L’immagine oleografica
evocata da Pavel Janák, traccia i contorni della parabola
della pittura murale in Boemia dall’apoteosi nel Rinascimento
al declino Barocco, ma rappresenta anche, a cinquant’anni
di distanza, una preziosa testimonianza dell’epoca che ne
segna la riscoperta e la valorizzazione: "Sgrafita, když k
nám v 16. století přišla, byla novou krásou: Představme si,
jak mezi středověkými omšelými stavbami působily mladostí
a novostí. Představme si jen, že snad celý pražský hrad po
požáru 1541 v nedlouhé době dostal nový háf sgrafit. Sgrafita
přinášela novost, nikoli trvanlivost, jejich vláda u nás nebyla
dlouhá. Nutnost opravovat je vyvolala uplatnění zatím již
změněného vkusu a slohu doby. Sgrafita vyšla z obliby, sgrafítované
paláce a domy byly nově omitány a sgrafita se tak pod omítkou
šťastně uchovávala"
[2].
L’intento di questo articolo, originariamente pensato come
parte di un catalogo per una mostra sull’arte del rinascimento
italiano in Boemia, vuole essere quello di ricucire la trama
complessa dei rapporti fra architettura e decorazione e di
proporne la lettura attraverso la lente della più recente
storia del restauro, di cui l’artista fu, appunto, uno dei
protagonisti. Messe da parte le suggestioni poetiche dell’incipit,
una disamina critica non può che prendere avvio dalle premesse
della vicenda, per sottolineare come esse non siano, di carattere
meramente estetico. I graffiti non sono, infatti, un’arte
propriamente "nuova", né una luce che squarcia
ex
abrupto le tenebre del Medioevo: le condizioni per l’esplosione
cinquecentesca del fenomeno sono già presenti nel tardo Gotico
[3].
Anche a Firenze, patria di questa tecnica, il linguaggio decorativo
dei primi graffiti si ispira alle tarsie ed alle ornamentazioni
degli edifici medievali. Ma qui la svolta avviene già nel
primo quarto del Quattrocento, quando la trasformazione della
tipologia costruttiva degli edifici, apre la strada al rinnovamento
della forma e della funzione della decorazione di facciata.
Le cause del ritardo della sua diffusione nelle terre ceche,
non sono tanto da ricercare nella distanza geografica, giacché
essa non aveva impedito la penetrazione dell’Umanesimo al
tempo di Carlo IV, quanto piuttosto nella strutturale diversità
e nella peculiare complessità del contesto storico boemo.
Mentre l’Italia delle Corti vive un periodo di relativa stabilità,
gli squilibri politici ed economici scaturiti dalle rivoluzioni
ussite determinano una serie di conflitti di classe fra la
borghesia cittadina, la nobiltà feudale ed i sovrani che si
ricompongono solo, con la pacificazione forzata seguita all’ascesa
al trono di Ferdinando d’Asburgo nel 1526 ed alla sconfitta
dei ceti protestanti nel 1547. La fine dell’economia feudale
e lo sviluppo del commercio favoriscono il livellamento sociale
e la produzione di una ricchezza diffusa stimola ad una nuova
coscienza di sé: "Prošlá léta zápasu o politickou moc a skutečné
dosažení této moci v politické správě země se projevila velmi
výrazným způsobem ve vědomí renesančního českého měštana.
Jeho poměrně velká emancipace z hospodářského a ideového vlivu
církve vedla k tomu, že svůj život už nechápal jenom z hlediska
náboženských představ o posmrtném životě, ale soustředoval
ve zvýšené míře svou pozornost na život na zemi"
[4].
Al risveglio dell’interesse laico per la "masserizia"
di albertiana memoria si accompagna il piacere dello spendere,
ed un diffuso bisogno di estetica influenza il concetto stesso
dell’abitare. La casa non è più solo un posto per vivere,
deve soddisfare nuovi criteri di comodità e igiene, ed anche
se siamo lontani dalla raffinatezza del gusto fiorentino per
l’interieur, le finestre e i vani si fanno più ampi, le scale
più dritte, l’arredamento ed i giardini più sontuosi. L’investimento
dei capitali favorisce lo sviluppo dell’attività costruttiva
e la regione diventa meta di un flusso costante di pittori
e capimastri che giungono dall’Austria e dal Tirolo, da Como
e da Lugano portando con se le istanze del nuovo linguaggio
artistico.
Nella Boemia del XVI° secolo gli artisti trovano un ambiente
saturo di forme tardogotiche. Lo stile nazionale, nonostante
i timidi segni di apertura di Benedikt Ried con le finestre
della Sala di Vladislao al castello di Praga, ha mantenuto
e mantiene qui tutta la sua forza vitale. In arte come nella
letteratura, la limitata permeabilità culturale dei Cechi
rispetto ai popoli vicini è il riflesso di una spiccata coscienza
sociale, che affonda le sue radici nell’etica e nelle tematiche
della Riforma
[5],
fino a rasentare l’ostracismo. Ora tuttavia i tempi sono maturi
e questo dato allotrio, non basta più a fermare il progresso;
anzi il riferimento al Rinascimento, proprio in quanto stile
scevro da implicazioni ideologiche, finisce per accomunare
tutte le classi sociali, anche se ciascuna di esse attinge
al repertorio italiano mutuando frasi stilistiche diverse.
Si avvia così una sorta di contaminazione che assume caratteri
assai originali e trova il suo epifenomeno nella graduale
trasformazione dell’immagine della città: "Město na počátku
16. století představuje pevně skloubený organický celek, spjatý
se středověkem nejen svou půdorysnou disposicí ale i celkovým
seskupením hmoty. Není proto divu že až hluboko do poloviny
16. století vzdoruje renesanci a jednotlivé domy se obracejí
do náměstí svou hladkou, nečleněnou fasádou, na niž dožívají
pozdně gotické architektonické články. Pozvolna proniká renesanční
tvarosloví v horizontálech říms, nadokenních frontonů a portalů.
