Memorial, associazione
fondata alla fine degli anni Ottanta da noti studiosi e dissidenti
a Mosca. Scopo principale dell’associazione è fin dalle origini
custodire la memoria delle repressioni politiche che hanno
caratterizzato il recente passato della Russia. Oggi è una
unione di una decina di organizzazioni che operano in Russia,
in Kazakhstan, Lettonia, Georgia e Ucraina, svolgendo lavoro
di ricerca storica, di divulgazione e di difesa dei diritti
civili. Memorial ha creato musei, raccolte di documenti,biblioteche
specializzate. Per iniziativa di Memorial è stata posta la
pietra delle Solovki nella piazza della Lubjanka a Mosca e
sono stati eretti molti monumenti dedicati alle vittime delle
repressioni politiche in tutto il territorio dell’ex Unione
Sovietica. Per iniziativa di Memorial nel 1991 è stata approvata
la legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni
politiche. Inoltre l’organizzazione offre assistenza giuridica
e talvolta materiale agli ex carcerati e ai sopravvissuti
ai lager.
Memorial conduce ricerche sulla storia del gulag, dell’apparato
repressivo sovietico e sul movimento dissidente nell’epoca
chruščëviana e brežneviana. Con l’aiuto di gruppi di osservatori
nelle zone calde del territorio russo (negli ultimi tempi
in particolare nel Caucaso) Memorial raccoglie materiali,
verifica, analizza e pubblica dati sulle violazioni dei diritti
dell’uomo. A Memorial si devono decine di volumi, articoli,
trasmissioni radiofoniche e mostre dedicate sia alle tragedie
dei decenni passati, sia agli attuali tentativi di reintrodurre
una politica repressiva nel paese.
Nel 2004 è stata fondata Memorial Italia
(
www.memorial-italia.it)
***
Settant’anni fa, per decisione dei supremi organi del partito,
in URSS si scatenò l’ennesima sanguinosa “purga”, che durò
quasi due anni. Nella storiografia questa campagna è non di
rado denominata “Grande Terrore”; la gente invece la chiama
semplicemente “Il Trentasette”.
La dittatura comunista è sempre stata accompagnata da repressioni
politiche, sia prima, sia dopo il 1937. E tuttavia proprio
quell’anno nella memoria delle persone è diventato il sinistro
simbolo di quel sistema di uccisioni di massa organizzate
ed eseguite dal potere statale. Evidentemente ciò è accaduto
perché il Grande Terrore si distinse per alcune caratteristiche
straordinarie, che predeterminarono il suo posto particolare
nella storia e quell’enorme influenza che esercitò – e continua
a esercitare – sul destino della Russia.
Il Trentasette significò
dimensioni gigantesche delle repressioni,
che interessarono tutte le regioni e tutti gli strati della
società senza eccezione, dalla suprema dirigenza del paese
agli operai e ai contadini più lontani dalla politica. Durante
il biennio 1937-1938 furono arrestati più di 1,7 milioni di
persone con imputazioni politiche. Se poi si contano le vittime
delle deportazioni e gli “elementi socialmente dannosi” condannati,
il numero dei repressi supera i due milioni.
Significò incredibile
crudeltà delle condanne: più
di 700.000 arrestati furono giustiziati.
Significò
pianificazione senza precedenti delle “operazioni
speciali” del terrore. Tutta la campagna fu accuratamente
programmata in anticipo dalla suprema dirigenza politica dell’URSS
e si svolse sotto il suo costante controllo. Negli ordini
segreti dell’NKVD si definivano i tempi di svolgimento delle
singole operazioni, i gruppi e le categorie di cittadini soggetti
a repressione, e anche le “quote”: il numero degli arresti
e delle fucilazioni da eseguire in ogni regione. Qualsiasi
modifica, qualsiasi “iniziativa dal basso” doveva essere concordata
con Mosca e ottenerne l’approvazione.
Ma per la gran massa della popolazione, ignara del contenuto
di quegli ordini, la logica degli arresti sembrava enigmatica
e inspiegabile, contraria a ogni buon senso. Agli occhi dei
contemporanei il Grande Terrore appariva come una
gigantesca
lotteria. L’incomprensibilità quasi mistica di quanto
avveniva suscitava un terrore particolare e una grande incertezza
per il proprio destino in milioni di persone.
