W. Kaminer
Russendisko
traduzione di R. Cravero, Ugo Guanda Editore, Parma 2004
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 295-297
E. Limonov
Diario di un fallito
traduzione di M. Sorina, Odradek Edizioni, Roma 2004
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 297-299
(Recensioni di Milly Berrone)
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“Nell’estate del 1990 a Mosca si sparse una voce. Dicevano che Honecker avesse aperto le frontiere agli ebrei provenienti dall’Unione Sovietica per compensare il fatto che la RDT non aveva mai partecipato agli indennizzi tedeschi a favore di Israele. Peraltro la propaganda ufficiale della Germania Est sosteneva che tutti gli ex nazisti vivevano nella Germania Ovest. A far circolare la notizia erano stati i numerosi commercianti all’ingrosso russi che facevano la spola ogni settimana tra Mosca e Berlino Ovest. E la voce si era diffusa in fretta: ben presto lo sapevano tutti (tranne Honecker, probabilmente)”. Presentata da Guanda con la partecipazione dell’autore alla recente Fiera del libro di Torino, così si apre la traduzione italiana, curata da Riccardo Cravero, della raccolta di racconti di Wladimir Kaminer, Russendisko, pubblicata in Germania ormai quattro anni fa.
Mai autore, titolo ed esordio potrebbero maggiormente trarre in inganno: fonetica evidentemente teutonica per una vicenda che sembra tuttavia iniziare a Mosca. E da Mosca, con novantasei rubli, una matrioska ed una bottiglia di vodka in tasca, parte infatti il giovane Vladimir. Destinazione una Berlino Est in cui il Muro è sul punto di crollare e dove inaspettatamente la sua origine ebraica non rappresenta più un problema, ma “il biglietto per il grande, vasto mondo, l’invito per un Nuovo Inizio”. E nell’Europa allargata e multiculturale, di cui la Berlino riunificata è indubbiamente il simbolo più convincente, Vladimir, giovane emigrato della quinta ondata, partito per Berlino “per vedere com’era e per farsi quattro risate” si trasformerà in Wladimir Kaminer, uno dei più promettenti giovani scrittori di lingua tedesca, per servirsi della definizione che in Germania gli viene generalmente affibbiata.
Russendisko – è evidente fin dal titolo – racconta in prima persona ed in forma autobiografica le vicissitudini dell’autore e di quanti come lui nei primi anni Novanta hanno lasciato l’ex Unione Sovietica per stabilirsi a Berlino: sono infatti note come Russendisko le serate di “disco russa” che Kaminer, insieme alla moglie e al dj Jurij Gurzhy, ha iniziato ad organizzare il 6 novembre del 1999 nei locali del centro sociale Tacheles nella ex Berlino Est con l’esplicativo sottotitolo – se mai ce ne fosse bisogno – di Tutti in pista per l’anniversario della grande Rivoluzione d’ottobre, e che ha in seguito trasferito nel più modaiolo Kaffee Burger.
Kaminer, diplomato a Mosca come tecnico del suono nonché studente dell’Istituto teatrale, non è infatti soltanto autore di romanzi e racconti, di cui Guanda nel 2003 ha tradotto anche Militärmusik (2001), ma ha anche partecipato a numerosi progetti teatrali ed è un collaboratore di Radio MultiKulti, significativo esempio di canale radiofonico dedicato alle numerose comunità berlinesi di immigrati. Sulle frequenze di Radio MultiKulti, da cui ha avuto modo di pubblicizzare la sua Russendisko, Kaminer tiene infatti una rubrica intitolata “Wladimirs Welt”, oltre a collaborare come giornalista free lance non solo, tra gli altri, con il noto quotidiano indipendente di sinistra Die Tageszeitung, ma anche con l’autorevole Frankfurter allgemeinen Zeitung e ad organizzare serate itineranti di lettura, che hanno tuttavia per base il solito Kaffee Burger, dedicate al tema della Ostalgie.
