"La scomparsa di Martini", di Cesare G. De Michelis, La Repubblica, Mercoledì 10 agosto 2005, p. 37
 
La generazione della slavistica italiana alla quale apparteneva Mauro Martini, scomparso non ancora cinquantenne l’altro giorno a Firenze (ha chiesto di essere seppellito a Venezia, vicino a Josif Brodskij ndr), si è fatta valere da una decina d’anni a questa parte, ed è chiamata a sostituire quella cui appartiene chi scrive queste righe. Martini, che non potrà dunque portare a compimento il suo mandato culturale, occupava in essa una posizione molto particolare.
Formatosi alla scuola fiorentina da cui si era distaccato molto presto, si è fatto conoscere come brillante e colto giornalista impegnato a documentare e interpretare la crisi che ha investito l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Est europeo negli anni in cui aveva appena raggiunto la maturità: Martini ha concentrato la sua passione di studioso sul nodo politico-culturale che la frattura epocale di cui era testimone gli poneva di fronte.
Pur essendosi formato come polonista, e pur avendo offerto pregevoli contributi in ambito russo-ottocentesco, ha dato il meglio di sé in tre volumi, apparsi nel corso dell’ultimo decennio, incentrati sul declino della cultura russo-sovietica e la difficile ma impetuosa formazione d’una cultura e d’una letteratura russa post-sovietica. E come la frattura degli anni 1989-1991 è stata non meno profonda di quella degli anni 1917-1921, così gli statuti stessi dell’operare intellettuale e letterario, secondo Martini, si stavano radicalmente rifondando.
Mi è capitato di aver fatto parte della Commissione che fece del brillante giornalista il “Professor Martini”, docente di Letteratura russa all’Università di Trento; so bene che una delle sue ultime fatiche, l’antologia della nuovissima poesia russa, non è andata esente da critiche: ma rimango convinto dell’importanza che riveste il contributo che ha dato alla slavistica italiana degli ultimi anni.



 
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