In particolare, le repressioni toccarono profondamente i rappresentanti
delle nuove élite sovietiche: politica, militare, economica.
L’eliminazione di persone i cui nomi erano noti a tutto il
paese (i giornali parlavano in primo luogo proprio di loro),
e della cui lealtà non c’era alcun motivo di dubitare, accresceva
il panico e aggravava la psicosi di massa. In seguito nacque
perfino il mito secondo il quale il Grande Terrore sarebbe
stato diretto esclusivamente contro i vecchi bolscevichi e
i vertici del partito e dello Stato. In realtà la stragrande
maggioranza degli arrestati e dei fucilati erano semplici
cittadini sovietici, non iscritti al partito e non appartenenti
ad alcuna élite.
Il Trentasette significò
una falsificazione delle incriminazioni
che non ha analoghi per vastità nella storia mondiale.
Nel 1937-1938 la possibilità dell’arresto era determinata
prevalentemente dall’appartenenza a qualche
categoria
di popolazione indicata in uno degli “ordini operativi” dell’NKVD,
o dai
legami – di lavoro, di parentela, di amicizia
– con persone già arrestate in precedenza. La formulazione
della “colpa” individuale era compito degli inquirenti. Perciò
centinaia e centinaia di migliaia di arrestati si videro muovere
le più inverosimili accuse: “complotto controrivoluzionario”,
“spionaggio”, “preparazione di attentati terroristici”, “sabotaggio”
e simili.
Il Trentasette significò
rinascita nel XX secolo delle
modalità del processo dell’Inquisizione medievale, con
tutti i suoi attributi tradizionali: la procedura paraprocessuale
in assenza dell’imputato (nella stragrande maggioranza dei
casi), la mancanza della difesa, l’unificazione di fatto,
nell’ambito di una sola istituzione, dei ruoli di inquirente,
accusatore, giudice e carnefice. Di nuovo, come ai tempi dell’Inquisizione,
prova fondamentale divenne la rituale “
confessione della
propria colpa” da parte dell’imputato stesso. Lo sforzo
di ottenere tale confessione, unito all’arbitrarietà e all’assurdità
delle accuse, portò al
ricorso massiccio alle torture;
nell’estate del 1937 le torture furono
autorizzate ufficialmente
e raccomandate come metodo di conduzione dell’istruttoria.
Il Trentasette significò
carattere straordinario del procedimento
penale a porte chiuse. Il
segreto avvolse l’esercizio
della “giustizia”, i poligoni delle fucilazioni e i luoghi
di sepoltura dei giustiziati furono circondati da impenetrabile
segretezza. Significò
menzogna ufficiale sistematica,
protratta per anni, sul destino dei fucilati: prima si parlò
di fantomatici “lager senza diritto alla corrispondenza”,
poi di morte per malattia, con data e luogo del decesso falsi.
Il Trentasette significò il vincolo della
responsabilità
collettiva con cui la leadership staliniana cercò di legare
tutto il popolo. Per tutto il paese si svolgevano assemblee
in cui la gente era indotta ad applaudire fragorosamente la
menzogna pubblica sui “nemici del popolo” smascherati e resi
inoffensivi. I figli erano costretti a rinnegare i genitori
arrestati, le mogli a ripudiare i mariti.
Significò milioni di famiglie distrutte. La sinistra sigla
“
ČSIR”, abbreviazione di “
člen sem’i izmennika
Rodiny”, “membro della famiglia di un traditore della
Patria”, di per sé implicò la condanna alla detenzione nei
lager speciali per ventimila vedove, i cui mariti erano stati
fucilati per decisione del Collegio Militare della Corte Suprema.
Significò migliaia di “orfani del Trentasette”, a cui fu rubata
l’infanzia e spezzata la giovinezza.
Significò definitiva
perdita di valore della vita umana
e della libertà. Significò culto dei metodi čekisti, idealizzazione
della violenza, venerazione dell’idolo dello Stato. Nella
coscienza popolare ci fu un completo spostamento di tutti
i concetti del diritto.