Credo siano sufficienti questi brevi cenni all’attività di Kaminer, ormai vera e propria “star” del panorama culturale berlinese, per comprendere come essa si muova disinvoltamente ed in modo del tutto consapevole tra il “basso” del costume e l’”alto” della letteratura in una felice miscela che si distingue per levità e spensieratezza. Se infatti le sue serate letterarie e la sua musica, un ironico mix di popolari motivi russi, italiani ed europei d’epoca sovietica e canzoni di propaganda del regime, ne costituiscono il versante apparentemente più effimero, con altrettanta leggerezza i racconti di Russendisko ne fanno un vero e proprio caso letterario.
Non c’è dunque da stupirsi del fatto che Heinz G. Konsalik, prolifico autore di best seller tedesco, rappresenti, come scrive lo stesso Kaminer sulle pagine del suo sito Internet (www.russendisko.de), uno dei suoi punti di riferimento. Utilizzando con grande sensibilità il linguaggio semplice ed essenziale del giornalismo, in quarantacinque anni Konsalik ha infatti pubblicato circa centoventicinque tra romanzi e racconti che, tradotti in numerose lingue, hanno avuto la capacità di raggiungere e conquistare il pubblico popolare, vendendo più di due miliardi di copie e permettendo al loro autore di arricchirsi a tal punto da poter acquistare la casa editrice che ne curava le pubblicazioni: da parte di Kaminer dunque un’esplicita rivendicazione di dignità per opere letterarie a larga diffusione e per la possibilità di ricavarne lauti compensi. Konsalik, nell’opinione di Kaminer, è tuttavia in primo luogo un umorista che, narrando sempre la medesima storia (l’affannosa e fatalmente insoddisfatta ricerca di un prigioniero di guerra tedesco dai forti impulsi masochistici, attraverso le steppe siberiane e fino in capo al mondo, del donnone sovietico, in uniforme e stivali di cuoio, di cui è innamorato), allude chiaramente alla comicità insita nella assurda tragedia che è la vita umana. Ed umoristi sarebbero anche Franz Kafka e, attraverso il prisma delle sue lezioni dedicate al romanzo Die Verwandlung, Vladimir Nabokov, “poiché un’esistenza tragica ed assurda – che sia vissuta sotto forma di farfalla o di qualcos’altro – con la certezza della morte al suo termine è comica”. E quanto per Kaminer l’esistenza umana sia semplicemente un tragico Witz, ce lo illustrano i gustosissimi racconti di Russendisko.
Nel rapido succedersi di cinquanta brevi frammenti che sembrano seguire i ritmi della Russendisko musicale, Kaminer riesce infatti a raccontare, senza tuttavia mai perdere di vista i suoi numerosi personaggi, le proprie – e le altrui – vicende di immigrato in una Berlino dove “nulla è come appare”. Se infatti il centro di accoglienza per immigrati in cui Vladimir ed il suo amico Miša trovano una prima sistemazione è stato un tempo un complesso ricreativo della Stasi, i primi tedeschi che i due ragazzotti incontrano sono in realtà vietnamiti ed essi stessi non sono affatto ebrei praticanti come vorrebbero i membri della Comunità ebraica di Berlino intenzionati a circonciderli, non meno stranianti e dunque umoristici sono i successivi episodi della avventurosa vita dei russi a Berlino. Dapprima la scoperta del misterioso fenomeno che Kaminer definisce mimetismo commerciale, constatando come non solo i gestori di una tavola calda turca siano in realtà bulgari che si fingono turchi per non turbare la clientela tedesca, ma rendendosi per di più conto del fatto che “la maggior parte dei sushi bar di Berlino appartengono ad ebrei che non vengono dal Giappone ma dall’America, che i cinesi della tavola calda di fronte a casa mia sono vietnamiti. L’indiano della Rykerstrasse è in realtà un orgoglioso tunisino di Cartagine. E il proprietario della Kneipe afroamericana che ostenta oggetti da vudù alle pareti è belga. Persino l’ultimo baluardo di autenticità, i vietnamiti che vendono le sigarette di contrabbando, sono solo un cliché diffuso dai telefilm. Eppure tutti fanno finta e ci marciano, anche se la polizia sa benissimo che i cosiddetti vietnamiti per la stragrande maggioranza vengono dall’interno della Mongolia”. Successivamente il voluto – e ben riuscito – equivoco in virtù del quale la Stalingrado cui è dedicato uno dei racconti più divertenti è in realtà il titolo del kolossal che Jean-Jacques Annaud sta girando nei pressi di Berlino ed in cui Chruščëv non è altri che il comico del film di Roger Rabbit e la popolazione civile è interpretata dai disoccupati russi.
