"Mauro Martini. Addio a un grande conoscitore della Russia. Il Foglio gli deve molto", Il Foglio, Martedì 9 agosto 2005, p. 1
 
Ce lo ricordiamo come un collaboratore di quelli che puoi fare a meno di chiamare. In barba al gergo smunto delle redazioni vuole essere un complimento e qualcosa di più. Non solo perché era lui a farsi sentire, quando vedeva muoversi qualcosa di nuovo e importante, e spesso ancora impercettibile, sull’orizzonte sterminato della Russia, della Polonia o di tutto il mondo postsovietico. Il senso è soprattutto un altro. Mauro Martini, oltre che uno fra i migliori conoscitori italiani del mondo slavo, è stato un raro esempio di giornalista e studioso per nulla geloso del proprio sapere. E’ stato uno di quei rari intellettuali che amano condividere, e perciò diventano maestri, che non disdegnava la pazienza di spiegare uno scenario, di valutare insieme una notizia. Ce lo ricordiamo, alla redazione esteri, quando i suoi impegni accademici gli impedivano di scrivere un articolo urgente, e lui paziente al telefono illustrava i fatti e l’interpretazione, mettendo altri in condizione di scriverne direttamente, e con cognizione. O quando invece inviava il pezzo in anticipo e aggiungeva senza civetteria, ma per il gusto del lavoro ben fatto: “Questo è ciò che dovrebbe accadere in giornata sulle agenzie, io l’ho già scritto, voi controllate”. Non ci ricordiamo che si sia mai sbagliato.
Mauro Martini era arrivato fra i collaboratori del Foglio forse non il primo giorno, comunque tra i primi. Era la metà degli anni 90, mentre in Italia si attorcigliava la coda della stagione giacobina. In Russia erano gli anni indecifrabili dei torbidi di Eltsin e delle parabole degli oligarchi. Allestire una piccola redazione di giornalisti-analisti, che dipanassero la matassa e la sapessero raccontare a un pubblico non distratto era una sfida non piccola per la tradizione un po’ provinciale del giornalismo italiano. Con la sua autorevolezza pacata, con il bagaglio di grande conoscitore non solo dei meandri cremliniani ma anche della cultura e della letteratura russe, Martini diede un contributo di stile giornalistico e di capacità interpretativa unici.

Realismo disincantato
Veniva da un percorso personale fatto anche di appassionato impegno. Negli anni 80 era stato tra i fondatori del trimestrale dedicato al Dissenso l’Ottavo Giorno. E la passione con cui sostenne l’esperienza di Solidarnosc è andata al di là di un puro impegno politico. Ci ha aiutato a capire, con realismo un po’ disincantato e certo mai manicheo, la Russia di Eltsin e quella di Putin, le persistenze della sua anima slava, l’unitarietà del suo mai sopito disegno imperiale, dal Caucaso al medio oriente. Realista, ma non cinico – bastino le sue critiche a Putin sulla Cecenia – ha contribuito a imporre, crediamo non solo in questo giornale, ma anche nelle tante testate con cui ha collaborato – un modo serio e mai banale di osservare e spiegare la politica estera. Non solo quella russa. Del suo ultimo saggio, “L’Utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss” il Foglio ha scritto l’8 luglio scorso.
Mauro Martini, 49 anni, insegnava Letteraura russa a Trento ed era eccellente conoscitore di quelle polacca e ceca. Saggista, traduttore e recensore è morto ieri per una malattia alla quale, forse, non si è mai rassegnato. Scrivere che è stato un maestro, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di una consuetudine di lavoro e di un affetto sincero e a un tempo ironico, è la pura verità. Così come dire che oggi salutiamo un amico.



 
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