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di tutte le recensioni di questo numero
 "La guerra... ha un significato riposto che mi
tormenta sempre. Sono cresciuta in mezzo a racconti di guerra.
La rivoluzione, la guerra civile, la seconda guerra mondiale...
Ma nei libri che ne parlavano ho sempre sentito la mancanza
di qualcosa di importante. Si trattava pur sempre della storia
dello Stato o delle idee generali, ma non dell'anima dell'uomo.
A interessarmi era ciò che le persone raccontavano della guerra
a casa propria e non nelle riunioni ufficiali e nelle celebrazioni
solenni... Voglio mettermi a cercare e a raccogliere non i
racconti degli eroi ma quelli della gente comune''.
In queste parole è racchiusa l'urgenza
esistenziale che muove la giornalista e scrittrice bielorussa
Svetlana Aleksievič alla ricerca di ``autentiche'' testimonianze
di guerra. Ragazzi di zinco è infatti un'opera che
riverbera l'esperienza della guerra sovietica in Afghanistan
attraverso una trama composta dalle voci dei suoi reduci.
I loro racconti danno vita a un coro da tragedia in cui l'autrice
dirige e amalgama la materia viva dei ricordi, modellandoli
nell'insieme unitario del libro. I protagonisti di questa
polifonia bellica sono in primo luogo gli afgancy,
quei soldati sovietici che la guerra, procedendo inesorabile
nella sua logica di privazione, ha mutilato ancora imberbi:
ragazzi a cui è stata sottratta l'esistenza, sono state sottratte
gambe o braccia, ma anche semplicemente normalità, speranza.
A comporre questo coro sono poi una serie di personaggi "marginali"
nell'economia eroica della guerra, le cui vite sono state
ugualmente stravolte da essa, così come quelle dei soldati.
Sono le infermiere, le volontarie, le mogli e soprattutto
le madri degli afgancy, che hanno visto tornare a
casa i propri figli in bare di zinco sigillate, unico segno
tangibile di una guerra nascosta per anni alla popolazione
sovietica, camuffata da operazione umanitaria grazie al supporto
di tutte le strategie di potere e controllo in mano alle istituzioni.
La bara di zinco diviene allora simbolo di tutta l'operazione
militare condotta in Afghanistan e più ancora del sistema
sovietico basato su una coercizione attuata attraverso la
menzogna e l'imposizione del silenzio. Il silenzio non a caso
è il nucleo tematico di un convengo organizzato dalla Aleksievič
a Minsk (ottobre 2002) dal titolo Intellektualy: soblazn molčanija.
Ragazzi di zinco costituisce
la parte finale di una trilogia "corale" dedicata
dall'autrice al tema della guerra. Il primo libro del trittico,
U vojny ne ženskoe lico [La guerra non ha un volto
femminile], collage di racconti di donne-soldato sovietiche
nella seconda guerra mondiale, viene portato a termine nel
1983 ma vede la luce due anni più tardi, quando la censura,
ammorbidita dal nuovo corso della perestrojka, ne permette
finalmente la pubblicazione, fino a quel momento impedita
dalle accuse di pacifismo rivolte dalle autorità alla giornalista.
Poslednie svideteli [Gli ultimi testimoni], pubblicato
insieme al primo libro nel 1985, continua a indagare i retroscena
della grande guerra patriottica, ma adotta come filtro sul
reale lo sguardo di chi all'epoca era bambino, perseverando
nella volontà di ritrarre una guerra meno clamorosa di quella
ufficiale, lontana da facili eroismi.
Nella ricerca continua di una dimensione
narrativa dimessa e quotidiana l'autrice ci presenta l'opera
"afghana" suddividendola secondo le tappe del percorso
evolutivo che ha portato alla stesura, quasi a volerci mostrare
la materia in divenire, dall'intuizione autoriale alla ricezione
del pubblico. Il libro si apre con alcuni appunti di lavoro
preliminari, che narrano quella necessità di comprensione
e conoscenza che porta la giornalista a interessarsi dell'Afghanistan
nel 1986, un momento in cui la guerra è ancora celata e semplicemente
giustificata come dovere internazionalista. Nel quadro frammentario
di questa introduzione (riflessioni personali, il racconto
della permanenza a Kabul - settembre 1988 -, brevi racconti
di guerra, estratti dei quotidiani del 1989, aforismi) la
Aleksievič rivela il proprio orizzonte etico come forte componente
intellettuale. Suffragata da Berdjaev, dal Vangelo, da Shakespeare
e Kafka, alle volte evocati con la banalità della citazione,
con una fretta onnivora per dare respiro universale alla propria
ricerca, la scrittrice espone con semplicità l'oggetto della
sua attenzione. È la storia dei sentimenti, ovvero la rivelazione
di quell'aspetto minuto della guerra, che porta alla demitizzazione
di un eroismo astratto: "siamo prigionieri dei miti...
La nostra è una società terrorizzata da ideali ed esempi eroici.