[…] Největší proměna se odehraje ve štítech, do nichž se přenáší
vaha členění fasády a které vytvařejí optické dominanty celých
uličnich průhledů"[
6].
Si tratta, a ben vedere, di una mutazione lenta e frammentata
i cui accenti formali non interessano ancora la complessità
degli edifici, ma vi si possono leggere, in filigrana, i prodromi
di una ricerca di ordine che è già tutta rinascimentale.
È la prima eco soffusa di quanto sta accadendo in Italia,
dove all’inizio del XVI secolo trionfa la stagione della magnificenza
civile. Sulle vaste superfici delle dimore patrizie fiorentine
la pittura murale, da sempre subordinata all’architettura,
torna in primo piano e giunge a definizione il disegno ideale
di Leon Battista Alberti. La sua rifondazione dell’estetica
si basa sulla definizione di bellezza come: "un concerto di
tutte le parti accomodate insieme con proporzione e discorso,
in quella cosa in che le ritruovano; di maniera che e’ non
vi si possa aggiungere o diminuire, o mutare cosa alcuna,
che non vi stesse peggio"
[7]
e sulla valorizzazione dell’ornamento come: "una certa luce
adiutrice de la bellezza e quasi uno suo adempimento"
[8].
La decorazione non è più un dato marginale e la tecnica ormai
consolidata del graffito, assurge al ruolo di protagonista.
Il segno del ferro diventa materia ed i pilastri, i putti,
i festoni e le ghirlande si integrano secondo
Varietas
e Concinnitas (molteplicità e armonia) alla logica complessiva
dell’impaginato architettonico. Le parole dell’abate genovese
inaugurano una ricerca che, attraversando tutto il secolo,
tocca la composizione plastica dei prospetti bugnati (Palazzo
dei Diamanti a Ferrara, Palazzo Bevilacqua a Bologna) e culmina
nella monumentalità misurata dei moduli compositivi di Bramante,
Raffaello e Palladio.
Sebbene gli effetti indotti da questo processo di arricchimento
formale, non tardino a manifestarsi anche nel Rinascimento
Boemo, la distanza culturale ne sfuma la consequenzialità,
e qui riesce assai più difficile individuare il momento di
una svolta analoga a quella determinatasi nella Firenze di
fine Quattrocento. La letteratura ceca in materia concorda
con Janák nel fare riferimento alle ricostruzioni seguite
all’incendio del 1541 e, segnatamente, all’unica traccia di
questo evento: il frontone orientale della Sala di Vladislao
al Castello di Praga. František Kubec, che azzarda si tratti
del primo esempio dell’uso della tecnica del graffito, non
solo nell’ambito della cechia centrale, ma in tutto l’oltralpe
rinascimentale, ne propone una lettura minuziosa e puntuale
per la quale rimandiamo in nota
[9].
Il frontone, attribuito a Giovanni Maria Aostalli, è, in sintesi,
la testimonianza, quasi fotografica e datata 1546, di un passaggio
evolutivo dello stile. Se i fregi floreali rimandano ancora
all’atmosfera del Gotico europeo, le linee verticali e le
volute a nastro sono già elementi riferibili al Rinascimento
lombardo, mentre i rettangoli dello schema di base riecheggiano
una cifra del classicismo fiorentino. Questa sua natura ibrida
e la maestria dell’esecuzione oltre a connotarlo come ideale
termine
post quem dello sviluppo compositivo di molti
altri edifici, danno la certezza che esso facesse parte di
un programma figurativo più ampio, al quale apparteneva (in
analogia con il Palazzo Vescovile di Horšovský Týn, 1550)
anche la trama geometrica di un falso bugnato
[10].
In Italia l’uso di dipingere, o meglio "sgraffitare",
a bozze interi fronti stradali, degradazione bidimensionale
della composizione plastica di facciata, cui avevamo fatto
cenno poco sopra, è invalso da tempo ed è dunque naturale
che esso faccia parte del bagaglio culturale delle maestranze
chiamate a lavorare per gli Asburgo. Tuttavia l’occasione
della sua riproposizione si deve soprattutto alla stampa ed
alla repentina diffusione nelle biblioteche ceche degli scritti
del Serlio
[11].
Sono proprio le tavole delle "Regole generali di Architettura
sopra le cinque maniere" (Venezia, 1537), infatti, che
illustrando, sulla scorta degli exempla vitruviani, gli schemi
delle principali forme di bugnato, offrono finalmente il supporto
teorico e formale che i decoratori necessitano per la realizzazione
delle facciate. Il monocromatismo del falso bugnato si presta
bene sia all’ornamento dei nuovi palazzi che agli ammodernamenti
perché risponde ai desiderata della committenza e si addice
al carattere tardogotico dell’architettura boema.
Ai modelli serliani fa sicuramente riferimento anche Agostino
Galli (Vlach) originario di Massagno, nei pressi di Lugano,
quando intorno al 1568 costruisce a Praga la residenza del
burgravio Jan di Lobkovice su Hradčanské Náměstí. Il corpo
massiccio dell‘edificio a tre ali, scandito da bifore e sovrastato
da frontoni digradanti, è interamente ricoperto da un graffito
in forma di bozze piramidali, del tipo comunentemente detto
"a bustina". Nonostante la
facies attuale sia il
frutto di una serie di rimaneggiamenti e adattamenti, l’organicità
del progetto palesa un ragionamento, e denuncia la volontà
di sfruttare le possibilità offerte dalla decorazione per
esaltare l‘architettura. In questo caso, infatti, la rigidità
dello schema a padiglione viene stemperata ed ingraziosita
dalla prevalenza dei campi chiari e dall‘aggiunta di un tralcio
stilizzato che si richiama e prelude all‘esplosione vegetale
dell‘attica e del cornicione lunettato di coronamento. Il
palazzo, in seguito denominato Schwarzemberský dal nome dei
nuovi proprietari, si caratterizza quindi, come uno dei primi
esempi di una tipologia che trova una larga diffusione nella
città ed in tutto il Paese.