Infine il Trentasette significò una paradossale
combinazione
dell’orgia del terrore con una sfrenata campagna propagandistica
che esaltava la democrazia sovietica come la più perfetta
del mondo, la Costituzione sovietica come la più democratica
del mondo, le grandi realizzazioni e le imprese lavorative
del popolo sovietico. Proprio nel 1937 si formò definitivamente
un tratto caratteristico della società sovietica, il
pensiero
doppio, conseguenza dello sdoppiamento della realtà imposto
dalla propaganda alla coscienza sociale e individuale.
* * *
Ancora oggi, a distanza di settant’anni, negli stereotipi
della vita sociale e della politica statale della Russia e
degli altri paesi sorti sulle rovine dell’URSS si può chiaramente
distinguere l’influenza esiziale sia della catastrofe stessa
del 1937-1938, sia di tutto quel sistema di violenza statale,
di cui quegli anni sono diventati simbolo e quintessenza.
Quella catastrofe è entrata nel subconscio collettivo e individuale,
ha deformato la psicologia delle persone, ha acutizzato antichi
mali del nostro modo di pensare, ereditati ancora dall’Impero
russo, ha generato nuovi pericolosi complessi.
La sensazione della nullità della vita umana e della libertà
di fronte all’idolo del Potere è esperienza non superata del
Grande Terrore.
L’abitudine alla “giustizia governabile”, quando gli
organi che tutelano la legalità non sottomettono la loro attività
alla norma della legge, ma ai dettami della leadership, è
un’evidente eredità del Grande Terrore.
L’imitazione del processo democratico che va di pari
passo con lo svuotamento delle fondamentali istituzioni democratiche
e con l’aperto disprezzo dei diritti e delle libertà dell’uomo;
le violazioni della Costituzione accompagnate da giuramenti
di fedeltà incrollabile all’ordine costituzionale: questo
modello sociale è stato felicemente sperimentato per la prima
volta proprio nel periodo del Grande Terrore.
L’istintiva ostilità dell’attuale apparato burocratico
per l’attività sociale indipendente, gli incessanti tentativi
di sottoporre quest’ultima a un rigido controllo statale:
anche questo è un retaggio del Grande Terrore, quando il regime
bolscevico concluse definitivamente la sua lunga lotta con
la società civile. Prima del 1937 in URSS tutte le forme collettive
della vita sociale – culturale, scientifica, religiosa eccetera,
senza parlare di quella politica – erano già state annientate
o sostituite da imitazioni, simulacri; a questo punto si potevano
eliminare i singoli individui, sradicando contemporaneamente
dalla coscienza sociale i concetti di indipendenza, responsabilità
civile e solidarietà umana.
La rinascita nella politica russa contemporanea della vecchia
concezione dell’“accerchiamento nemico”, base ideologica
e supporto propagandistico del Grande Terrore, il sospetto
e l’ostilità verso tutto ciò che è straniero, la ricerca isterica
di “nemici” oltre frontiera e di una “quinta colonna” all’interno
del paese e altri cliché ideologici staliniani che hanno ripreso
vita nel nuovo contesto politico: tutto ciò testimonia di
un persistere del retaggio del Trentasette nella nostra vita
politica e sociale.
La facilità con cui nella nostra società sorgono e prosperano
il nazionalismo e la xenofobia è un’indubbia eredità
sia delle “operazioni etniche speciali” del 1937-1938, sia
delle deportazioni che negli anni della guerra sradicarono
interi popoli accusati di tradimento, sia della “lotta al
cosmopolitismo”, del “caso dei medici” e delle campagne propagandistiche
che li accompagnarono.
Il conformismo intellettuale, la paura di ogni “dissenso”,
la mancanza di abitudine al pensiero libero e indipendente,
l’arrendevolezza di fronte alla menzogna sono per molti aspetti
il risultato del Grande Terrore.
L’incontenibile
cinismo, altra faccia del pensiero
doppio, la morale dell’homo homini lupus dominante nei lager,
la perdita dei valori famigliari tradizionali: anche di queste
nostre sciagure siamo in gran parte debitori alla scuola del
Grande Terrore, alla scuola del GULAG.