La prospettiva straniante che lascia affiorare gli aspetti umoristici della realtà tedesca osservata con gli occhi di un russo si vena tuttavia di melanconia, quando all’inverso sono i tedeschi ad entrare in contatto con la realtà degli immigrati: il pregevole lavoro dello scultore Sergej N., una grande conchiglia di cemento con un buco al centro da cui fuoriescono dei raggi, si trasforma in una chiocciola su cui si arrampicano i bambini in un parco giochi cittadino, il ristorante con cui il lituano Vladimir spera di “varcare la soglia del ventunesimo secolo a cavallo del successo” si guadagna il soprannome di “bordello della mafia russa” e – forse unico episodio piuttosto convenzionale nella scoppiettante galleria di situazioni e personaggi creata da Kaminer – il professore di “Educazione della gioventù nella società socialista” costretto a riciclarsi come maestro in un asilo per i figli degli immigrati russi insieme al suo vicino di casa, archeologo in Unione Sovietica e sarto nella Berlino riunificata.
Il distacco, la fuga, il dolore, la memoria ed il rimpianto – temi cari a generazioni di emigrati russi – sono dunque stemperati in Russendisko in un umorismo assolutamente fresco ed originale, accompagnato da una lingua agile ed asciutta, di taglio giornalistico. L’abbandono della lingua russa in favore del tedesco, pur riconducendo inevitabilmente al caso Nabokov, si colloca d’altra parte in un contesto sociale e culturale del tutto differente: Kaminer frequenta soprattutto i suoi connazionali (che siano intellettuali, aspiranti imprenditori o disoccupati, poco importa), fa delle sue serate musicali un punto di aggregazione per i numerosissimi immigrati russi e non ha alcun interesse, come ammette al termine dei suoi racconti, per la cittadinanza tedesca, ma, in quanto autore migrante, sceglie di utilizzare la lingua del paese che lo ospita. Il tedesco che Kaminer ama, ed in certo qual modo nei suoi racconti rielabora, è tuttavia l’irrealistica lingua dei manuali di lingua sovietici (“Nel Tedesco dei tedeschi ritrovo un mondo parallelo, integro e rassicurante. Le persone che vi appaiono stanno tutte bene e conducono una vita piena e felice come non ne esiste in nessun altro libro: ‘Il compagno Petrov fa il contadino in un collettivo. È membro del Komsomol. Il compagno Petrov sta imparando il tedesco. È uno studente diligente. L’appartamento del compagno Petrov è al pianterreno. È un appartamento grande e luminoso. Ecco il compagno Petrov che studia tedesco. Un’attività faticosa ma interessante. Al mattino lui si alza alle sette in punto. A pranzo mangia sempre alla mensa comune’”), la cui lettura concilia il sonno e lo induce a sognare un’improbabile conversazione in tedesco, sotto un cielo sgombro di nubi e solcato dai fenicotteri che volano verso sud, tra lui, Karl Marx ed il compagno Petrov.
Siamo ad anni luce di distanza dallo stereotipo dell’emigrato russo perché siamo ad anni luce di distanza dalla realtà che lo aveva prodotto: al di là di tutti i rimandi letterari che può stimolare nel lettore (dal tradizionale umorismo ebraico, passando per la prosa di Sergej Dovlatov, per poi giungere al postmodernismo di Vladimir Sorokin o di Ingo Schulze), la prosa di Kaminer, convincente risposta all’invito di Calvino a sostenere le ragioni della leggerezza, non è altro che un brillante esempio di letteratura migrante e multiculturale.


