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solo di questo articolo [Dall'incipit
dell'introduzione al dialogo]
Per
riconoscere lo spirito di una cultura è indispensabile
avere cognizione delle sue espressioni più libere, spontanee
e stravaganti e degli impulsi estetici, nonché storici
e sociali, di cui queste si nutrono. Il samizdat a Leningrado
è una di tali espressioni, capace di animarsi a margine
della apparentemente prevedibile scenografia letteraria
tardo-sovietica, di espandersi nel sottosuolo immaginario
di uno spazio circoscritto, in una città pregna di miti
in decadenza e teatro di eventi storici dalle sembianze
apocalittiche che hanno segnato la storia del primo
Novecento. La letteratura non ufficiale vive di una
morbosa simbiosi con una percezione ossimorica che la
lega e la respinge nella toponomastica di "Lenin-grado",
"Pietro-burgo". Si consacra in tal modo un
conflitto secolare tra una tradizione intellettuale
indipendente, da sempre proclamatasi pluralista ed un
complesso zarista-sovietico avvezzo a demandare ai propri
istinti censori i frustranti desideri di controllo e
di dominio totale sulle lettere. Per tale motivo la
letteratura non ufficiale trova modo di riaffermare
la propria identità attraverso un processo autoreferenziale
di fruizione e produzione dei testi. È ben noto che
parlare di sam-izdat' non significa focalizzare
semplicemente un procedimento di stampa "fai da
te" e di circolazione alternativa di testi letterari;
il samizdat è la determinazione metonimica di un sistema
di valori etici, estetici, intellettuali, letterari
o politici che sia, espressi attraverso un pluralismo
di opinioni e di punti di vista critici sull'evoluzione
del discorso culturale in Russia.
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