La presenza del motivo della rustica sulle facciate, copre
l’arco di un intero secolo, dal 1550 al 1650, ed è talmente
costante che le sue diverse declinazioni permettono di ricostruire
una cronologia dello sviluppo dei graffiti. Mentre la trama
quadrata semplice, riproposizione della scacchiera tardogotica,
è poco caratterizzata e non permette una datazione, le tre
tipologie complesse (piramidale,diamantata, tronco-piramidale)
seguono uno sviluppo autonomo, e si modificano di pari passo
con lo stile
[12].
Su questo terreno di esercizio, la confidenza con il repertorio
e la disponibilità dei committenti liberano la fantasia; ben
presto la pittura, per mezzo del graffito e del chiaroscuro,
si da ad imitare anche gli altri elementi dell’architettura
e sulle facciate si anima, in una gamma di articolazioni sperimentali
e spesso assai curiose, una teoria di pilastri, lesene, edicole,
nicchie con statue, finestre a timpano ed elementi plastici
in rilievo. Tuttavia al di là di questa mimesi formale, le
applicazioni della logica razionale e della tettonica classica,
rimangono un fenomeno estraneo all’ambiente e comunque distante
dalla maturità e dalla "sprezzatura" italiana. Così,
mentre la plastica architettonica finisce per trovare una
nuova connotazione organica solo con il Barocco, la decorazione
torna nell’alveo più sicuro della figuratività e si coniuga
con le nuove istanze della Maniera.
A Firenze, intanto, l’unità e la compostezza delle proporzioni
classiche lasciano il posto alla licenza, e l’estro ornamentale
trova il suo paradigma nelle grottesche di Andrea di Cosimo
Feltrini. In esse, annota il Vasari: "gli artefici fanno cose
senza nessuna regola, appicicando ad un piccolissimo filo
un peso che non si può reggere, ad un cavallo le gambe di
foglia e a un uomo le gambe di gru ed infiniti sciarpelloni
e passerotti"
[13].
Questo gusto per la bizzarria e per la varietà, ha un riflesso
immediato in tutta l’Europa ed a Praga si manifesta nei dipinti
dell’Arcimboldo. Per quanto riguarda l’area del nostro interesse,
mentre per le premesse valgono ancora le osservazioni di Shearman,
il quale evidenzia come "alcuni caratteri del tardo Gotico
si accompagnino con quelli del Manierismo: tendenza alla grazia,
alla complessità, alla preziosità e così via"
[14],
sottolineando altresì l’esistenza di "una certa naturale antipatia
fra il Manierismo e la Controriforma"
[15],
la spinta propulsiva al cambiamento viene dalla diffusione
della grafica. Quasi in parallelo all’esordio geometrico sui
palazzi rinascimentali, sugli spazi più ridotti offerti dai
fronti dell’edilizia urbana, si assiste al debutto del graffito
figurale. Le facciate si popolano di una serie di figure di
soggetto religioso, storico, mitologico ed allegorico in genere,
che vengono dalle illustrazioni dei libri e dai fogli che
girano in quegli anni per l’Europa. Si tratta per lo più di
edizioni tedesche, olandesi e fiamminghe ma non mancano alcune
opere italiane e le prime stampe di libri cechi. Le pubblicazioni
che hanno maggiore fortuna sono quelle che propongono le riproduzioni
dei dipinti e delle incisioni dei kleinmaster della generazione
successiva a quella di Dürer: Virgil Solis, Hans Sebald Beham
e Jost Amman. Il repertorio delle immagini, meno aulico di
quello dei trattati, mentre si presta anche agli artisti più
mediocri, come un’irripetibile occasione di perfezionamento
tecnico e formale, corrisponde sia all’esigenza di autorappresentazione
del singolo nella città, sia alla coscienza sociale delle
classi che cercano di legittimarsi in quanto koiné contro
il potere centrale.
Il primo esempio di graffito figurale, datato 1547, si trova
nella città vassalla di Slavonice sulla casa contrassegnata
dal numero civico 90. La tipologia della costruzione è quella
più diffusa, con il fronte a tre assi allineato alla strada,
che in questo caso viene accentuato dall’aggetto su mensole
del piano nobile, incorniciato da pilastri e coronato, a sua
volta, da un frontone arcuato alla veneziana. Le figure che
la ingentiliscono, sottolineando la trama dell’architettura,
sono quelle dei personaggi e delle vicende che vengono dalla
Bibbia di Lutero, stampata a Wittemberg nel 1534 (Sara, Giobbe,
Aron, Giacobbe, Giosué e Saul nelle lunette sotto lo sporto;
Giona e la balena, Sansone e Davide e i Filistei, negli spazi
sotto le finestre; Caino e Abele sul frontone) , cui si affiancano
lo stemma del padrone di casa e un quadro con le fasi della
vita dell’uomo dai dieci ai cento anni. Poi il fenomeno si
espande quasi a macchia d’olio in tutta la regione, interessando
con tratti comuni, le provincie di Znojmo, Telč, Český Krumlov,
Jindřichův Hradec, České Budějovice e Tábor ed assume dimensioni
tali da rendere impossibile qui, elencarne anche soltanto
il numero dei casi.