I nostri eroi sono freddi e irreali. Dobbiamo liberare la
vita vera da questa pelle artificiale che l'avvolge... Perché
resti solo la vita reale. Così che la si possa penetrare,
lì dove pulsa il dolore... dove è vivo il sentimento... e
vive la memoria".
Chiarito il suo compito la Aleksievič
torna nell'ombra e lascia spazio ai racconti, che vengono
suddivisi in tre giornate, rimando biblico al libro della
Genesi, fonte dichiarata di riflessione per l'autrice, che
sembra cercare nelle Sacre Scritture qualche risposta ai suoi
interrogativi sulla natura umana. L'incipit di ogni giornata
è segnato dalle conversazioni telefoniche della giornalista
con un afganec, chiamato "l'eroe principale",
che inizialmente attacca la sua interlocutrice e porta avanti
le ragioni di chi è andato in guerra solo per servire la patria
e obbedire agli ordini; tuttavia la conversazione procede
e nel contatto con la persona che ha svelato la brutalità
di quella guerra, la sofferenza dell'ex soldato esplode e
così la sua voglia di riscattarsi, di vivere, di dimenticare.
L'afganec è una sorta di alter ego della Aleksievič,
suo interlocutore ideale proprio perché rappresenta quella
consistente parte dell'opinione pubblica contraria a una operazione
di demistificazione come quella di Ragazzi di zinco.
Nell'incarnare lo stereotipo del soldato incattivito, che
ha compiuto il suo dovere e che riconosce la propria verità
solo nel sacco di cellophane in cui è contenuto il cadavere
del suo compagno, l'afganec diviene infatti portavoce
di quei soldati (vittime di un terribile inganno), a cui non
è rimasto altro che difendere la propria guerra e il martirio
per non soccombere all'orrore.
Un punto nevralgico e ricorrente in
questa narrazione corale e immediata dell'epopea afghana scaturisce
proprio dalla dinamica tra istituzioni e soldato, tra il potere
e la sua pedina, tra menzogna e verità: è unanime nelle voci
degli afgancy lo sconforto per un sacrificio compiuto
in nome di qualcosa che non esisteva, il dovere internazionalista
e la fratellanza col popolo afghano, per una guerra affrontata
senza la minima preparazione tecnica e in condizioni atroci.
La disillusione di molti ragazzi partiti sulla scorta di un
ingenuo romanticismo si reitera all'infinito e pone ognuno
di essi di fronte al lacerante conflitto tra il continuare
a "credere", più autentico precetto sovietico, e
la scoperta della verità che ha reso la formula socialista-internazionalista
un dogma ormai scarnificato, sclerotizzato nella sua immobilità
e astrattezza.
Ad aggregare questi relitti è poi
lo stesso sentimento di solitudine e isolamento rispetto a
una società e a un establishment che li ha sacrificati e poi
ignorati, che dopo aver elargito qualche medaglia ha liquidato
la "loro guerra" come errore politico. Quella guerra,
assoluta e prepotente come l'eroina, che non si può relegare
al passato perché si è impadronita di ogni spazio vitale:
"se è un errore politico, allora restituitemi le gambe",
dice un ex-tenente.
I punti di convergenza della maggior
parte dei racconti sono la scoperta dell'inganno, la narrazione
delle condizioni catastrofiche riservate dall'Unione sovietica
ai suoi martiri, la necessità di ricorrere alle droghe per
affrontare attacchi e spedizioni, l'umiliazione delle donne
volontarie ritenute semplice merce di scambio, in un più generale
processo di mercificazione che porta i più furbi a trasformare
l'esperienza afghana in un Eldorado di contrabbando. Al di
sopra di queste verità, che hanno il valore di considerazioni
politiche sulla natura stessa del regime sovietico più che
sulla guerra in sé e che presentano l'afganec soprattutto
come vittima di quel regime, l'immagine che si leva dai racconti
e che poi sedimenta come messaggio assoluto e universale è
quella di un'umanità annullata dalla guerra, che inferocisce,
che apprende il gusto di uccidere, che nella logica perpetua
della vendetta livella ogni differenza. In questa follia il
sangue degli animali si confonde con quello degli uomini,
la brutalità dei sovietici con quella degli afghani. Le vittime
si trasformano in carnefici, l'ingenuo diciottenne russo diviene
un assassino, così come il suo nemico. Oltre a svelare l'ipocrisia
sovietica perpetuata per dieci anni, le voci raccolte e filtrate
dalla Aleksievič mettono a nudo e vivisezionano il meccanismo
dell'odio, la perdita di umanità e dignità in guerra. I racconti
divengono un'analisi a occhio nudo delle trasformazioni di
un'umanità messa alle strette, tra vita e morte, vittoria
e sconfitta. Il punto di vista oscilla tra la posizione di
chi ha combattuto obbedendo senza poter pensare e quella di
chi invece si è sentito "a casa", poiché gli è stato
insegnato solo a riconoscere il nemico per combatterlo: "l'unica
esperienza morale di tutti noi era o la guerra o la rivoluzione,
non ce ne avevano insegnate altre". Tuttavia, la sconfitta
vera, quella del non aver avuto scelta, è il comune denominatore
di vittime e guerrafondai.