Il disastroso isolamento delle persone, lo spirito gregario
che ha rimpiazzato il collettivismo, l’acuta mancanza di solidarietà
umana: tutto ciò è risultato delle repressioni, delle deportazioni,
dei trasferimenti forzati, è risultato del Grande Terrore,
il cui scopo era appunto l’atomizzazione della società, la
trasformazione del popolo in “popolazione”, in folla che si
lascia facilmente manipolare e dirigere.
* * *
Ovviamente oggi l’eredità del Grande Terrore non si concretizza
e difficilmente potrebbe concretizzarsi in arresti di massa:
viviamo in un’epoca completamente diversa. Ma questa eredità,
se non viene compresa e quindi superata dalla società, può
facilmente diventare uno “scheletro nell’armadio”, una maledizione
per la generazione attuale e per quelle future, manifestandosi
ora nella mania di grandezza dello Stato, ora nel ritorno
della vecchia fobia delle spie, ora in nuovi sussulti di politica
repressiva.
Che cosa bisogna fare per comprendere e superare l’esperienza
distruttiva del Trentasette?
Gli ultimi quindici anni hanno dimostrato che
è necessario
analizzare pubblicamente il terrore politico del periodo sovietico
dal punto di vista del diritto. Bisogna dare una chiara
valutazione giuridica della politica terroristica dei dirigenti
del paese di allora, e innanzitutto del primo ideologo e supremo
organizzatore del terrore, Iosif Stalin, e dei concreti delitti
da essi commessi. Solo tale valutazione può diventare punto
di partenza, pietra angolare di una coscienza giuridica e
storica, fondamento per il successivo lavoro sul passato.
In caso contrario l’atteggiamento della società verso gli
eventi dell’epoca del terrore oscillerà inevitabilmente a
seconda dei mutamenti della congiuntura politica, e lo spettro
dello stalinismo risorgerà periodicamente, ora facendo spuntare
monumenti al dittatore nelle vie delle nostre città, ora suscitando
recidive della pratica politica staliniana nella nostra vita.
Probabilmente per svolgere un’adeguata indagine bisognerebbe
creare un apposito organo giudiziario: è superfluo citare
i precedenti nella pratica giuridica mondiale.
Purtroppo, finora è evidente la tendenza opposta: nel 2005
la Duma di Stato della Federazione Russa ha eliminato dai
preamboli della Legge sulla riabilitazione del 1991 l’unico
accenno esistente nella legislazione russa al “danno morale”
causato alle vittime del terrore. Non c’è bisogno di dilungarsi
in una valutazione morale e politica di questo passo. Bisogna
semplicemente
reintrodurre le parole sul danno morale nel
testo della Legge. Bisogna farlo non solo in omaggio alla
memoria delle vittime, ma anche per rispetto di noi stessi.
Bisogna farlo anche per riparare l’offesa arrecata ad alcune
decine di migliaia di anziani superstiti del Gulag, e a centinaia
di migliaia di famigliari delle vittime del terrore.
Tuttavia la valutazione giuridica del terrore è un passo importante,
ma non sufficiente.
È necessario garantire condizioni favorevoli al proseguimento
e all’ampliamento del lavoro di ricerca sulla storia del terrore
di Stato in URSS. Per questo bisogna innanzitutto
eliminare
tutte
le limitazioni artificiali e immotivate
che
oggi ostacolano l’accesso ai materiali d’archivio legati alle
repressioni politiche.
Bisogna far sì che la conoscenza storica sull’epoca del terrore
diventi patrimonio comune: creare, finalmente,
manuali
di storia per le scuole e le università in cui al tema
delle repressioni politiche, e in particolare al Grande Terrore,
sia riservato un posto corrispondente al loro significato
storico. La storia del terrore sovietico deve diventare non
solo parte obbligatoria e significativa dei programmi scolastici,
ma anche oggetto di seri sforzi nel campo dell’istruzione
pubblica nel senso più ampio del termine.
I canali della
televisione pubblica devono trasmettere programmi divulgativi
e culturali dedicati a questo tema,
lo stato deve sostenere
i progetti editoriali che prevedono la pubblicazione di
testi scientifici, divulgativi e memorialistici dedicati all’epoca
del terrore.