Nel gruppo delle facciate graffite della Cechia meridionale,
occorre tuttavia ricordare quella che detiene ancora oggi
il primato per valore artistico e unitarietà di progetto e
che appartiene al Municipio di Prachatice. In essa, infatti,
il gioco delle giustapposizioni e delle allegorie trova la
sua migliore espressione. L’architettura anche in questo caso
è semplice, mentre il programma decorativo, datato 1570 e
analogo a quelli che si trovano sulle case comunali di Italia,
Germania, Olanda e Svizzera, è assai articolato. L’autore
è Martinus Boelfart, il cui monogramma si intravede nello
stemma su di uno scudo che si trova sulla fascia al piano
terra, insieme ad una serie di tavole che raccolgono citazioni
della "Politica" di Aristotele. Il leitmotiv è la celebrazione
delle glorie comunali e della Giustizia , e si esplica dal
basso verso l’alto, attraverso la proposizione di alcune quadri
dalla "Danza della morte" di H. Holbein ("Il giudice
ingiusto" e "L’avvocato corrotto", nell’edizione
ceca Melantrich dei libri di Erasmo, 1563-64), di numerose
scene bibliche e mitologiche ("Il giudizio di Tebe",
"La storia di Susanna", "Il giudizio di Salomone",
"Ercole e Hydra" etc.), di una figura "dalla raccolta
Vir Bonus di Ulrich Hutten ("Il giusto processo" illustrato
da H.S. Beham nell’edizione del 1538), fino a culminare, sul
secondo piano, nell’immagine dominante della personificazione
della Giustizia, ed a concludersi, nella cornice sotto il
tetto, con gli otto cartocci ovali a rollerwerk che riportano
le allegorie delle Virtù. Lontano dalle immagini e dalle suggestioni
di questo contesto, provinciale nell’accezione più neutra
che dispregiativa del termine, c’è la realtà praghese con
la sua committenza vagamente più "illuminata" ed un quadro
di riferimento ambientale in cui, il "goffo classicismo vernacolo"
[16],
prodotto dell’incontro del Manierismo con il Gotico, viene
nobilitato dalla presenza di artisti più raffinati e dall’influenza
più forte e diretta dell’arte italiana.
Ciò che accomuna la più antica dimora urbana rinascimentale
di Praga alle espressioni dell’edilizia comunale della Boemia
Sud, è la coscienza della funzione psicagogica dell’architettura.
Non a caso, quando, nel 1558, Jakub Granovsky, ricevuta in
donazione da Ferdinando I la vecchia ungeltský dům, si affretta
a trasformarla, lo fa caratterizzandola, proprio nel cuore
dell’antico mercato medioevale, con l’impronta, potente e
affatto nuova, di un loggiato "alla fiorentina" riccamente
decorato. La connotazione rinascimentale dell’architettura,
data dall’uso del graffito in una rustica semplice e negli
elementi a trompe l’oeil delle arcate e delle nicchie, viene
enfatizzata dal chiaroscuro, che si incarica di riempire gli
spazi di risulta con i temi consueti del repertorio figurale.
L’elemento nuovo della tecnica si associa ad un’inedita concezione
della scena in cui, l’applicazione di un canone proporzionale
insolito e l’innaturale dinamicità dei corpi degli attanti
biblici e mitologici, drammatizzano la funzione narrativa
in una serie di quadri che riecheggiano gli Intermezzi del
teatro della Maniera
[17].
Sommando questa cifra, alle analogie riscontrate dal Winter
con la casa del pittore Bartolomaeus Spranger
[18],
e alla presenza "silenziosa" di altri motivi ornamentali
riferibili all’universo formale manierista, il cerchio si
chiude e si avvalora l’ipotesi, avanzata dalla Krčálová
[19],
che l‘autore, forse un aiutante di Francesco Terzio o di Domenico
Pozza, sia stato ispirato dall‘opera di Correggio, Giulio
Romano, Parmigianino o di altri maestri del tardo Cinquecento,
comunque, "filtrati" dalle riproduzioni della grafica olandese
[20].
Questo costante riferimento all’Italia si trova anche in un'altra
costruzione poco distante in termini spaziali ed ideali quella
dei Granowsky: la casa "Al Minuto". Entrata nella memoria
collettiva, come pars pro toto dell’immagine stessa della
città, per la sua intensa relazione prossemica con l’antico
municipio, cuore del centro civico di Staré Město, essa si
impone, nonostante la sua posizione angolare e quasi defilata
rispetto alla piazza, come un segno forte che connota ed equilibra
in senso orizzontale, lo spazio urbano della piazza, "drammatizzato
dalla verticale delle torri del Týn"
[21].
L’intelaiatura asimmetrica dell’edificio, interrotta al piano
terra da un portico ad arcate, tradisce l’origine gotica,
ma l’andamento ordinato delle finestre, il ritmo piano della
cornice profilata, il cornicione lunettato e la partizione
originale del frontone "alla veneziana", ne fanno una
delle più belle ed interessanti costruzioni rinascimentali
della capitale. I graffiti che la completano hanno una datazione
incerta e, comunque, devono essere stati aggiunti alla facciata
nel corso delle prime trasformazioni, avvenute in seguito
ai passaggi di proprietà a cavallo del 1600. Jarmila Jindrová
li divide in due gruppi distinti per tecnica, autore (anonimo
in entrambi i casi) ed accento: più dinamico e drammatico
(cortei e battaglie) il primo, statico e calmo (scene bucoliche)
il secondo
[22].
