo Grančarov, Il pensiero economico in Bulgaria
(1915-1944), abbraccia un arco di tempo molto ampio,
ma allo stesso tempo estremamente indicativo per indagare
il percorso teorico e pratico che ha compiuto il pensiero
economico bulgaro alle prese con due guerre mondiali e con
un periodo interbellico molto turbolento. Il saggio di Antonina
Kuzmanova, La storiografia bulgara e la politica estera
della Bulgaria dopo Versailles, va infine a colmare un
vuoto di studi (persino in Bulgaria) sul fondamentale tema
della presa di coscienza della questione nazionale da parte
della classe politica e accademica alla luce della disfatta
bellica.
In definitiva il volume sulla Bulgaria
a Versailles, frutto di una collaborazione accademica italo-bulgara,
dimostra tutta la sua importanza sia per i temi trattati,
che per il tentativo riuscito di infrangere tanti luoghi comuni
e rimettere in discussione le rigide categorie imposte a suo
tempo anche in campo storico dalla dottrina ufficiale del
partito unico. La raccolta di saggi, inoltre, ci fa essere
ottimisti sulla ripresa degli studi bulgaristici in Italia,
fino a oggi legati quasi esclusivamente ad analisi di tipo
linguistico-filologico. Se nel 2007 la Bulgaria entrerà effettivamente
a far parte dell'Unione Europea, credo che sarà davvero opportuno
contribuire con studi specifici a un'integrazione che non
sia solamente di tipo economico, ma anche culturale e di reciproco
scambio intellettuale.
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