Bisogna creare un
Museo nazionale della storia del terrore
di Stato, corrispondente per status e livello alle dimensioni
della tragedia, e farne il centro metodologico e scientifico
del lavoro museale su questo tema. La storia del terrore e
del Gulag deve essere rappresentata in tutti i
musei storici
ed etnografici del paese, come già avviene, ad esempio,
per un’altra immane tragedia storica, la Grande Guerra Patriottica.
Infine deve sorgere a Mosca un
Monumento nazionale alle
vittime, che sia eretto dallo Stato e a nome dello Stato.
Tale monumento ci viene promesso ormai da 45 anni; sarebbe
ora di mantenere la promessa. Ma non basta: bisogna che monumenti
alle vittime del terrore sorgano in tutto il paese. Purtroppo,
in molte città la perpetuazione della memoria delle vittime
non è finora andata oltre alle lapidi poste 15-18 anni fa.
Nel paese devono comparire
monumenti e lapidi commemorative
che contrassegnino i luoghi legati alle infrastrutture del
terrore: gli edifici superstiti delle carceri giudiziarie
e di transito, degli isolatori politici, delle direzioni dell’NKVD
e del Gulag, eccetera. Segni commemorativi, cartelli indicatori
e pannelli informativi devono essere collocati anche nei luoghi
dove sorgevano i grandi complessi di lager, nelle fabbriche
create grazie al lavoro dei detenuti, sulle strade che portano
alle rovine dei campi di lavoro correzionale.
Le strade e le piazze, così come i centri abitati, non devono
più portare i nomi degli uomini politici che organizzarono
il terrore e vi parteciparono attivamente.
La toponimia
non può più servire a eternare la memoria dei criminali.
È necessario un capillare programma statale di preparazione
e pubblicazione di
Libri della memoria dedicati alle vittime
delle repressioni politiche. Oggi tali Libri della memoria
sono pubblicati solo in alcune regioni della Russia. Secondo
calcoli approssimativi, la totalità degli elenchi che compaiono
in questi libri abbraccia a tutt’oggi non più del 20% del
numero totale delle persone sottoposte a repressioni politiche.
È urgente elaborare e realizzare un
programma nazionale
o addirittura internazionale
di ricerca e memorializzazione
dei luoghi di sepoltura delle vittime del terrore. Si
tratta di un problema non tanto culturale e scientifico, quanto
morale. Nel territorio dell’ex URSS ci sono molte centinaia
di fosse comuni dove i fucilati erano sepolti in segreto,
migliaia di cimiteri di lager e insediamenti speciali: alcuni
sono distrutti o semidistrutti, di alcuni sono rimaste solo
delle tracce, mentre di migliaia di cimiteri non rimangono
neppure queste.
Tutto ciò permetterebbe di ristabilire la memoria di una delle
più grandi catastrofi del XX secolo e contribuirebbe a renderci
stabilmente immuni dagli stereotipi totalitari.
Quanto detto sopra si riferisce in primo luogo alla Russia,
erede legittima dell’URSS, la più grande delle repubbliche
ex sovietiche, il paese nella cui capitale si elaboravano
e scatenavano le campagne terroristiche e si dirigevano i
meccanismi del terrore, il paese sul cui territorio si trovava
la parte fondamentale dell’impero del GULAG.
Tuttavia, moltissimo di quanto si deve fare andrà fatto in
tutto lo spazio dell’ex URSS, preferibilmente grazie agli
sforzi congiunti dei nostri paesi. Oggi negli stati post-sovietici
la storia del terrore è intesa e trattata in modo diverso.
Ciò è naturale. Ma è di fondamentale importanza che da questa
diversità nasca un dialogo. Il dialogo fra le diverse memorie
nazionali è un elemento importante e necessario della riflessione
sulla verità storica; il guaio è quando esso degenera in sterile
polemica, nel tentativo di scrollarsi di dosso la responsabilità
storica (e quindi civile) per scaricarla sull’”altro”. Purtroppo
molto spesso proprio la storia del terrore sovietico diventa
pretesto per regolare conti politici contingenti fra gli stati,
e invece di lavorare insieme onestamente sul passato comune
si presentano elenchi di offese reciproche, conti e rivendicazioni.