I soggetti sono tratti ancora una volta dalla mitologia (Bacco,
Ercole e Caco, I Centauri), dalla Storia Romana (soldati e
cavalieri in battaglia, alcune teste di consoli) e dall’Antico
Testamento (una rivisitazione del tema caro a Hans Holbein
e Lucas Cranach di Adamo ed Eva), né manca un riferimento
alla Storia Francese (le figure di monarchi, tratte dalle
"Effigies regum francorum" di J.Amman, stampato a Norimberga
nel 1576, sul cornicione lunettato). L’istanza italiana, che
contamina l’intero programma decorativo, si evidenzia in alcune
decorazioni a candelabra, interne ai pilastrini che inquadrano
le scene della fascia superiore del secondo piano e marcatamente,
nel ciclo delle figure allegoriche tratte dall’Iconologia
di Cesare Ripa (1602), che arricchiscono il mezzanino al di
sotto delle lunette. La scarsa leggibilità dei contenuti iconografici
non è dovuta tanto al naturale degrado dello stato conservativo
come segno del tempo, giacché per un lungo periodo i graffiti
sono rimasti coperti da uno strato di intonaco, quanto all’opera
dell’uomo e, segnatamente, allo spirito, quantomeno fideistico,
che ha animato l’opera dei restauratori dall’inizio del ‘900.
La seconda parte della vita di questi e di molti altri graffiti
in Boemia, come in Italia, si apre, infatti, alla fine del
XIX° secolo: "Zájem o sgrafito jako charakteristický způsob
malířského pojednání fasád renesančních domů, měl své důvody
ve změně uměleckých názorů na konci 19. Století, z ní vyplývajících
kriterií a poměru k historické architektuře a tím i v zaměření
tehdejší ochrany památek. Jsme v době, kdy byla objevena česká
renesance jako živý pramen pro současnou architekturu, kdy
nastal radikální odvrat od středověké chrámové a italské palácové
architektury k světské domácí renesanci a tím i ke sgrafitům.
Vznikají novostavby v duchu české renesance, zdobené sgrafity
(Wiehlovy a Zeyerovy domy v Praze), je zahájena rozsáhlá akce
obnovy renesančních staveb, počínaje Schulzovou restaurací
sgrafit Šchwarzenberského paláce v 1. 1871/72 [poi ulteriormente
restaurati da Stanislav Vacek nel 1955-59, ed in seguito ai
cambi di destinazione d‘uso nel 1962, 1977 e infine nel 1987]
Sgrafita (na Minutě) objevená r. 1919 odkryl a restauroval,
v tehdejší restaurační praxi módními a ceněnými chemickými
přípravky zv. fluáty, akademický sochař Jindřich Čapek. Sgrafita
byla přikryta hustým, na omítku pevně lnoucím kaseinovým nátěrem.
Jen sgrafita v lunetové římse a v meziokenních polích polopatra
byla nekryta. Čapek nátěr odstranil, rýhy vnitřní kresby,
modelující tvary, však nechal vyplněny kaseinem. Odstranění
nátěru z rýh by bylo nejen technicky obtížné, ale i z hlediska
památkářského riskantní. Čapkova restaurace nám zanechala
sgrafita jako šedočerné ploché siluety, jen s nepatrnými fragmenty
mělké vnitřní kresby, připomínající malovanou figurální výzdobu
řeckých váz"
[23].
L‘evocazione del referente nobile delle decorazioni fittili,
non mitiga la disforia degli effetti di questa operazione,
subita da molte delle facciate riscoperte in quello stesso
periodo. Proprio a causa dell‘uso acritico ed avventato dei
silicati di fluoro in funzione di consolidante, infatti, alcune
sono andate irrediabilmente perdute, altre, come quella originariamente
ricca del palazzo di Nelahozeves
[24],
sono seriamente compromesse.
La dicotomia fra intento e risultato, introduce il tema della
metodologia del restauro, che qui vogliamo affontare, a partire
dalla complessa vicenda della Sala del Gioco della Palla al
Castello di Praga. Terminata nel 1568, la Míčovna, ultima
e più avanguardistica opera di Bonifác Wohlmut, l’architetto
che guidò con straordinaria autorità e creatività i lavori
di ricostruzione di Hradčany dopo il devastante incendio del
1541
[25], è
un architettura del tutto particolare. Nella descrizione di
Janák, la classica sineddoche per la quale siamo soliti richiamarci
ad un edificio citandone l’immagine esteriore, trova una sua
puntuale giustificazione essa: "je jen průčelí. Co všecko
na něm vzbuzuje údiv! Sudý počet sloupových polí, sloup uprostřed
průčelí! Sloupy stojí na svažujícím se terénu přímo deskami
patek, bez soklů! Římsa je bez desky, její končíčí článek
je nesen krakorci, z nichž nárožní je přes roh. Otvory ve
velkých polích zaklenuty oválem, nikoli plným obloukem. A
ta jeho široká, těžká archivolta!"
[26].
Alla sorpresa prodotta dagli elementi "palladiani", si
somma lo straniamento indotto dalla decorazione, che stempera
gli accenti dinamici e plastici dell’intera composizione,
fino a riproporre un architettura illusoria, disarmonica e
contrapposta a quella reale. Nonostante questa contraddizione
apparente, venga spesso richiamata dalla storiografia, a sostegno
alla tesi dell’eccezionalità della Míčovna nel panorama dell’architettura
rinascimentale ceca, una storicizzazione più attuale che richiami
alla memoria, l’esaltazione dei concetti figurativi di Giulio
Romano: "anticamente moderni e modernamente antichi"
[27],
nell’ossimoro di Pietro Aretino, non può che ricollocarla
nel quadro del Manierismo europeo. Eccezionale è, piuttosto,
la storia di questo edificio ed in particolare quella della
fase più moderna della vita dei suoi graffiti: dalla riscoperta
alla fine del secolo scorso fino alla valorizzazione negli
anni Cinquanta. Abbandonata repentinamente a se stessa, come
prova il fatto che già nel 1723 fosse adibita a stalla e poco
dopo a magazzino, la Sala del Gioco della Palla ha attraversato
indenne, dal punto di vista dell’unità stilistica, Barocco
ed Eclettismo, ma i suoi graffiti, che a differenza di quelli
coevi, non sono mai stati coperti, hanno pagato a questa conservazione
dell’identità, il prezzo alto di un inesorabile degrado.