Se, come sostiene Calvino, tanto nella letteratura quanto nella vita tutto quello che apprezziamo come leggero finisce invariabilmente per rivelare il proprio peso insostenibile, Il diario di un fallito di Eduard Limonov rappresenta il versante esattamente opposto alla levità di Kaminer. All’umorismo e alla melanconia di quest’ultimo corrispondono infatti la prosopopea e l’intenzionale teatralità di Limonov. Pur avendo vissuto e narrando nei propri testi la medesima esperienza di vita, l’emigrazione, non è possibile trovare due autori più distanti l’uno dall’altro, ma i tempi ed il contesto sono radicalmente mutati.
Le Edizioni Odradek presentano infatti, a più di venti anni dalla sua data di pubblicazione, la traduzione italiana, curata da Marina Sorina, di Diario di un fallito oppure. Un quaderno segreto, scritto dall’autore intorno al 1977 a New York e apparso in Francia nel 1982. Espressamente dedicato ai falliti e ai perdenti di tutto il mondo, questo testo, suddiviso in venti capitoli a loro volta composti di brevi frammenti lirici, racconta in forma di diario, in una sorta di poesia in prosa, come nota nella prefazione la traduttrice, un anno della vita di Limonov a New York.
Ex enfant terrible sovietico che al pari di Venička Erofeev non volle e non seppe mai adeguarsi, come nota Gian Piero Piretto (“La Russia “dentro e fuori l’Europa””, Mappe della letteratura europea e mediterranea; III. Da Gogol’ al postmodernismo, Mondadori, 2001, p. 49), nel 1974 Edička Limonov, pur non considerandosi un dissidente, abbandona l’Unione Sovietica in cerca di una maggiore libertà di espressione e, dopo aver soggiornato per qualche tempo a Vienna, a Roma e a Parigi, si trasferisce a New York. Se l’America tuttavia piace a gran parte degli emigrati russi, così non è per Limonov che, con la delusione e la rabbia di chi non riesce a trovare spazio nel tanto agognato paradiso delle libertà, nelle pagine del suo primo romanzo composto negli Stati Uniti (Sono io, Edička. Il poeta russo preferisce i grandi negri) si scaglia violentemente non solo contro il capitalismo ed il way of life americano, ma anche contro gli emigrati russi, soprattutto contro il premio Nobel Josif Brodskij, che, ricambiati, quel sistema lo hanno invece pienamente accettato. Terminato nel 1976, il romanzo, che non verrà mai pubblicato negli Stati Uniti e vedrà la luce soltanto nel 1980 in Francia, dove Limonov ritorna dopo aver lasciato New York, trova un anno dopo, nel 1977, il suo cotè intimo e privato proprio in Diario di un fallito.
Le vicende che vi sono narrate coinvolgono infatti – nota sempre la traduttrice nella sua prefazione alla traduzione – le stesse persone, lo stesso periodo, la stessa storia del precedente romanzo, ma su tutto domina, in una disperata e disperante solitudine, la voce del narratore, la voce di Edička che, abbandonandosi totalmente non solo alla confessione, ma anche ad un sommo autocompiacimento, tenta di costruire attraverso le pagine del suo diario, offerto impudicamente alla curiosità del pubblico, il mito negativo della propria esistenza, andando, come sottolinea Mauro Martini, ben oltre la semplice identificazione tra arte e vita (Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss, Mondadori, 2002, pp. 15-21). Abbandonato dalla moglie russa e ignorato dalle case editrici newyorkesi che non hanno alcuna intenzione di pubblicare il romanzo che ha appena terminato (si tratta ovviamente di Sono io, Edička), Eduard Veniaminovič, Edik, Ed’ka, Edička, E.L. o Edward che dir si voglia si barcamena tra mille impieghi precari, abbrutendosi in uno squallido albergo di periferia o facendosi mantenere dalla cameriera di un ricco americano, nella costante ricerca di avventure sessuali – ora reali, ora immaginarie – con donne, uomini, adolescenti e persino bambini, senza mai smettere di imprecare contro il sistema americano che trasforma i suoi cittadini in schiavi, per giunta idioti. La narrazione oscilla costantemente non solo tra il passato agreste e rurale, in ogni caso sereno, dei suoi ricordi d’infanzia e di gioventù, il presente della degradante avventura newyorkese ed un improbabile futuro di rivoluzioni e assalti al sistema americano, ma anche tra l’esibita e compiaciuta esaltazione di sé e l’intimistica contemplazione della natura in uno scadente romanticismo a tratti adolescenziale. Non è un caso infatti che la narrazione si concluda con il trasferimento di Edička nella casa di campagna del riccone di turno, dove, nella contemplazione del cielo aperto egli riesce finalmente a trovare tranquillità, pur continuando a sognare di disseminare violenza contro se stesso e contro la società che lo circonda: “Pallottola, sei bella. Pallottola, sei vendicativa. Pallottola, sei bollente. È bello sparare da una distanza ravvicinata nella pancia gonfia e moscia del Presidente degli Stati Uniti d’America, protetto solo da una camicia a quadri da contadino, riuscendo a prendere la mira tra due spalle larghe, nel caldo asfissiante di una fiera agricola dei farmers dello Iowa, nel paese del mais gigantesco e dei manzi capaci di schizzare un getto giallo che buca la terra. Correre verso i trattori nuovi di zecca, entrare nel padiglione tecnologico e sprangare la porta…E mentre quelli tentano di sfondare le porte e le finestre, alzarsi in piedi sul tetto e spararsi alla tempia una bollente pallottola. Addio!”.