Prima di chiudere il libro (con l'inquietante racconto su una madre che vede il figlio trasformarsi in assassino una volta tornato a casa) la scrittrice riporta alcuni frammenti delle reazioni suscitate dalla pubblicazione dei primi brani del testo, conversazioni, telefonate, lettere. In tal modo continua a far vivere la sua opera, ricreando ancora una volta quella struttura polifonica che rappresenta l'elemento portante dei suoi reportage.
Con Ragazzi di zinco, basato
su materiale raccolto in giro per l'URSS e a Kabul dall'85
all'89, sparisce la distanza emotiva con il passato della
Otečestvennaja vojna ritratto in La guerra non
ha un volto femminile e in Gli ultimi testimoni.
I racconti sono quelli di una guerra ancora in atto, l'indagine
entra nel flusso della storia in divenire. Sicuramente anche
per questo motivo quando il libro esce in Russia nel 1991
le reazioni sono ancora più contrastanti ed esasperate di
quelle che avevano accompagnato l'uscita delle prime due opere.
Perché a differenza della guerra del 1941-'45}, che costituisce
uno degli episodi eroici fondanti della storia e della mitologia
culturale sovietica, tanto da far rimpiangere a molti ragazzi
di non avervi potuto partecipare (questo ce lo raccontano
proprio gli cinkovye mal'čiki), il fallimento di
una guerra durata dieci anni, ribattezzata il "Vietnam
russo", è evidente. Forse è per tutto questo - una ferita
ancora aperta e la verità troppo scomoda su un potere che
si è sbagliato, stremandosi, per dieci anni - che nel 1993
a Minsk Svetlana Aleksievič viene citata in giudizio per diffamazione
da alcuni degli intervistati. Il processo si chiude con una
sentenza parzialmente favorevole alla scrittrice, anche se
il solo fatto di ritrovarsi sul banco degli imputati svela
quella logica perversa, tutta kafkiana, che convive con una
verità così difficile: "chi siamo dunque? Come mai di
noi si può fare ciò che si vuole? Si può restituire a una
madre una bara di zinco, e poi indurla a sporgere querela
contro lo scrittore che ha raccontato di come lei non abbia
potuto neanche baciare un'ultima volta il proprio figlio,
e abbia dovuto piangerlo in mezzo alle erbacce, accarezzandone
la bara [...] da chi o da che cosa dovreste difendere i vostri
figli? Dalla verità?". Con la Aleksievič un altro tassello
va a comporre il lungo elenco dei processi letterari così
cari al regime, e sul caso Cinkovye mal'čiki un dossier
per la stampa è già pronto prima ancora che venga avviata
la fase istruttoria: "non sarei venuta in quest'aula
se non ci fossero state le madri, anche se so, d'altra parte,
che non sono loro a processarmi, ma il defunto regime [...]
Dietro le madri intravedo le spalline dei generali".
L'arringa della scrittrice fatta in aula durante l'ultima
udienza, che Rapetti riporta nella postfazione, è una dichiarazione
d'intenti e un manifesto letterario, che in poche righe chiarisce
- con la semplicità e la pregnanza proprie del suo pensiero
- l'approccio con cui l'autrice si accosta al suo soggetto.
La Aleksievič difende il proprio diritto di scrittrice a una
visione parziale e soggettiva del mondo, sostenendo un'arte
letteraria in cui "un documento non è un certificato
di leva o un biglietto del tram". Dalle sue parole emerge
l'idea di un libro che è sì documento, ma al tempo stesso
rielaborazione personale delle voci e degli echi di un'epoca,
di una materia viva e multiforme che appartiene a chi la racconta
e a chi la ascolta per raccontarla di nuovo. Nello sfondo
sociale in cui questi avvenimenti si compiono la scrittrice
coglie un'altra, "sua", verità: l'immutabilità dell'homo
post-sovieticus, che ha assistito al cambiamento di una realtà
ridenominata, rimanendo però fedele alla logica preesistente,
quella ambigua del campo socialista e della zona
come rappresentanti metonimici di tutta l'Urss. Il continuare
a chiedersi "di chi è la colpa" distoglie allora
da un problema più profondo, da quell'eterna questione dello
Čto delat'? che pone l'uomo di fronte a una scelta
esistenziale: ``sparare o non sparare, tacere o non tacere,
andarci o non andarci''. Svetlana Aleksievič però non ha fiducia
nelle possibilità di un contatto profondo col sé dell'individuo
post-sovietico, ammaestrato con le bandiere rosse a lottare
e a odiare, incapace di "vivere, semplicemente vivere".
L'unica cosa che in questo scenario disgregato rimane vitale, fertile, è la narrazione, che ricompone e rimanda, nella sua trama fitta di echi e memoria, l'immagine di un dolore imposto, dell'annichilimento dell'essere umano nella tragedia collettiva della guerra.
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