Il loro riscatto dall’oblio si deve al gusto archeologico
del pittore Jan Koula che nel 1887, incuriosito dalla trama
originale di questo tessuto epiteliale compromesso dal tempo,
li rileva pietosamente in disegno. Poi di nuovo il silenzio.
Per il risveglio di un interesse verso la conservazione occorre
attendere l’inizio del ‘900, quando con la fondazione del
Klub za starou Prahu si registra una mutamento della coscienza
collettiva nei confronti dei monumenti: "začalo se tušit,
že staré umění je víc, než se dosud vidělo, a že tu vedle
obsahu je také výtvarná forma. Staré názory na památky, na
způsob jejich zachování byl vždy víc regulovaným pokrokovým
názorem"
[28].
Le parole di Janák evocano, senza citarlo, il ragionamento
di Alois Riegl nel
Culto moderno dei monumenti (datato
appunto 1903) in cui come scrive Gurrieri: "Sia l’apprezzamento
dei segni prodotti dallo scorrere del tempo (il cosiddetto
valore dell’antico), [...] sia il riconoscimento dei valori
storico-documentari (il valore storico), postulano l’autenticità
materiale del manufatto oltre a quella formale, ed una netta
distinzione fra originale e copia"
[29].
Questa la teoria, tornando alla cronaca incontriamo, anche
in questo caso, lo
hiatus della prassi. La serie
di perizie e dissertazioni sul futuro della Mičovna producono
solo un raffinamento degli intenti, mentre sul piano dell‘operatività
i restauri si limitano ad un intervento del solito Čapek ,
il quale tra la fine del 1916 e l‘inizio del ’17, superate
le prime titubanze della commissione preposta, riesce ad applicare
su parte della superficie della facciata i suoi silicati di
fluoro. Il seguito della vicenda è ancora caratterizzato dal
dibattito sull‘efficacia dei risultati della chimica e dimostra
come, anche in tempi meno sospetti di quelli di oggi, in cui
troppo spesso come sottolinea Borsi: "il restauro delle facciate
diventa come la chirurgia plastica le dive, si vede, fa discutere"
[30],
la conservazione fosse una questione politica. Frattanto per
la Sala, dal 1918 di nuovo in mano ai soldati, si provvede
almeno al restauro lapideo ed alla ricostruzione del tetto
(1924-25), tuttavia per un ingenua dimenticanza, mancano le
gronde e il dilavamento continua ad aggravare lo stato della
decorazione. Tra il 1938 e il ’39, si procede ad un nuovo
censimento del degrado attraverso la realizzazione di un rilievo
fotografico, che viene poi rimontato in un modello in scala
1:25, quasi che fosse ormai sancita l‘inevitabilità del destino
della materia e si volesse salvarne l‘immagine.
La svolta si ha solo nel dopoguerra, dopo l‘ennesima offesa
dell‘incendio durante l‘occupazione tedesca (1945), le condizioni
statiche dell‘edificio impongono un intervento immediato.
Nel 1952, operato il consolidamento, ci si rende conto della
incongruenza dell‘immagine della Sala che ormai è rimasta
quasi priva della sua decorazione ed si affida il restauro
dei graffiti all scultore Josef Wagner. Janák, all‘epoca architetto
capo del castello, ne illustra il criterio: "Bylo tu poznáni:
každá obnova mění původní originál. Utěšovalo jen, že obnova
také zachovává, udržuje, co je v originále zachovatelně, nesmrtelné.
Než i to nebylo snadné. Bylo třeba dopracovat se ke střizlivému
omezeni. Zabezpečit existenci sgrafit prostředky, které se
považují ya nejspravnější: především zachytit uvolněná místa,
pak vrátit sgrafitům, oč byla ve čtyřech stoletích připavena
působením vody a ovduší: vápno, neomezeným postřikem vápenou
vodou, a konečně vrátit jim i jejich povrch: tenkou vrstvu
štuku, vzniklou kdysi utažením omítky, vpravit jen vtíraním.
Při tom naprosto oddaně hledat a uynat původní uměleckou formu
každeho detailu kresby, šrafů, popřít vlastní nazor, vlastní
vkus a novodobou dovednost. Vyvolat co nejvěčněji původní
slohový ráz a co nejméně dát do to svůj sloh. Pracovalo se
tu z velké části hmatem"
[31].
La prudenza ed il riferimento al "tatto" del resturatore ci
sembrano, a distanza di cinquanta anni, una excusatio non
petita che il tempo ha reso superflua. I risultati sono sotto
ai nostri occhi, e se ,anche a distanza di tempo e dopo gli
ulteriori lavori degli anni 1972-73, ci paiono positivi, questo
si deve alla straordinaria attualità del concetto guida applicato
con lungimiranza da Janák.
Pochi anni fa Lemaire scriveva: "Autenticità storica: a forza
di vedere nel monumento solo una "carta di pietra", si
è giunti a ritenere talvolta che si tratta della sua funzione
essenziale. Si dimentica che la ragione fondamentale e generalmente
unica della sua creazione- e, di conseguenza, la sua prima
funzione – è di "servire" e di essere "un’opera d’arte".
La prima autenticità di un monumento è nella verità della
funzione delle forme date dal suo autore a tale scopo all’edificio.
