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Ingombrante. Per tutti
noi. Ingombrante come uno specchio, come la verità scomoda.
Ingombrante, a un tempo, come solo sa essere la mitezza.
Mauro Martini, per noi che lo abbiamo conosciuto e amato,
è stato una delle persone più ingombranti della nostra
vita adulta. Forse, in alcuni momenti, avrebbe voluto
essere più lieve, meno pesante nella sua etica dell’esistenza
e della conoscenza. Ma non ci si può cambiare. E Mauro
era com’era. Sempre uguale a se stesso, con una coerenza
mai velata di ipocrisia.
Sempre uguale da caporedattore di Mondoperaio e giornalista
dell’Avanti!. A via Tomacelli. Appena qualche piano
più giù della vecchia redazione del Manifesto. Sempre
uguale nelle vesti di raffinato polonista, e poi di
russista dalle qualità rare. Sempre uguale da militante
e giovane amico italiano della leadership di Solidarnosc,
da Adam Michnik a Jacek Kuron. Sempre uguale quando
decise di inaugurare la barchetta di Lettera22, e di
seguirla passo passo, sino alla fine. Sempre uguale,
negli ultimi anni, nella inedita veste di professore,
docente di lingua e letteratura russa all’università
di Trento. Quel concorso lo aveva vinto da cultore della
materia, senza titoli accademici ma grazie a una cultura
vasta, profonda, mai improvvisata, semmai estrema. Lui,
che anni prima pensava che la cultura fosse solo fuori
nell’accademia, era poi stato accolto dall’accademia
italiana, sanando – col suo esempio – uno iato che tutti
noi sapevamo ingiusto.
È stato un uomo colto, incredibilmente colto. Avulso
da qualsiasi moralismo. Curioso del presente e della
politica. Un intellettuale di nicchia, se si vuole.
Sprecato, ci viene invece da dire, rispetto a quello
che avrebbe potuto dare alla cultura italiana. Se un
cancro non lo avesse stroncato a 49 anni. E se la “cultura
imperante” avesse aperto prima le porte a un pensatore
d’eccezione, uno dei migliori della nostra generazione.
I vecchi e i giovani di Lettera22 |
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