"Majakovskij innamorato L'effimera Urss contro la Russia eterna. L'eredità di Mauro Martini, grande studioso e nostro collaboratore ", Wlodek Goldkorn, l'Espresso, 25 agosto (LI), 33, 2005 p. 114
 
Mauro Martini era un uomo libero e coraggioso. Insegnava letteratura russa all'Università di Trento, scriveva libri e saggi estremamente dotti, colti e raffinati in cui schiudeva vie di ricerca nuove e che il mondo accademico non osava ripercorrere. Nello stesso tempo contribuiva con i suoi articoli, anzi - è il caso di dirlo - i suoi 'pezzi', ai giornali, primo fra i quali 'L'espresso'. Nato a Venezia, è morto l'8 agosto a Firenze: aveva 49 anni, e un grande futuro avanti.
In questo futuro c'era un libro su Majakovskij, non come poeta politico, brutale e iconoclasta portabandiera del bolscevismo (così lo vuole la leggenda e la tradizione) ma, al contrario, come un grande e tenero bardo d'amore. E c'era l'idea di un saggio per spiegare come Lev Trockij non fosse un vero bolscevico, ma un socialista radicale. Radicale perché innamorato della letteratura, e soprattutto perché Trockij, secondo Martini, interpretava e analizzava la società russa non tanto con categorie marxiste, quanto da critico letterario. Così anche per Mauro era la letteratura (e le arti) la chiave per comprendere la vita e la società. Ed è questa la più importante lezione ed eredità che lascia uno studioso fuori da ogni schema. Martini da vero intellettuale radicale (come Hannah Arendt, è il primo paragone che viene in mente) mescolava i generi, e si rifiutava di seguire le gerarchie del sapere. Oltrepassava con leggerezza i confini tra il mondo accademico e quello giornalistico, anzi, non si accorgeva di questi confini. Da un corso con gli studenti veniva fuori un pezzo per 'L'espresso', da un articolo nasceva un saggio. E da una serie di saggi un libro, dal quale traeva a sua volta spunto per un intervento.
Ma la forza e l'originalità del suo pensiero non stava solo nella leggerezza con cui oltrepassava le frontiere: vere e metaforiche. Martini, di formazione storico della Polonia, ha avuto sulla Russia alcune intuizioni con le quali dovranno fare i conti gli slavisti delle future generazioni. Parlando negli anni Settanta e Ottanta con gli amici polacchi, aveva capito che il vero problema dell'Europa (da cui la Polonia è stata per decenni sottratta) è il rapporto con la Russia. Non con l'Urss, ma appunto con l'eterna Russia. Da lì, una scoperta fondamentale, fatta di recente e spiegata nel suo ultimo libro 'L'utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell'Urss' (Einaudi): il tempo e lo spazio russi, lenti e sterminati, sono diversi dal tempo e dallo spazio europei. E la violenza bolscevica consisteva nel tentativo di imporre al paese un tempo occidentale, appunto. La ricerca sul rapporto tra Russia e Occidente ha portato Martini a una sorta di devozione per San Pietroburgo, finestra russa sull'Ovest e per questo sede di ogni avanguardia. Ma l'amore per questa città non gli ha impedito (un'altra intuizione fondamentale) di capire la 'perdita del centro' della Russia. Spiegava, nell'antologia 'La nuova poesia russa' (Einaudi), come grazie a Internet le due capitali, Mosca e Pietroburgo, non sono più centri propulsori dela cultura, si può essere scrittori anche in provincia: ed è lì la vera sconfitta del bolscevismo, ma anche dell'occidentalizzazione forzata del paese.



 
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