L’adattamento più o meno perfetto all’uso e l’equilibrio dei
volumi, degli spazi, delle forme e dello scenario, la loro
"compiutezza", la loro integrità, ecco l’essenza stessa
del messaggio del monumento, quello che l’autore ha voluto
trasmettere, quello che reca l’espressione di un istante di
civiltà. E’ il messaggio capitale dell’opera. Quello che fa
parte della sua "essenza". Esso, solamente esso, ci informa
sulle esigenze, l’abilità e la sensibilità artistica dell’epoca
e della creatività umana. Intatto, ci trasmette prima un’emozione
estetica sempre viva ed attuale – anche se questa emozione
non è necessariamente identica a quella che sentivano i suoi
contemporanei in sua presenza – nonché un messaggio storico
ed eventualmente simbolico"
[32].
Il dibattito sul rapporto tra ’"istanza storica"
e "istanza estetica", avviato da Brandi
[33],
come sappiamo, rimane aperto. "L’unica conclusione che possiamo
trarre – scrive Gurrieri – è che non c’è né una concezione
unica né unanime né stabile dell’autenticità o di altri valori
delle opere d’arte, ma che essa varia anche sensibilmente,
in funzione delle culture e dell’evoluzione delle idee"
[34].
Dagli interventi di Janák di tempo ne è trascorso, egli, in
piena epoca socialista ha saputo interpretare lo spartito
offerto dal monumento, restituendone l’unica lettura critica
possibile in quella circostanza. Dall’ultimo incontro italo-ceco
sulla cultura del restauro sono passati solo tredici anni
[35],
tuttavia nel frattempo, come nota Hobsbawn, la caduta dell’impero
sovietico ha determinato la conclusione del "secolo breve"
(1915-1989), e non si prospetta più "un futuro pianificato
dal linguaggio sovietico universale, ma la rinascita delle
repubbliche, delle civiltà regionali e perfino dell’estetica
vernacolare"
[36],
piccole identità da conservare oltre il fallimento dell’illusione
della
deregulation liberista e contro la globalizzazione
della prassi speculativa
[37].
Forse è giunto il momento di interrogarsi nuovamente sulle
nostre comuni responsabilità di italiani e cechi verso un
patrimonio, divenuto universale, e di tornare a confrontarci
sul tema spinoso della dicotomia fra materia ed immagine.
Quello che vale per la Mičovna, infatti, vale anche per gli
altri graffiti: indipendentemente da come il tempo ed i restauri
ce li hanno tramandati, così come li vediamo oggi, questa
dicotomia, partecipando da sempre allo spirito "tra cielo
e terra"
[38],
tra anima e corpo del
genius loci di Praga e di tutta
la Boemia, essi la incarnano.
[1]L’autore desidera ringraziare per la
collaborazione E. Pecchioli e M. Kadnerová; per la traduzione
dal ceco di parte del materiale bibliografico M. Pellizzari,
I. Papirniková e P. Schovancová. Un riconoscimento particolare
va infine a M. Ličeniková, senza la quale questo lavoro non
sarebbe stato possibile. Per il titolo si veda un passo di
Vasari: "Hanno i pittori un’altra sorte di pittura, ch’è disegno
e pittura insieme, e questo si domanda sgraffito ", G.Vasari,
Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori
italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, Torino 1991,
pp. 72-73.
[2]P. Janák, "Obnova Sgrafit na Míčovně",
Umění, 1953, 1, pp. 215.
[3]V. Dvořáková - H. Machálková, "Malovaná
průčelí české pozdní gotiky a renesance",
Zprávy
památkové péče, 1954, 14, p. 37.
[4]Ivi, p. 35.
[5]"Husitské revoluční hnutí svými ideologickými
důsledky odlišilo podstatně převážnou většinu obyvatelstva
Čech od okolních národů. I když hnutí samo nemělo za následek
změnu stávajícího společenského řádu, ideologické důsledky
byly neobyčejně významné a dlouho působily, i když se časem
jejich původní výraznost ochuzovala a oslabovala. I umění
u nás produkované má znaky tohoto společenského vědomí. I
když na př. literatura přejímá výrazové prostředky humanistické,
je v ní pořád větší důraz položen na stránku ideovou, nemá
ani zdaleka tak vyvinutou funkci zábavnou jako okolní literatury,
ale pořád se zaměřuje na společenskou problematiku, která
souvisí s cíli české reformace", Ivi, p. 34.
[6]Ivi, p. 36.
[7]Ibidem.
[8]Ibidem.
[9] "Architektonická kostra štítu, složena
ze dvou nad sebou ležících pásů s obdélnými středy, bočními
polopilířky s postamentovými nástavci, volutovými křídly s
vrcholovým závitnicovým článkem, vychází sice ještě z lombardské
renesance, usilující o utlumení vertikálních linií, ale znamená
zároveň i počátek renesance české, na kterém se ještě aktivně
podílelo domácí české prostředí. Dokládá jej přesvědčivě sgrafitová
výprava štítu, datovaná letopočtem 1546, která – třebaže již
používá typické renesanční pásky – navazuje ještě svým lomeně
obloučkovým liliovým vlysem, lupenovitě stylizovanými rozvilinovými
výplněmi a zkříženými sukovitými větvemi na pozdně gotické
naturalistické formy, ovlivněně gotickým prostředím severní
Evropy a jeho goticky školenými kameníky. Přesto však jeho
základní pravoúhle rovnoběžníkové sgrafitové schéma, výrazově
mimořádně blízké obdobným Brunelleschiovým sgrafitovým rovnoběžníkům
florentským, technicky však naprosto odlišné od rytého, škrábaného
nebo malovaného kvádrovaní středověkého, určilo nejcharakterističtější
rysy dalšího samostatného konstrukčního, kompozičního a výtvarného
vývoje středočeské renesanční sgrafitové bosáže." F.
Kupec,
Renesanční sgrafitová bosáž ve středních Čechách,
Praha 1996, pp. 7-8.
