"Per Mauro", I vecchi e i giovani di Lettera22, il manifesto, Martedì 9 agosto 2005
 
Ingombrante. Per tutti noi. Ingombrante come uno specchio, come la verità scomoda. Ingombrante, a un tempo, come solo sa essere la mitezza. Mauro Martini, per noi che lo abbiamo conosciuto e amato, è stato una delle persone più ingombranti della nostra vita adulta. Forse, in alcuni momenti, avrebbe voluto essere più lieve, meno pesante nella sua etica dell’esistenza e della conoscenza. Ma non ci si può cambiare. E Mauro era com’era. Sempre uguale a se stesso, con una coerenza mai velata di ipocrisia.
Sempre uguale da caporedattore di Mondoperaio e giornalista dell’Avanti!. A via Tomacelli. Appena qualche piano più giù della vecchia redazione del Manifesto. Sempre uguale nelle vesti di raffinato polonista, e poi di russista dalle qualità rare. Sempre uguale da militante e giovane amico italiano della leadership di Solidarnosc, da Adam Michnik a Jacek Kuron. Sempre uguale quando decise di inaugurare la barchetta di Lettera22, e di seguirla passo passo, sino alla fine. Sempre uguale, negli ultimi anni, nella inedita veste di professore, docente di lingua e letteratura russa all’università di Trento. Quel concorso lo aveva vinto da cultore della materia, senza titoli accademici ma grazie a una cultura vasta, profonda, mai improvvisata, semmai estrema. Lui, che anni prima pensava che la cultura fosse solo fuori nell’accademia, era poi stato accolto dall’accademia italiana, sanando – col suo esempio – uno iato che tutti noi sapevamo ingiusto.
È stato un uomo colto, incredibilmente colto. Avulso da qualsiasi moralismo. Curioso del presente e della politica. Un intellettuale di nicchia, se si vuole. Sprecato, ci viene invece da dire, rispetto a quello che avrebbe potuto dare alla cultura italiana. Se un cancro non lo avesse stroncato a 49 anni. E se la “cultura imperante” avesse aperto prima le porte a un pensatore d’eccezione, uno dei migliori della nostra generazione.

I vecchi e i giovani di Lettera22



 
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