Perciò un articolato
programma globale dedicato all’esperienza
tragica del passato deve essere, probabilmente,
internazionale
e interstatale. Ciò riguarda sia le ricerche storiche,
sia l’edizione dei Libri della memoria, sia la memorializzazione
dei luoghi di sepoltura e molto altro, forse perfino la preparazione
dei manuali scolastici. La memoria del terrore è memoria comune
dei nostri popoli. Questa memoria non ci separa, ma ci unisce:
anche perché essa non ci parla soltanto dei crimini, ma anche
della comune resistenza alla macchina degli omicidi, della
solidarietà internazionale e dell’aiuto reciproco fra le persone.
* * *
Naturalmente, la memoria del passato non si plasma con Decreti
e direttive dei governi. I destini della memoria storica si
possono definire solo attraverso una vasta discussione sociale.
Con il passar del tempo, diventa sempre più evidente quanto
tale discussione sia indispensabile e urgente.
Di riflettere sul Grande Terrore e, più in generale, su tutta
l’esperienza della storia sovietica, non hanno bisogno solo
la Russia e i paesi che facevano parte dell’URSS o del “campo
socialista”. Di tale riflessione hanno bisogno tutti i paesi
e i popoli, tutta l’umanità, perché gli eventi del Grande
Terrore hanno impresso il loro marchio non solo sulla storia
sovietica, ma sull’intera storia mondiale.
Il Gulag, la
Kolyma, il Trentasette sono simboli del XX secolo come Auschwitz
e Hiroshima. Escono dai confini del destino storico dell’URSS
o della Russia e diventano testimonianza della fragilità e
precarietà della civiltà umana, della relatività delle conquiste
del progresso, ci rammentano la possibilità di nuove catastrofiche
ricadute nella barbarie. Perciò anche la discussione sul Grande
Terrore deve uscire dai limiti delle problematiche nazionali;
come alcune delle tragedie storiche nominate sopra, deve essere
oggetto di riflessione per tutta l’umanità. Ma ovviamente
il compito di promuovere questa discussione spetta innanzitutto
alla società dei paesi che facevano parte dell’URSS, in primo
luogo la Russia.
Purtroppo, proprio in Russia la società, che alla fine degli
anni Ottanta sembrava disposta a cercare e accogliere la verità
sulla propria storia, negli anni Novanta è diventata indifferente,
apatica e restia a “rovistare nel passato”. E non mancano
le forze direttamente interessate a soffocare la discussione
su questi temi. Sia nella coscienza collettiva, sia nella
politica dello Stato si rafforzano tendenze che non favoriscono
affatto un discorso libero e diretto sulla nostra storia recente.
Queste tendenze hanno trovato espressione nella concezione
ufficiale, seppur non sempre formulata nettamente, che vede
nella storia patria esclusivamente “il nostro glorioso passato”.
Ci dicono che attualizzare la memoria dei crimini commessi
dallo Stato nel passato ostacola il consolidamento nazionale
(o, per esprimerci con la lingua dell’epoca totalitaria, “mina
l’unità morale e politica del popolo sovietico”).
Ci dicono che questa memoria danneggia il processo di rinascita
nazionale.
Ci dicono che dobbiamo ricordare, in primo luogo, le eroiche
conquiste e le imprese del popolo in nome dell’eterna, grande
Potenza.
Ci dicono che il popolo non vuole altra memoria, la rifiuta.
E in effetti per una parte consistente dei nostri concittadini
è più facile accettare comodi miti rassicuranti, piuttosto
che guardare lucidamente la propria tragica storia e comprenderla
in nome del futuro. E si capisce perché: un’onesta riflessione
sul passato carica sulle spalle delle generazioni di oggi
l’enorme peso della responsabilità storica e civile, a cui
non sono avvezze. Ma siamo certi che
se non ci assumeremo
questa responsabilità davvero pesantissima per il passato,
non potremo conoscere nessun consolidamento nazionale e nessuna
rinascita.
Alla vigilia di uno dei più terribili anniversari della nostra
storia comune “Memorial” invita tutti quelli che hanno a cuore
il futuro dei nostri paesi e dei nostri popoli a fissare lo
sguardo nel passato e a cercare di comprenderne la lezione.
Associazione internazionale “Memorial”
(
traduzione di Emanuela Guercetti)