La piccola posta di Adriano Sofri, Il Foglio, Martedì 9 agosto 2005, p. 2
 
In un’altra pagina avete letto oggi che Mauro Martini è morto. Era nato nel 1956. Io ne scrivo senza la preparazione sufficiente a spiegare la forza e l’originalità del suo pensiero. Gli sono stato amico, ma anche questo non mi basta a ricordarlo ad altri. Era appartato e magari scontroso, riservato e quasi segreto. Però posso dire la cosa più importante, per me e per altri che, come e più di me, gli sono stati amici: gli volevamo molto bene. Oggi mi auguro che abbia saputo quanto. Lo conobbi vent’anni fa, che non è tanto, per la mia vita e il modo in cui è andata. Fumava il toscano, era abbastanza laconico, salvo che lo si consultasse su questioni slave, di cui sapeva tutto, e su altre questioni, di cui sapeva moltissimo. Aveva una leggera balbuzie, o piuttosto se ne serviva per la distanza che voleva mettere fra sé e l’interlocutore, anche in televisione: l’avrete visto almeno qualche volta a Otto e mezzo, con il cranio completamente rasato, come un galeotto russo. Ci fu un periodo in cui era pieno di capelli e barba, come un monaco russo. Aveva una malinconia e una voglia di scomparire, ogni tanto. Era veneziano, ed era così attaccato a Venezia, pur vivendoci poco, che si sentiva dovunque un po’ in esilio, e usava però Venezia per un suo cosmopolitismo e un suo poliglottismo naturale e generoso. Amando Venezia, si sentiva di casa a San Pietroburgo. Era diventato professore, a Trento, di lingua e letteratura russa, tardi, nel 1997, perché il cosiddetto mondo accademico lo aveva in sospetto, perché veniva dal giornalismo, anzi dal giornalismo militante – benché militasse nel modo più solitario e indipendente e spregiudicato. Se avessero saputo! Prima di trovare nel giornalismo l’accoglienza che meritava, andava avanti e indietro in Urss come interprete e guida per l’Italturist, e allora dovette conquistare quella intimità, oltre che con la lingua, coi paesaggi, che già illuminava il suo libro del 1987, “Le mura del Cremlino”. Un’altra buona ragione di diffidenza accademica era la sua inafferrabilità di studioso. Dice un altro dei suoi migliori amici, Attilio Scarpellini, di non aver conosciuto nessuno che trattasse con altrettanta confidenza la prosa di Puškin e gli svolgimenti della rivoluzione arancione in Ucraina. Prima della Russia, Mauro aveva frequentato la Polonia, e anzi la sua tesi di laurea – che poi non si presentò a discutere, perché gliene era passata la voglia – riguardava il Partito comunista polacco prima dello scioglimento, nel 1938, e allora simpatizzò per un libertarismo luxemburghista, e diventò amico fraterno di Adam Michnik e degli altri che allora riempivano le galere polacche, e di Michnik tradusse l’“Etica della resistenza”, e cominciò allora, molti anni prima di Solidarnosc, a portare di qua e di là i messaggi scritti o, quando fosse troppo rischioso, i messaggi verbali dell’opposizione, e non smise fino alla libertà riconquistata. Wlodek Goldkorn, un altro degli amici stretti di Mauro, lo conobbe anzi attraverso i polacchi, prima di introdurlo in Italia nei giornali, a Mondoperaio, e specialmente alle pagine estere e culturali dell’Espresso. Wlodek racconta la storia del ciclostile. Fu il primo ciclostile mai arrivato nelle mani dell’opposizione al regime polacco. Aveva aspettato per mesi in una casa di Vienna, senza che si trovasse un modo di trasportarlo: smontarlo e portare i pezzi separati? E chi l’avrebbe saputo rimontare? Un giorno Mauro si presentò dalla signora viennese che aveva in consegna il ciclostile, lo ritirò e lo portò a destinazione. Al ritorno, gli chiesero che sistema avesse escogitato. Rispose che l’aveva messo nello zaino, si era messo lo zaino sulle spalle, aveva preso il treno, ed era sceso a Varsavia.
Non basterebbe tutto questo numero a elencare i suoi articoli di politica, di costume, le recensioni letterarie e teatrali, le prefazioni, e specialmente le traduzioni di scrittori classici o nuovissimi. Aveva capito precocemente che la vecchia Russia durava sotto la pelle rivoluzionaria dell’Urss. Così il Berdjaev da lui citato: “Provate a superare i paludamenti superficiali della Russia rivoluzionaria per andare nel profondo: vi ritroverete la vecchia Russia e i vecchi volti del tempo”. Aveva capito anche che l’Europa non può definirsi se non in relazione alla Russia, e che la Russia, sebbene non sia Europa, può almeno essere occidente. E che all’Europa spettasse di sollecitarla a questo. Nel suo ultimo, bellissimo volume – “L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss”, Einaudi: lo citai frettolosamente qui giorni fa, appena uscito, perché sapevo che a Mauro non restava molto tempo – la speranza nel futuro della Russia sembra affievolita fino a spegnersi. La lezione di Mauro, dice Wlodek, era che la Russia ha uno spazio troppo sterminato e un tempo troppo lento. E la brutalità chirurgica del bolscevismo non aveva tanto a che fare con l’ideologia quanto con la pretesa impossibile di soggiogare la Russia al tempo e allo spazio europei. Mi sono ricordato delle lunghe discussioni con Mauro, al tempo del supplemento “Fine secolo”, su Oblomov, che era una delle sue letture predilette. Prediletti da lui furono Dostoevskij e Turgenev, e l’intuizione dell’uomo superfluo, cui forse aderì nel suo animo, e Majakovskij, cui dedicò un saggio bellissimo, sulla resurrezione, per Nuovi Argomenti, e Pasternak e Bulgakov, e il Milosz de “La mia Europa”, e lo stesso Solzenitsyn. Di Bulgakov, venerato, tradusse i racconti, e specialmente “Morfina”, e gli dedicò un ampio capitolo di “Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss”, Bruno Mondadori, 2002. A Pasternak tornò in un penetrante volume per le edizioni Metauro di Pesaro, 2003, “Mauro Martini legge il dottor Živago di Boris Pasternak”, nel quale raccomanda di leggere i versi in appendice al romanzo come decisivi, invece di trascurarli o tralasciarli del tutto, come si fa. Mauro è stato anche traduttore e curatore di poeti, polacchi come Brandys, russi come l’amatissimo Brodskij – accanto al quale sarà ora sepolto, a San Michele a Venezia: traduttore così sapiente e delicato che mi chiedo se scrivesse poesie lui stesso, in qualcuna delle sue esistenze segretate. Gli scrittori della Russia contemporanea, oggi tanto apprezzati e tradotti, non sarebbero nemmeno menzionati nei nostri cataloghi senza l’intelligenza fine e sicura con la quale Mauro li ha riscattati al pregiudizio sull’inaridimento della letteratura russa con la fine del dissenso.
Nell’ospedale fiorentino in cui il cancro l’ha portato via nel giro di un mese, Mauro aveva accolto con entusiasmo l’invito di un altro dei suoi amici più cari, Francesco Cataluccio, a misurarsi con una nuova traduzione della “Leggenda del Grande Inquisitore”. L’avrebbe consegnata in autunno.



 
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