[10]Ivi, p. 53.
[11]"V knihovnách našich bibliofilů bylo
nespočet italských tisků, mimo jiné prací předních renesančních
teoretiků […] Mezi traktáty o stavitelství nechyběly samozřejmě
ani publikace Sebastiana Serlia, které tak významně ovlivnily
záalpskou, v neposlední řadě i naši architekturu", J.
Krčálová, „Italské podněty v renesančním umění českých zemí",
Umění, 1985, 33, p. 56. In proposito si veda anche
il volume
Italia e Boemia nella cornice del Rinascimento
europeo, a cura di Sante Graciotti, Firenze 1994.
[12]"Jehlancová a diamantová bosáž ve
svém počátku věrně přepisují plastický tvar bosy s vyznačením
světelných a tmavých ploch. Kolem šedesátých let plasticita
bosy stoupá zdvojením jejich hran. Koncem osmdesátých let
klesá zájem o plastické pojednání jednotlivé bosy a její světlé
a tmavé plochy jsou prostřídávány tak, že tvoří větší ornamentální
vzorce, seřazené geometricky po fasádě . Bosu komole jehlancovou
známe na začátku v podání čistě geometrickém, kde pouze šířka
rysek a dva širší vrypy na kratších stranách mají naznačiti
její plasticitu. I tato bosa později projevuje tendenci po
zvýšení plastického objemu, jehož dosahuje jednak stínovním,
jednak hustým jemným šrafováním. Kolem r. 1573 se do vnitřního
zrcadla bosy vkládá reliefně vypracovaný ornament, který její
plasticitu ještě podtrhne. Kolem 1590 nastává i u ní proces
zploštění a geometrická abstrakce. Projeví se to vypuštěním
stínování a orámováním zvětšeného obdélníku bosy plošným ornamentem.
Základní plocha zůstane napříště už jen v jedné barvě. Reliefní
ornamenty přibudou i do bočních faset bosy a ve spojení s
její geometrickou osou předstoupí před tmavý fond. Vrcholu
tohoto procesu je dosaženo tehdy, když naprosto zmizí vnitřní
geometrické schema bosy, pohlceno ornamentálně seřazenými
reliefními motivy, které se opět váží v další vzorce",
V.Dvořáková - H.Machálková, „Malovaná průčelí", op. cit.
p. 70.
[13] G.Vasari, op. cit., p. 73.
[14]J. Shearman,
Il Manierismo,
Firenze 1983, p. 14.
[15]Ivi, p. 16.
[16]Ivi, p. 14.
[17]Si vedano le notazioni sul ruolo
dello Sprecher in A. Pinelli,
La bella maniera, Torino
1993 p. 142.
[18]La casa si trova sulla via Nerudova,
la Krčalova la data 1582, J. Krčálová, "Renesanční nástěnná
malna v Čechách a na Moravě",
Dějiny Českého Výtvarněho
Umění, II/1, Praha 1989, p. 71.
[19] L’influenza della grafica olandese
si nota anche neii frammenti di graffito che si trovano sulla
facciata di Palazzo Martinicky su Hradčanské náměstí, in proposito
si veda: V. Dvořáková - H. Machálková, "Malovaná průčelí",
op. cit., Praha 1954, p. 60.
[20]J. Jindrová, „Sgrafita na pražké
Minutě",
Pražkou Minulosti, 1958, 2, p. 42.
[21]Ivi, p. 46.
[22]C. Norberg Schulz,
Genius Loci,
Milano 1996, p. 81.
[23]"Výsledek restaurace sgrafit na Minutě
spolu se stopami neúprosně plynoucího času, stírajícího poslední
zbytky modelujících i kresebných linií, jsou jedním z podstatných
důvodů jejich originální podoby, jedinečné a neopakované v
záplavě českého renesančního figurálního sgrafita, která dosahuje
v očích moderního diváka pomezí klasické čistoty. Ve své původní
neporušené formě, s tvary plasticky vzdutými, modelovanými
vnitřní sítí tmavách čar, byla sgrafita na Minutě jiná než
jsou dnes, méně odlišná od tehdejší produkce sgrafitářského
umění", Ivi, p. 45.
[24]Decorata da Blažej Gryspek nel 1593
con alcune figure allegoriche tratte dai fogli illustrati
da Virgil Solis, si veda V. Dvořáková, H. Machálková, "Malovaná
průčelí", op. cit., p. 64 e J. Krčálová, op. cit. p.
69.
[25]J. Staňková - J. Štursa - S. Voděra,
Praga: undici secoli di architettura, Praha 1991,
p. 87.
[26]P. Janák, "Obnova", op. cit.,
p. 215.
[27]Si veda la lettera di Pietro Aretino
a Giulio Romano del giugno 1542, F. Pertile - E. Camesasca,
Lettere sull’arte di Pietro Aretino, Milano 1957,
I pp. 214-215.
[28]P. Janák, "Obnova", op. cit.,
p. 217.
[29]F. Gurrieri,
Il degrado della
città d’arte, Firenze 1998, p. 29.
[30]F. Borsi,
Il restauro: una sfida
mondiale? , Roma 1996, p. 39.
[31]P. Janák, "Obnova", op. cit.,
p. 221.
[32]R. Lemaire, "Autenticità e patrimonio
monumentale",
Restauro, 1994, 129.
[33]C. Brandi,
Teoria del restauro,
Roma 1963.
[34]F. Gurrieri, op. cit., p. 132.
[35]Si vedano i vari interventi nel catalogo
della mostra:
Praga, le forme della città, Roma 1987.
[36]F. Borsi, op. cit., p. 75.
[37]Ivi, p. 82.
[38]C. Norberg Schulz,
Genius,
op. cit., p. 81.