Molto si è scritto su Eduard Limonov dentro e fuori la Russia, soprattutto da quando, al suo rientro nella ormai ex Unione Sovietica, l’estremista politico ha preso il posto dello scrittore, alleandosi dapprima con Žirinovskij, fondando successivamente il Partito Nazional-Bolscevico e scontando infine più di due anni di carcere per un’infondata accusa di traffico di armi, banda armata, terrorismo e attività sovversiva. Al di là di quanto scritto sul Limonov attivista politico, la migliore interpretazione, perlomeno in Italia, di Diario di un fallito è tuttavia quella di Mauro Martini che scorge nel protagonista di questo testo la descrizione dell’homo violentus “nella sua forma più pura, quella incarnata nell’emigrato dall’Unione Sovietica che guarda dall’esterno, e con una buona dose di rabbia, quel mondo occidentale da cui si sente irrimediabilmente escluso e che denuncia la voglia frustrata di integrazione invece di perpetuare l’immagine dell’intellettuale sempre pensoso delle sorti della madrepatria”. Esprimendo inoltre un’opinione più generale sulla attività del Limonov scrittore, Martini gli riconosce da un lato il pregio di essere sempre rimasto un uomo di letteratura fino al midollo, pur avendo sempre cercato di disonorare la letteratura stessa, mentre per altri versi si rende conto di come spesso ciò che egli scrive, pur essendo letterario al massimo grado, non riesca a conquistarsi una autentica dimensione artistica.
Non è facile – bisogna ammetterlo – nell’affrontare la prosa di Eduard Limonov riuscire non solo a distinguere il provocatore ed il delirante rivoluzionario dallo scrittore, ma anche superare l’irritazione provocata da una scrittura spesso immatura. Va tuttavia detto che la scelta delle Edizioni Odradek di presentare finalmente in una traduzione italiana, estremamente attenta e curata, il Diario di un fallito è indubbiamente lodevole. Non solo fino ad oggi in Italia era apparso unicamente un suo racconto, contenuto nell’antologia di Viktor Erofeev, I fiori del male russi, curata per la Voland da Marco Dinelli, oltre ad una traduzione dal francese (!) del romanzo Il poeta russo preferisce i grandi negri per Frassinelli, ma la possibilità di leggere in italiano questo testo di Limonov è senza dubbio estremamente utile per comprendere più a fondo tanto la letteratura dei decenni immediatamente precedenti il crollo dell’Unione sovietica, quanto i più recenti sviluppi del postmodernismo in terra di Russia. Va infatti riconosciuto a Limonov e alla sua opera il merito, indubbiamente condiviso, tra gli altri, con Venedikt Erofeev, di aver introdotto nella letteratura russa temi e procedimenti, non da ultimo il ricorso al lessico basso, che in questi ultimi anni ne sono diventati il tratto caratteristico, merito che tuttavia i diretti interessati, da Pelevin a Sorokin, da parte loro si guardano bene dall’ammettere.

 
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